Interviste

Pietro Scarnera, il fumetto racconta la realtà

Komikazen 2012: Pietro Scarnera, il fumetto racconta la realtà

nasce a Torino nel 1979, autore attento alle tematiche sociali, impegnato e originale, Pietro Scarnera, il fumetto racconta la realtà - P.Scarneraha legato in modo indissolubile l’esperienza personale a quella del fumetto e della comunicazione. Laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’editoria del fumetto, pubblicata in parte nel saggio Graphic novel e politica: fra giornalismo e autobiografia (Politicomics_ Raccontare e fare politica attraverso i fumetti, di Federico Vergari, ed. Tunuè), si trova come giornalista ad occuparsi di diversi progetti. Corrispondente dall’Emilia-Romagna per l’agenzia di stampa “Redattore Sociale” e caporedattore del mensile dei senza dimora di Bologna “Piazza Grande”, nel 2012 fonda, assieme ad altri giornalisti e collaboratori, il magazine on line “Orwell”, autoprodotto e autogestito, con l’intenzione di raccontare storie reali mescolando linguaggi diversi, dal fumetto al giornalismo alla scrittura creativa. Il suo esordio nel mondo del fumetto avviene nel 2009 con il concorso , vinto grazie al progetto del libro Diario di un addio, edito nel 2010 da Comma 22. Al momento sta lavorando ad un secondo graphic novel sulla vita dello scrittore Primo Levi, dopo il ritorno dal lager.

Il tema di , quest’anno, sarà l’Italia e la sua rappresentazione. Come vincitore del primo premio del 2009, con “Diario di un addio”, ritieni che il fumetto sia una forma di narrazione matura, efficace e adatta a svolgere un compito di questo genere? Pietro Scarnera, il fumetto racconta la realtà - medium_addio_sito-23Sia cioè capace di raccontarne la complessa realtà?
Che il fumetto sia capace di raccontare realtà anche complesse penso sia ormai un fatto assodato. Dopo Maus questo fatto è diventato evidente a tutti, ma anche prima gli esempi non mancavano. Anche fumetti ultra-popolari come i Peanuts o Dylan Dog di Tiziano Sclavi sono stati più profondi di molta letteratura cosiddetta “alta”. Più che altro si tratta di vedere se la pensa così anche chi non legge fumetti, ed io per la mia esperienza posso dire di sì. Per Diario di un addio, che parlava di un tema difficile come lo stato vegetativo, nessuno mi ha contestato il fatto che fosse un fumetto, anzi, le persone che lo hanno letto, che spesso non erano lettori di fumetti, mi sono sempre sembrate ben disposte nei confronti di questa scelta. A volte mi è sembrato proprio che fossero contenti di tornare a leggere un fumetto, come magari facevano da ragazzini, e di riscoprirlo sotto un’altra forma.

In un paese come il nostro, diviso da sensibilità ed opinioni differenti- ad esempio su questioni come l’eutanasia, le coppie di fatto o l’immigrazione- pensi che il racconto per immagini possa esprimere queste diverse sensibilità? Possa cioè rappresentare differenze e contraddizioni, avvicinando, senza rischiare di soffocare nei cliché della retorica e dello scontro che avvelena il dibattito politico e sociale?
Io personalmente ho tentato di farlo con Diario di un addio. Nel libro racconto i cinque anni in cui mio padre ha vissuto in stato vegetativo, il motivo per cui ho deciso di farlo è proprio il dibattito che aveva seguito il caso di Eluana Englaro. Mi sembrava che si partisse da un presupposto sbagliato, cioè l’immagine della persona in coma, che dorme pacificamente, che vediamo sempre in tv o al cinema, mentre la realtà che ho visto io è molto diversa. Ho sempre concepito quel libro come una base per il dibattito, per questo nel racconto non ho preso posizione (anche se una mia posizione ce l’ho): volevo che il lettore potesse farsi un’opinione senza essere influenzato. Penso che avrei avuto lo stesso approccio anche con un linguaggio diverso del fumetto. La differenza è che chi fa fumetti di solito non lo fa per soldi e quindi non ha interesse a fare retorica, e poi fare un libro a fumetti è un impegno così grosso che diventa quasi impossibile non essere sinceri. I fumettisti hanno questo difetto, mi sembra, di mettersi a nudo totalmente, a volte in modo anche imbarazzante per chi legge. Forse dipende dal fatto che è un lavoro lungo e spesso solitario.

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L’esperienza del magazine on line “Orwell” può essere considerato un tentativo in questa direzione?
Orwell (www.orwellmagazine.com) per ora è un esperimento anche per noi! Quello che ci interessa è raccontare, e vorremmo provare a farlo sperimentando un po’, mescolando i linguaggi e vedendo cosa si può fare con il giornalismo on line, che in Italia a parte qualche eccezione è ancora molto indietro. Il problema del giornalismo italiano secondo me è che è sempre stato legato a doppio filo con la politica, per cui non si può parlare di nessun argomento senza schierarsi. Alla fine il rischio è di ridurre tutto al solito gossip politico, quello che si trova ovunque. Io in questo campo ho sempre avuto esperienze lontane da tutto ciò, principalmente con Redattore Sociale (www.redattoresociale.it), un’agenzia di stampa on line che si occupa di temi come immigrazione, disabilità, solidarietà, e prova a farlo in modo serio.

Pietro Scarnera, il fumetto racconta la realtà - Levi-per-Lo-Spazio-Bianco-2-275x300Al momento stai lavorando ad una biografia sullo scrittore Primo Levi, incentrata sulla sua vita dopo il ritorno dal lager. Cosa ti ha spinto a questa scelta? Credi che la sua sia un’esperienza da riscoprire oggi che molti paesi ancora vivono il dramma della guerra e che, direttamente e non, questa pervade il nostro quotidiano?
Ho scelto Levi perché ho un debito nei suoi confronti. Diario di un addio per me era una testimonianza e leggere Levi, che è il testimone per eccellenza, mi ha aiutato molto. Come raccontare un’esperienza “estrema” di cui siamo stati protagonisti capendo cosa di quello che abbiamo vissuto è rilevante e cosa no? Mi sono riconosciuto nell’urgenza di raccontare (un bisogno fisico, dice lui), che Levi aveva al ritorno dal lager.L’idea di una biografia penso sia nata quando ho letto una poesia di Levi che si chiama “Delega”, in cui si rivolge alle nuove generazioni. Io, che faccio parte della generazione dei “nipoti”, mi sono sempre sentito chiamato in causa da quella poesia. In questo senso direi che il messaggio di Levi è assolutamente attuale. Ciò che è successo nei lager nazisti “è accaduto, quindi può accadere ancora”, a noi tocca impedirlo, ed è una cosa che si fa ogni giorno. Questo libro io lo sto concependo come un dialogo fra due generazioni, un passaggio del testimone, però dentro non ci sarà solo il lager. Levi è un personaggio dalle mille facce: è stato un chimico, un testimone, uno scrittore di poesie, di saggi, di racconti gialli e di fantascienza, è stato molto serio ma anche molto ironico, insomma mi piacerebbe rendere la sua complessità. In più condividiamo la stessa città natale, cioè Torino, e avevo voglia di provare a disegnarla.

 N.B. Le immagini relative all’ultimo lavoro in preparazione di P.Scarnera, sulla vita dello scrittore Primo Levi, sono tratte dal primo capitolo del libro e riguardano il periodo 1946-1947.

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