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Maxi Dampyr 4: l’orrore della banalità

Come spesso mi accade in agosto, entro in un’edicola e cerco qualcosa di diverso. Il tempo a disposizione, l’afa, il movimento dell’acqua rendono tutto più dolce, più sublime. E la mente ricerca cose più leggere ma essenziali. Da queste premesse avrei dovuto sapere che comprare il nuovo Maxi Dampyr (quarto appuntamento annuale) sarebbe stato un errore. Eppure, una certa leggerezza nelle scelte a volte aiuta a fare scoperte inattese. Maxi Dampyr 4: l'orrore della banalità - maxi_dampyr_4_cover
Non è questo il caso, purtroppo.

Dampyr è un personaggio il cui concept non ho mai davvero capito. Non sono mai stato abbastanza coinvolto dalle storie per seguire con regolarità la serie e, di conseguenza, la diluita continuity che si è sviluppata negli anni. Per me, i personaggi di Dampyr sono puro anonimato. Nessuna affettività. Il protagonista stesso, Harlan Draka, è per me l’incarnazione di uno strano avventuriero senza peso, come sospeso in una nebbia fatta di pezzi di altri personaggi, altri riferimenti narrativi (anche letterari) senza che vi sia stata una riuscita precipitazione in una sintesi efficace.
Da qui, due conseguenze: nessun attaccamento emotivo al personaggio, ovvero nessuna accondiscendenza (ed è un bene); perdita di qualunque riferimento narrativo interno alla serie (ed è un male). Ogni storia è come se fosse la prima.

Ma qualche buona storia l’ho letta.
Il papà di Dampyr, Mauro Boselli, è un abile professionista, con una lucidità rara e la capacità di raccogliere da più parti riferimenti e intuizioni per imbastire storie preziose. E sa lasciare qualche segno sui lettori. Quella cosa che ti sporca un po’ l’anima o la coscienza, e anche se sai che si rinnova professionalmente mese dopo mese, che diventa (solo) un lavoro, una serie “popolare” può far più male di mille opere d’autore. Eppure dare vita a una serie autonoma, dare realmente senso e vita a un personaggio, è un’altra cosa. E da questo punto di vista, quello che ho letto finora di Dampyr sa di fallimento (malgrado la sopravvivenza in edicola, malgrado i tanti lettori, insomma, malgrado il successo più o meno grande che ha avuto finora).

Maxi Dampyr 4: l'orrore della banalità - dampyr3

C’è un elemento aggiuntivo che mi ha spinto a comprare questo malloppo di quasi trecento pagine: tutte e tre le storie sono scritte da . Ecco, se Dampyr è per me una nebbia nel mare magnum dei fumetti popolari, Cajelli è l’enigma degli autori seriali. Troppo intelligente, simpatico, vitale come persona per poter realizzare storie così… sciocche, è la parola che più trovo calzante, come quelle contenute in questo speciale.
Ma questo lo scopro solo dopo, dopo aver terminato con grande fatica le tre storie. E ammetto che chiusa la prima, avrei voluto lasciar perdere. Ma l’afa, il movimento delle onde, quel profumo di crema protettiva nell’aria mista all’odore di prato appena tagliato nel parco accanto che sa quasi di anguria… non ho desistito. Sono stato bravo, ho svolto il mio compito, ho letto tutto, ogni singola parola, ogni singola tavola, anche quando la noia e l’irritazione mi avrebbero consigliato di andare veloce, saltare di qua e di là, arrivare a una conclusione. Sono stato professionale, almeno quanto Cajelli. Ma non  è questo che si deve chiedere a un lettore. Non l’impegno e la fatica. Ma la passione. Nessuna passione in questa lettura.
A essere coerenti, professionali e pedanti, anche la recensione di questo Maxi Dampyr avrebbe dovuto seguire un’impostazione diversa. Maxi Dampyr 4: l'orrore della banalità - dampyr4E invece decido per un cambio di registro, che può irritare ma dare un po’ di senso a tutta questa faccenda. Forse è ancora colpa del movimento delle onde, del vento e dei mini bikini che mi sono appena passati davanti. E veniamo al cuore del discorso. 

In tre storie tre di quasi cento pagine, formato Bonelli, non si registra nessuna nota positiva, se non qualche guizzo artistico nel disegno di (terza storia, fuori tempo massimo). Ma andiamo un poco con ordine.

Nella prima storia c’è un esperimento scientifico pseudo-ecologico. Una buona idea. Non nuova ma buona. Il tutto si rivela una copertura per qualcos’altro. Non svelo niente, è scritto in quarta di copertina. Cajelli non cura nulla: non il ritmo, non la caratterizzazione dei personaggi secondari (grande occasione persa, visto il potenziale “umano” che la fabula offriva), non l’efficacia “orrorifica” dei mostri, non l’intreccio che muove i personaggi, non la messa in scena del protagonista (piatto, anonimo, al limite dell’anomia). I mostri non fanno paura, la paura non è mostruosa.
Seconda storia: entra in scena Scooby-Doo. In un horror di impostazione “classica” (si dice sempre in quarta di copertina), la sceneggiatura tocca livelli inaccettabili di banalità e inconsistenza. Harlan Draka si muove come uno zombie in una piccola cittadina di mare. I cittadini sono provinciali nei fatti (narrativi) e i dialoghi non hanno pietà. Colpisce in negativo la sequenza del toga-party sulla spiaggia in cui muoiono alcuni giovani locali. Le ragazze (anonime) si scambiano commenti (anonimi) su Harlan (“Il bel tenebros

o” e via dicendo); una coppia si apparta per un po’ di intimità in un rituale (narrativo) così schematico da sembrare una caricatura, fino alla comparsa del fantasma di turno. È in quel momento, davvero, che mi sono chiesto dove diavolo fossero finiti Scooby-Doo e Shaggy. La caduta di tono, lo stravolgimento del genere (da horror a commedia) non voluto, non cercato, è la peggiore delle situazioni che uno sceneggiatore può realizzare
Nella terza storia non accade nulla. È tutto già predestinato. Le prime due storie preparano al peggio, e il peggio non arriva (difficile dopo la seconda storia) anche grazie a Baggi, come detto, ma non c’è un guizzo, un’emozione, un sentimento. Anche qui, tuttavia, colpisce la piattezza della sceneggiatura per la poca cura nelle motivazioni alla base della storia, in particolare riguardo il coinvolgimento di Harlan Draka nella vicenda. E stordisce per la lettura di tutti quei dialoghi semplicemente brutti. Utilizzo quest’ultima frase decisamente forte e sintetica per intendere almeno tre cose: i dialoghi sono impersonali e schematici. Non sono caratterizzati, non offrono informazioni pertinenti in merito a chi sono i personaggi, a come pensano, a cosa vogliono, ecc.; la comunicazione tra i personaggi è esclusivamente strumentale allo sviluppo della trama e, in quanto tale, spesso pretestuosa o ridondante; i dialoghi non trasmettono alcun coinvolgimento emotivo al lettore. 

Maxi Dampyr 4: l'orrore della banalità - dampyr2

A questo punto arrivano le domande.

La prima riguarda l’horror: quale senso ha realizzare un seriale horror nel nuovo millennio? Quali corde dovrebbe toccare nel lettore? Come potrebbe connotarsi all’interno del panorama avventuroso di casa Bonelli? Come (se mai) dovrebbe rispecchiarsi il reale, la nostra quotidianità, all’interno del paradigma orrorifico di riferimento? Leggendo queste storie di Dampyr, il senso non c’è, si perde in un lavoretto che neppure eccita, neppure trasmette adrenalina, se anche solo questa fosse la sua vocazione, ovvero rispondere ai bisogni “primari” dei lettori. Si respira solo il qualunquismo di una narrativa stanca, vecchia e refrattaria (questa sì, forse, purtroppo, un riflesso del nostro quotidiano).

La seconda riguarda Cajelli. Dov’è finita l’intelligenza, la sagacia, la voglia di giocare, di sperimentare, di … rischiare? Vincoli o limiti imposti dalla casa editrice o adeguamento personale (professionale)? È possibile trovare strade diverse per raccontare nell’ambito del formato Bonelli? La risposta implicita è sì. Ma la domanda vera che riguarda il nostro sceneggiatore è dove sia finita la sua personalità di autore. Ne vediamo l’ombra, ne sentiamo il respiro affannato, ma manca la vitalità, una sua voce autonoma. Maxi Dampyr 4: l'orrore della banalità - dampyr1Possibile che anni e anni di seriale professionismo (ai livelli anche più “meccanici” conosciuti in Italia, con il “rigororso” Diabolik) abbiano già rinchiuso la luce nel buio. Non riesco a capire. E un po’ ci tengo, a Cajelli, ma soprattutto a capire.

La terza (e ultima per questo già troppo lungo articolo) riguarda Mauro Boselli: in qualità di curatore della testata, è accettabile un tale approccio alla serie e al personaggio? Se sì, come sembra evidente, si conferma la mancanza di chiarezza in merito al senso stesso della serie, che a questo punto appare un semplice pretesto per raccontare storie di genere dalla qualità e incisività quanto meno altalenante. Sarebbe interessante capire che grado di coinvolgimento, di “interferenza” o di collaborazione attiva viene realizzata da Boselli stesso sulle sceneggiature altrui. Ho sentito parlare del suo rigore, della sua attenzione nel lavoro con altri collaboratori. E mi chiedo se il suo occhio professionale si indirizza verso una “normalizzazione” del lavoro altrui e se è questo, ancora, il caso per un autore con una buona esperienza in Bonelli come Cajelli.

In fondo, il punto di conflitto, o di equilibrio per un prodotto seriale è sempre lo stesso: rinnovarsi senza rinnovarsi mai. La quarta uscita annuale di Maxi Dampyr è un ottimo esempio in negativo di tale processo, che meriterebbe a mio avviso ulteriori approfondimenti. 

Abbiamo parlato di:
Maxi Dampyr #4
Diego Cajelli, Marco Santucci, , Alessandro Baggi
, 2012 
292 pagine, brossurato, bianco e nero – 6,50€

 

7 commenti

  1. Ma come puoi, carissimo, criticare una serie che TU STESSO AFFERMI DI NON SEGUIRE, specialmente se è complessa (tu dirai “inutilmente complessa”, ma tant’è) come Dampyr? Esistono 150 albi di Dampyr e in alcuni di essi anche il “fantasmatico” e “inesistente” eroe principale soffre ed è dotato di un certo spessore -per es. lo Speciale “La leggenda del vecchio ponte” , “I sogni di Lisa”, o l’albo ora in edicola, n.150. Sono certo che non li hai letti. Magari non ti piacerebbero lo stesso, ma, prima di pontificare…

    • credo sia giusto rispondere anche qui. 150 albi sono tanti. è necessario leggerli tutti per poter esprimere un giudizio critico su una serie? oppure è sufficiente leggerne un po’, magari quelli considerati il vertice di una produzione, come alcuni di quelli da te citati (la leggenda del vecchio ponte) o quelli citati da cajelli nel suo post (la trilogia italiana)?
      detto ciò, e detto che la serie non è nelle mie corde, per molte ragioni che ho solo accennato, penso di avere in ogni caso la lucidità e l’esperienza per poter giudicare delle storie, come quelle contenute nel maxi in questione. tanto più che non hanno certo nell’originalità o nei riferimenti all’impalcatura della serie la loro qualità. tutt’altro.
      sarebbe invece interessante che provaste a rispondere alle domande che pongo al termine dell’articolo. questo sì, al di là della difesa legittima della propria serie, potrebbe fare un passo avanti a questa discussione. e risponderei anche alla strana idea che spesso sento in giro per la quale nei maxi sono contenute storie non all’altezza di finire sulla serie regolare. non all’altezza, ovvero non di qualità. ipotesi che trovo impensabile e umiliante, e a cui non credo. ma mi piacerebbe sentirlo dal curatore della serie.
      grazie.
      guglielmo

  2. la redazione

    Segnaliamo che la discussione sta andando avanti anche sul blog di Diego Cajelli. Ci auguriamo che possa essere un confronto positivo e interessante. http://diegozilla.blogspot.it/2012/09/maxi-dampyr-4-nello-spazio-bianco-tutti.html

  3. sempre più spesso nel fumetto seriale sono le idee le grandi assenti.
    Il postmodernismo in questi casi non è un salvagente, bensì un’ancora al collo.

  4. Purtroppo Guglielmo ha ragione, e il fulcro del discorso, valido per Cajelli ma estendibile a altri, compresi alcuni innominabili nuovi mostri sacri, è “professionalità”. Quella professionalità ricercata e conquistata e quell’orgogliosa appartenenza al commerciale che distanza dall’arte e dalla cu-cultura (cito C), che presto si divora tutto il cuore e la sostanza, e diventa puro computo di scene da portare a casa, senza nulla da esprimere che una meccanica di gesti e parole. Nascondendosi dietro un’ortodossia che nemmeno – credo – richiesta da casa Bonelli. E’ il riposare sugli allori di una popolarità acquisita (e non completamente meritata) a far crollare questi nuovi autori, interessati più al successo mediatico che ha migliorarsi, un po’ “arrivati” e un po’ rincitrulliti dai loro estimatori acritici, e non più abituati, come agli inizii, a scavare all’interno dei loro lavoro e di loro stessi, per esprimere qualcosa di più e non espressamente richiesto. Cose come questa, certamente non la peggiore di tante altre, si vedono anche in Dyd, dove il precipizio è quasi sistemico e le poche storie decenti fanno invariabilmente gridare al miracolo e i suoi autori al genio, quando invece sono appena nella media. E ci aggiungo la stanchezza mentale, il sommare troppo lavoro, l’inevitabile routine da travet, che se nei disegnatori seriali abbassa nel tempo la qualità, negli sceneggiatori può diventare disastroso. Ma ci si può sempre rifare, io credo.

  5. Caro Cavallo,
    è vero. Per onestà intellettuale, ho dichiarato di non avere una particolare affezione per il personaggio. E questo, credimi, è più colpa della gestione del personaggio, che mia.
    Ma detto questo, ho tutta la libertà culturale per poter riconoscere e godere di un buon fumetto, che sia o meno un fan del personaggio.
    Aggiungo che a volte, esserne un lettore assiduo, può compremetterne il giudizio. Verso un personaggio che amiamo, tendiamo ad essere più accondiscendenti e accettare storie meno riuscite. Al contrario, senza legami emotivi particolari per il personaggio, è più facile farsi sorprendere da inaspettate storie buone. Con questo spirito ho letto questo Dampyr, e con questo spirito ho cercato di ritrovare Cajelli.
    I Maxi sono per tradizione riempiti di storie mediocri? Male, malissimo. Perché i miei soldi li spendo con l’aspettativa di leggere buone storie. Oppure, arriviamo al paradosso per cui le storie di Cajelli non sono all’altezza della serie regolare (secondo la logica che sostieni tu, dei Maxi di qualità inferiore)?
    Al contrario, ricordo un Maxi Dampyr con solo storie di Baggi che non mi lasciarono un cattivo sapore, tutt’altro.
    Quindi una stroncatura? Vero. Ma anche, soprattutto, spunti per riflettere su un personaggio, un prodotto editoriale, e un approccio al fumetto seriale che, da questa prova, ha prodotto risultati solo negativi.
    Guglielmo Nigro

  6. Mi sembrano stroncature un po’ forti da uno che ha ammesso di non amare nè provare interesse o affezione per il personaggio. Sicuramente le storie di questo speciale non sono un gran che, un riempitivo, (vale per qusi tutti i maxi) ma amando il fumetto Dampyr io ho apprezzato l’opportunità di leggerle sotto l’ombrellone

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