Interviste

Il segno multiforme di Giancarlo Caracuzzo: dall’Eura alla Marvel.

Tavole da "Zio Tibia. La clinica dell'orrore" del Gennaio 1991

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Difficile se non impossibile elencare in poche righe i tanti lavori creativi disseminati dal fumettista e illustratore romano,su tre diversi mercati del fumetto (Italia, Francia e U.S.), in oltre trent’anni di onorata carriera.  Possiamo però dire che i tratti salienti di , la rapidità unita alla duttilità, gli hanno consentito di produrre molto, affrontare tanti generi adattando nel contempo il suo segno in base alle esigenze della storia.
Un vero storyteller, un animale da tavola a fumetti, un conoscitore del medium ed un suo appassionato divulgatore.  Abbiamo acceso il nostro microfono chiedendogli di fissare per noi, nel vortice d’impegni che lo inchiodano al tavolo di lavoro, qualche foto-ricordo della sua lunga carriera con uno sguardo sui progetti recenti e sui tanti che lo attendono.

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Tavole da "Zio Tibia. La clinica dell'orrore" del Gennaio 1991

A cavallo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta la tua firma spopola tra le pagine di diversi mensili della Acme di Francesco Coniglio: gli antologici horror Splatter e Mostri, il pocket umoristico Zio Tibia. Come hai vissuto quel periodo ricco di fermenti editoriali?
Quelli furono i primi anni della mia professione, furono eccitanti, esaltanti, un grande fermento di idee. Eravamo un gruppo molto unito. Gran parte di quegli autori sono ancora oggi tra i miei migliori amici e conservo tuttora un ricordo indelebile di quel periodo.

Il tuo lungo sodalizio con Michelangelo LaNeve, che ti seguirà sul progetto ESP per la Universo e poi sul Martin Mystere della Bonelli, ha inizio su “Splatter”, mensile di cui parlavamo prima. Ricordo anche il pugno nello stomaco de “Il gioco dell’odio”, che firmasti con lui sul primo numero del nuovo Intrepido, e che vi causò un po’ di problemi. Parlaci del vostro rapporto artistico.
Con Michelangelo, iniziammo a collaborare a partire dalla metà degli anni ottanta, lavoravamo entrambi per Francesco Coniglio. Lui ci propose una piccola serie, e da li ebbe inizio un sodalizio lungo 12 anni: praticamente lavoravamo quasi esclusivamente insieme.
Credo che, nel nostro piccolo, fummo artefici di tante belle storie che ancor oggi restano nei ricordi di molti lettori.

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Copertina della raccolta edita dalla Granata Press

Un altro degli incontri determinanti nella tua carriera è stato senza dubbio quello con Giuseppe Ferrandino, anche lui proveniente dalla fucina d’autori dei settimanali Eura, con il quale hai realizzato tutta una serie di avventure per “Nero”, tra le quali indimenticabile fu “Storia di cani”. Un racconto che rappresenta un piccolo cult nel mercato del fumetto popolare italiano, un unicum per certi versi, al quale ancora oggi il tuo nome è indissolubilmente legato. Che ricordi serbi? Quale fu il feedback che ti giunse dalla critica e soprattutto dai lettori?
Storia di Cani fu la prima storia che disegnai per Peppe, ricordo che quando mi passò la sceneggiatura rimasi entusiasta, un colpo allo stomaco, era, ed è ancor oggi, uno dei racconti più belli, intensi, duri che io abbia mai letto. Il giudizio della critica, ma soprattutto dei lettori fu davvero caloroso, a tal punto che ancor oggi mi viene chiesto se mai verrà ripubblicato, o addirittura di farne un eventuale seguito.

Dicevamo che ”Storia di cani” s’inserisce nell’antologico della Grana Press, “Nero”, il cui principale artefice e animatore era proprio Ferrandino. Soldi, De Angelis, Saudelli sono solo alcuni dei nomi coinvolti nel progetto…insomma eri in mezzo ad una gran bella compagnia: a distanza di vent’anni cosa ti è rimasto di tutto questo?
Mi è rimasto un bellissimo ricordo, ma anche un pizzico di malinconia. Credo che tutti noi dobbiamo ancora molto a Luigi Bernardi, l’editore, per la fiducia assoluta che ripose nel nostro progetto, senza di lui, e solo con lui, fu possibile realizzare uno dei più bei progetti editoriali degli ultimi trent’anni.

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Cover del primo numero del mensile. Dicembre 1995

”Dipartimento Esp”, serial a colori pensato sempre per l’Intrepido e successivamente edito nel più classico formato bonellide, è stato un altro piccolo cult del fumetto popolare italiano. Soffocato dalle avverse congiunture editoriali di allora (un po’ come “Nero”) ma che, ancora oggi, è rimasto nei ricordi dei suoi lettori. Sei stato, oltre che il creatore grafico, uno dei principali artefici del successo di La Neve, cosa ti è rimasto di quella esperienza? Ritieni che l’interessamento della Comma22, che ha ristampato alcune selezioni di storie disegnate da Nizzoli, possa preludere ad un suo ritorno in edicola?
Per Esp, vale lo stesso discorso fatto in precedenza, tutto quel periodo dalla metà anno 80, fino alla realizzazione di Esp, fu eccezionale, nello specifico con Esp raggiungemmo quasi uno stato di grazia, per la bellezza del progetto e la fiducia che l’editore ripose in noi. Riguardo un eventuale ritorno in edicola, sinceramente non ne so nulla, ma suppongo sia difficile che possa accadere a tempi brevi.

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L'avventuroso Brad Barron di Caracuzzo

Sei stato tra i disegnatori di Brad Barron, la prima miniserie Bonelli firmata Tito Faraci: com’è stato partecipare ad un progetto così importante e anche innovativo, per la casa editrice per la quale è stato pubblicato?
Fu una bella idea, un fumetto di fantascienza old style, con riferimenti precisi al cinema fantastico degli anni 50, fu divertente disegnarlo.

La cosa forse più interessante di Brad Barron era il suo dedicarsi a generi diversi ogni numero. Ad esempio i due numeri disegnati da te, il tre e il nove, sono western contaminati dalla fantascienza: quanto questa cosa è stata interessante per te? E soprattutto, quanto ha inciso la contaminazione western degli albi sul tuo approccio agli stessi? 
In ogni storia se si vuole, si possono trovare spunti interessanti, questo valse anche per Brad Barron. A me piaceva l’ambientazione, quel tocco retrò che rendeva la serie diversa da un comune racconto di fantascienza.

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Tavola tratta da Nemrod#16

 Il copertinista di Brad Barron era Fabio Celoni, che poco dopo approdava in Star Comics per assistere Andrea Aromatico nel nuovo esordio in edicola di una testata Star Comics tutta italiana, Nemrod. Tu di Nemrod sei stato la colonna portante della seconda stagione, disegnandone 2 albi su 4, più l’esordio della terza stagione. E’ stato Celoni a ricordarsi di te? E come è stato il tuo approccio a questo nuovo prodotto? Ritieni che per una tale mole di lavoro abbia influenzato negativamente la qualità dello stesso?

Fabio lo conobbi pochi mesi dopo l’inizio della mia collaborazione: è una persona davvero gradevole, ironica e consapevole delle sue qualità di autore.
Nemrod aveva quel tocco dark, le atmosfere inquietanti che ne hanno fatto una serie probabilmente unica nel suo genere. Riguardo la realizzazione dei tre albi: fu davvero massacrante, faticoso. Mi fu chiesta questa cortesia data l’urgenza della situazione, e da parte mia ritenni doveroso non sottrarmi a tale richiesta, per la stima e il rapporto che avevo con Aromatico e Celoni…ovviamente fui consapevole che la qualità non poteva essere l’obbiettivo primario.

Il tuo stile è sempre stato piuttosto camaleontico pur nella sua riconoscibilità. E’ anche vero che dai tempi di Esp e del tuo esordio in Bonelli mostravi un segno più dettagliato, ricco di tratteggi che successivamente, ad esempio su Julia o su Brad Barron, tua più recente collaborazione con la casa editrice milanese, hai un po’ abbandonato per una maggiore stilizzazione, essenzialità. E’ solo una mia impressione?
No, non è affatto un’impressione. Disegno fumetti da trent’anni e, come accade anche a  tanti miei colleghi, subisco e cerco nel tempo condizionamenti, contaminazioni, fattori di crescita. Tutto qui: cercare di rinnovarsi, migliorarsi. Per me la sintesi è il raggiungimento dell’esatta armonia tra pensiero e azione.

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Particolare da Julia n°26, tavola 52.

Ci puoi fare un bilancio della tua esperienza per il mercato americano e francese? Magari mettendo in primo piano le differenze e le similitudini fra questi due mercati e quello italiano.
Questa posso definirla la mia terza vita artistica, forse la piu’ eccitante ed emozionante, la concreta realizzazione di tanti sogni.
Ci sono molte differenze tra il mercato americano e quello francese: nel primo forse hai più possibilità creative, sei più libero di inventare, di personalizzare, mentre l’altro è più severo, più legato a schemi rigidi, ma non di meno affascinante. Forse quello più vicino ad un prodotto cosi detto “artistico”.

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Studi per Cable

Hai lavorato sia per la Marvel che per la DC. Quali sono le peculiarità di queste due major del fumetto americano? E in quali ambiti del processo realizzativo e distributivo credi che si distinguano maggiormente?
Io collaboro con la Marvel da circa due anni e mezzo, mentre per la Dc ho avuto soltanto una breve collaborazione. Sinceramente non ho notato grandi differenze, mentre li accomuna una grande professionalità, gentilezza e rispetto.

Per la Marvel hai disegnato, oltre ad un numero della serie regolare di Cable ed una miniserie di Gorilla Man, anche alcune storie brevi di Spider-Man e Iron Man. Cosa ha significato per te prestare la tua opera per personaggi così importanti per il panorama fumettistico, ma non solo, mondiale?
Mi ha divertito molto, pensavo a quando da bambino leggevo Spider-Man e improvvisamente, trovarmelo sotto gli occhi disegnato da me,  è stata una bella emozione.

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Tavola tratta da Jonah Hex vol.2 #58

Per la DC hai lavorato su Jonah Hex, realizzando il numero 58 della serie regolare, un personaggio che negli ultimi anni è salito agli onori delle cronache soprattutto per la sua trasposizione cinematografica. Come si è arrivato a pensare a te, alla DC?
La cosa mi fu proposta da Jimmy Palmiotti, io accettai di buon grado. Tra me, Jimmy e Justin c’è ancora una bella amicizia, grande stima professionale. Abbiamo lavorato intensamente per un paio d’anni e non escludo che in futuro si possa ancora fare qualcosa insieme

Sei uno dei fondatori della Scuola Romana dei Fumetti che l’anno prossimo festeggerà i vent’anni di attività. Superfluo chiederti se ritieni che tali corsi siano realmente d’aiuto ai giovani che vi si avvicinano, piuttosto stila per noi un bilancio di questa lunga esperienza d’insegnamento.
Ritengo che una scuola sia assolutamente di grande aiuto, è un’esperienza non soltanto didattica ma profondamente umana. Anche se da alcuni anni non insegno più, se non in qualche piccolo stage, l’insegnamento ha radicalmente modificato molti aspetti della mia vita, sia professionale che non: un’esperienza che mi ha arricchito profondamente.

Per il mercato francese hai realizzato anche un’avventura su Cleopatra, colmando uno dei pochi generi, quello storico, che ti mancava. Quale altro progetto hai per il futuro, dopo che hai prestato la tua matita per quasi tutto lo spettro dei possibili generi narrativi?
Ho terminato da poco la seconda serie di fantascienza per la Marvel, FormicWars. Attualmente collaboro con un editore inglese su “Strip magazine”, sto realizzando una serie fantasy, ed un altro progetto realistico in coppia col mio amico Roberto Dal Prà. Ciò che accadrà in futuro ancora non so, però vorrei diventare un cuoco famoso :-)

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Tavola tratta dal primo volume de "La dernière reine" sulla figura di Cleopatra
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Tavola dal primo volume de "Les larmes d'opium", thriller per i testi di Roberto Dal Prà

Tornando alla Bonelli, le ultime tavole che hai firmato per loro risalgono a circa sei anni fa. La tua intensa attività all’estero, tra bedè e comics, ti ha sicuramente tenuto abbastanza impegnato ma vorremmo sapere se, tra i tuoi progetti futuri, c’è un nuovo albo di un character Bonelli. Magari uno nuovo…
No, al momento non è prevista nessuna collaborazione con Bonelli. In futuro chissà…quello è ancora tutto da scrivere.

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Tavola tratta da Formic Wars su testi di Orson Scott Card

 

Riferimenti:
Il sito di : www.giancarlocaracuzzo.com

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