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Piccoli maghi sulle matite: “Portami via” di Nate Powell

Piccoli maghi sulle matite: "Portami via" di Nate Powell - immagine1-5665 ha proprio la faccia da bravo ragazzo. L’ho incontrato all’ultima Lucca Comics, solo per pochi attimi durante la rituale dedica sul libro. Sembrava sorpreso e un po’ spaesato, ma allo stesso tempo molto attento a tutto cio’ che lo circondava, e dopo aver letto Portami via non ho potuto fare a meno di notare qualche somiglianza col ragazzo co-protagonista della storia, forse non a caso perseguitato da un piccolo mago che sta sull’apice della sua matita e che gli ordina di disegnare in continuazione.

Al contrario di quello che si potrebbe pensare da questa breve introduzione, con Portami via (in originale Swallow Me Whole) non siamo pero’ dalle parti del fantastico, quanto piuttosto vicine a quelle del disagio mentale e dei disturbi ossessivi: apofenia, vale a dire la propensione a stabilire connessioni fra elementi oggettivamente non correlati, in pratica una forma di schizofrenia. Ne soffre Ruth, la ragazza adolescente protagonista del libro, perseguitata e inesorabilmente attratta da grandi sciami di insetti che nessun altro vede; e soffre di qualcosa di simile anche il fratellastro Perry, poco più giovane, costretto a svolgere per conto del “mago” sulla matita una non ben precisata missione. Anche la mente della vecchia nonna, inferma sul divano del soggiorno, quindi centrale nella vita della famiglia ma allo stesso tempo totalmente aliena ed estranea, sembra essere stata ingoiata piano piano dagli strani esseri che popolavano i suoi quadri di gioventu’.

A differenza delle opere di Charles Burns (Black Hole) e Daniel Clowes (Ghost World), in cui i disagi adolescenziali spesso assumevano i contorni grotteschi dell’incubo e dall’allucinazione, lasciando così spazio alle ossessioni visive dei due autori, Powell sembra assumere un atteggiamento più rispettoso e meno sensazionalista, probabilmente perché lui stesso è da molto tempo impegnato nell’assistenza di adulti con disturbi evolutivi. La sua narrazione, priva di effetti e di virtuosismi, sembra avere come scopo principale quello di fare comprendere al lettore la natura intrinseca dei malesseri descritti, riuscendo nel non facile compito di farci intuire cosa possono vedere gli occhi e la mente dei protagonisti.

Lo stile del giovane autore dell’Arkansas (classe 1978), che pecca ancora un po’ di inesperienza, evidenzia pero’ una personalità artistica già ben definita e di sicuro non teme di poter risultare sgradevole o difficile. Il suo segno ricorda Terry Moore e Craig Thompson, ma rispetto al loro è più scarno e sottile, spesso circondato da pozze di nero compatto. E’ un segno che si aggroviglia e si raggruma come i percorsi mentali dei protagonisti, sempre sospesi fra realtà e ossessione, fra esperienza e percezione. Interessante e non comune l’attento utilizzo dei balloon e del lettering, dei quali sono sfruttate pienamente le potenzialità come elementi attivi e vivi della tavola: le nuvolette svolgono una funzione narrativa che va ben al di là del solo contenere i dialoghi, entrando a far parte inscindibilmente della composizione della pagina, al pari dei disegni e della struttura delle vignette.

E’ forse anche per questa attenzione alla grammatica del fumetto che Portami via è stato premiato agli Eisner Awards del 2009 come miglior graphic novel: se c’e’ un piccolo mago anche sulla matita di Nate, c’e’ da sperare che non dia tregua nemmeno a lui, e che lo porti a compiere tante altre importanti missioni come questa.

 

di Nate Powell<br /> <i>Rizzoli – Lizard, 2009 – 224 pag. bros. b/n – 17,50euro</i>

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