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Law, legal thriller a fumetti: intervista a Giorgio Salati

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Giorgio Salati è uno sceneggiatore e traduttore di fumetti noto soprattutto per la sua attività disneyana. Nelle edicole italiane, in uscita ad Aprile per la StarComics, sta arrivando un progetto leggermente diverso rispetto a questo genere, “Law“, un legal thriller dai toni decisamente meno rilassanti, scritto insieme a e .
Eppure Giorgio qualcosa del genere lo ha scritto anche per “Topolino”: sto infatti pensando a “Zio Paperone in prigione”, una sorta di legal thriller disneyano in cui PdP ripercorre, purtroppo per lui, le orme di Harrison Ford ne “Il fuggitivo”.

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Disegni di Luciano Gatto

Partendo da lontano quindi, quali sono state le “difficoltà” nell’adattare un tema come quello di “Zio Paperone in prigione” per i lettori di “Topolino”?
In realtà non è stato troppo difficile. Zio Paperone, per quanto ne possa pensare chi non mastica molto di fumetto Disney, è un personaggio forte, duro. Ha avuto più avventure di Indiana Jones e Corto Maltese messi insieme. Ha rischiato la vita, ha lottato e se l’è sempre cavata alla grande, da solo, perché – per parafrasare Barks – lui è il più duro dei duri e il più furbo dei furbi. E’ un personaggio che ho imparato ad amare molto.
In questa “Zio Paperone in prigione” mi premeva vedere come se la sarebbe cavata con una difficoltà inedita. Se c’è una colonna fondamentale nella vita di questo personaggio, è la sua onestà. E’ ricco, ma ogni moneta se l’è sudata onestamente. Nella mia storia, volevo far affrontare a Paperone un pericolo per lui più insidioso di una banda di pirati: la calunnia. Ma Paperone non si arrende, innocente in galera non ci riesce a stare. Nessuna autorità costituita può prevaricare il suo personale senso di giustizia, lui che è sopravvissuto all’anarchia della frontiera. Ecco quindi che la sua missione personale diventa farsi giustizia da solo, smascherare chi lo ha incastrato.
Per chi non ama questo tipo di fumetto può sembrare stupido che io mi emozioni per un papero parlante, ma pochi personaggi come questi animali antropomorfi sanno raccontarci la natura umana, ed è questo che mi preme esplorare nelle mie storie, che si tratti di racconti per l’infanzia, cartoni animati, programmi tv o fumetti realistici.

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Copertina Law #1 di Fabiano Ambu

”Law” è un prodotto “libero” rispetto a “Zio Paperone in prigione”, anche se per certo verso possono avere qualcosa in comune, oltre a essere piuttosto originale. Di serie fumettistiche di genere legal thriller, infatti, mi sembra ce ne siano poche che, come “Law”, rendono protagonista l’altro lato della barricata della legge, quello rappresentato dagli studi legali. Qual è, dunque, la genesi del progetto? E quali serial, sia fumettistici sia televisivi sia letterari, hanno ispirato durante la fase di progettazione dei soggetti e di stesura delle sceneggiature?
Ti devo bonariamente correggere: non esistono proprio fumetti legal thriller. Thriller, magari, ma non “legal”. Questa è stata la prima idea “originale”. Proviamo a fare un fumetto legal, mi dice Davide. Sinceramente, all’epoca io masticavo poco di questo genere. Allora mi sono messo a leggere romanzi, vedere film e serie tv. Ed è successo qualcosa che non mi aspettavo: mi sono appassionato. La cosa curiosa è che ad esempio le serie tv a tema legale che più piacciono a Davide sono diverse da quelle che piacciono a me (tanto che non ricordo nemmeno quali siano le sue favorite!). La mia preferita è The Practice, dal punto di vista letterario La Giuria di Grisham l’ho trovato ottimo. Non mi sento di dire che qualche serie in particolare abbia influenzato la nostra scrittura, perché appunto come in tante altre cose io e Davide abbiamo gusti diversi. Da un certo punto di vista questa è anche la nostra forza: portare nelle storie suggestioni diverse ma fidarci l’uno dell’altro. Lui è meno esperto di me in fatto di sceneggiatura, ma lo è molto di più in fatto di giurisprudenza. Collaborare ha fatto crescere entrambi, e spero che dal prodotto finale traspaia l’impegno e la passione che ci abbiamo messo noi autori.
Ad esempio, Davide si è fidato di me quando gli ho detto: “Non basta che sia UN legal thriller. Ci vuole una tematica forte che lo distingua dal marasma di serie tv, film e romanzi”. Ecco che abbiamo quindi pensato di esplorare un tema in particolare: il mondo della giurisprudenza negli Stati Uniti è quasi uno show business. Gli avvocati sono delle star, la loro capacità fondamentale non dev’essere tanto conoscere bene la legge e i suoi cavilli, quanto avere il carisma giusto per convincere una giuria della propria tesi, per quanto assurda possa essere. L’avvocato deve raccontare una storia alla giuria e, se i dodici giurati se la bevono, l’avvocato ha vinto il processo. E’ questo che abbiamo voluto raccontare: gli avvocati come star, i tribunali come palcoscenici, le giurie come pubblico. I “nostri” avvocati sono poi abbastanza particolari, sono della sorta di rock star, accattivanti col loro pubblico e irriverenti verso il potere costituito (cioè il Procuratore e il Giudice), ma anche autodistruttivi.

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Disegno di Enza Fontana (Law #1)

Concentrarsi su uno studio legale, d’altra parte, porta in dote un gruppo di personaggi anche differenti tra loro, da dover gestire, ognuno con una sua personalità e con delle dinamiche interne ben definite. A questo c’è anche da aggiungere l’ulteriore “difficoltà” di lavorare a più mani con Davide Caci. Come si è svolto il processo creativo? Mi interessa soprattutto capire se le dinamiche del gruppo sono state progettate a tavolino o si sono sviluppate in corso d’opera, man mano che il materiale veniva scritto.
Come dicevo, alla base del processo creativo con Davide – ma anche con chiunque si voglia collaborare – c’è la fiducia. Io so cosa so fare bene e cosa sa fare bene Davide, e viceversa. Se lui mi dice che una cosa da un punto di vista legale non si può fare, accetto la sua correzione. Anzi, spesso sono io che mentre scrivo lo bombardo di mail per chiedergli consulenze. Dall’altro canto se io scrivo a Davide che un suo passaggio o un dialogo secondo me non funzionano, lui è sempre molto aperto a modificare. E’ qualcosa che per il 90% dei creativi è molto difficile da accettare.
Il primissimo input per i personaggi (come per molte altre cose in questa serie) l’ha dato Davide, delineando le prime caratteristiche più evidenti. Io poi ho sensibilmente approfondito le loro psicologie e le dinamiche tra loro (anche aggiungendo un paio di personaggi). Ti dirò, per noi la creazione dei personaggi e delle loro dinamiche è forse il lavoro più divertente e gratificante. C’è la parte “gialla” di “detection” che è piuttosto faticosa ma divertente quando funziona, c’è quella “cavillosa” basata sul “gioco delle parti” in tribunale. Ma la parte che preferisco personalmente è quella umana, l’approfondimento delle psicologie, le relazioni tra i personaggi.
Ad esempio, mi diverte molto sapere che certi personaggi hanno dei segreti che il lettore non sa e che scoprirà forse nel sesto episodio e forse nemmeno. Per noi è importantissimo avere bene presente come si evolve il rapporto tra i personaggi lungo la serie. E’ per me la parte che dà più soddisfazioni, quasi come generare dei figli. Se hai lavorato bene sulle loro personalità – se li hai allevati bene – portano avanti la storia praticamente da soli.

Come vi siete divisi il lavoro, sia durante la progettazione sia durante la scrittura effettiva dei vari numeri?
E’ venuta un po’ da sé. Uno dei due comincia a scrivere un abbozzo di soggetto, una paginetta, in cui c’è il primo nucleo del caso di puntata. L’altro aggiunge degli elementi, ci si rimbalza il soggetto ognuno apportando i propri commenti e correzioni. In più, si aggiungono le linee relative alle dinamiche tra i protagonisti, che sono già state suddivise in precedenza tra i vari episodi. Si cerca di fare in modo che la tematica contemplata nel caso di puntata in qualche modo coincida anche con ciò che accade tra i personaggi. E’ un lavoro molto sottile. Alla fine, a furia di rimbalzarsi il documento tra mille perplessità e dubbi, si arriva a una versione condivisa, un soggetto di 4-5 pagine. Tanto in fase di sceneggiatura alcune parti verranno stravolte!
Quanto alle sceneggiature, appunto, il processo è più o meno lo stesso. Nelle storie sceneggiate a quattro mani, il primo che ha un attimo di tempo parte a scrivere un tot di tavole, poi lo passa all’altro che propone le sue correzioni e va avanti a scriverne delle altre. Alla fine ognuno dovrà aver scritto 47 tavole, ma le continue correzioni tra noi avranno fatto in modo – almeno questo è il tentativo – che lo stile sia piuttosto omogeneo.

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Disegno di Enza Fontana (Law #1)

Un altro elemento importante da non trascurare è sicuramente l’aspetto grafico, che ha curato Fabiano Ambu: in questo caso l’editore quanto ha inciso nella scelta dei disegnatori da affiancarvi nella serie? E più in generale quale è stato il suo ruolo all’interno del progetto?
Fabiano ha curato il character design e le copertine. Naturalmente il suo ruolo all’interno del progetto è fondamentale. Noi sceneggiatori possiamo ideare tutto quello che ci passa per la testa, ma senza un disegnatore solido ed esperto non si fa molta strada. Per questo con la casa editrice abbiamo chiesto che Fabiano fosse presente nel contratto insieme a me e Davide, e la Star ha accettato senza problemi. L’ideazione grafica di un progetto, dal punto di vista dei diritti d’autore, ha la stessa importanza dell’aspetto narrativo e di ideazione dei personaggi.
Gli illustratori che attualmente stanno lavorando sulla serie si basano sui suoi studi per far muovere i protagonisti.
L’editore ha inciso sulla scelta dei disegnatori ma ci ha lasciato anche una certa libertà. Ci hanno proposto una rosa di disegnatori, noi abbiamo fatto fare loro delle prove – indipendentemente dall’anzianità professionale di ognuno di loro – e abbiamo scelto quelli che ci convincevano di più. C’è da dire che io e Davide siamo abbastanza testardi e selettivi. Abbiamo scelto quelli che non solo ci convincevano di più per lo stile, ma anche per l’atteggiamento. L’umiltà e la disponibilità in questo lavoro sono fondamentali: quando un disegnatore è pronto a fare delle modifiche, quando chiede delucidazioni su dei passaggi perché proprio vuole collaborare nel modo migliore con lo sceneggiatore, capisci che è il disegnatore giusto. Quando invece il disegnatore scompare per un certo tempo, alla fine ti manda delle tavole incomplete, non è disposto a fare dei cambiamenti – magari perché si sente un professionista già arrivato – capisci che nel corso del processo creativo potresti avere dei problemi. Ricordiamoci che si tratta di 94 pagine per episodio, che non sono poche. La collaborazione col disegnatore si rivela quindi lunga, e bisogna partire col piede giusto.

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Disegno di Stefano Carloni (Law #2)

Per quel che ci è dato sapere al momento, la serie si svilupperà su un arco di 6 numeri. Le storie saranno autoconclusive o, come in molti serial televisivi, con un bel “to be continued” nel finale fino alla scoppiettante conclusione nell’ultimo numero?
Ogni episodio avrà un suo “caso di puntata”: lo studio legale Cussler & Brandise deve difendere un cliente accusato di qualche crimine e alla fine del numero sapremo se sono riusciti a farlo assolvere. Ma abbiamo anche relazioni tra i protagonisti che si intrecciano, e che corrono lungo tutta la serie. Questo fino al quarto episodio, perché gli ultimi due costituiscono un unico caso più complesso, dove processo in tribunale, investigazione e relazioni tra i protagonisti entrano in gioco contemporaneamente, mettendoli gravemente in difficoltà e rischiando di spaccare l’unità dello studio. In più, avremo anche un caso processuale che si dipana attraverso diversi episodi, e costituisce la cosiddetta linea comica (tanto temuta dagli sceneggiatori della serie TV “Gli occhi del cuore”!): un professore universitario piuttosto originale che viene ripetutamente processato per molestie sessuali e provoca non pochi grattacapi a uno dei nostri avvocati.

Vi siete, poi, lasciati una possibilità per una eventuale seconda stagione?
Io e Davide abbiamo già alcune idee su come proseguire la serie, ma non diciamo niente: prima bisogna che vada bene questa prima stagione, poi si vedrà. Speriamo solo che i lettori si affezionino alla nostra creatura di carta e decidano di seguirci fino in fondo (detta così ha un che di settario).

Detto questo, quanto credi che la bimestralità, soprattutto nella fruizione degli ultimi 2 numeri, possa essere controproducente per Law?
A questa domanda non ti so rispondere. Effettivamente, due mesi di distanza sono un po’ tanti, ma la periodicità fa parte della politica editoriale dell’editore, e non abbiamo potuto fare altro che adeguarci. Ci auguriamo comunque che il lettore sia paziente e abbia voglia di attendere due mesi da un numero all’altro!

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Disegno di Ennio Bufi (Law #3)

Avviamoci verso la conclusione: stai già lavorando a qualcosa di nuovo, sia in campo fumettistico sia musicale? Cosa puoi anticiparci?
Per quanto riguarda la musica ho alcune cose in ballo ma al momento non posso parlarne. Sarai uno dei primi a sapere quando sarà il momento.
Come scrittore sto lavorando a diverse cose. Ho appena finito di tradurre il sesto volume di Atomic Robo per la ReNoir, quindi immagino che uscirà fra non troppo. Lo consiglio sempre vivamente. Scienza, azione e divertimento in un unico fumetto.
Non so bene quando poi sarà programmata sulla Rai la serie animata dedicata a Jules Verne, di cui ho avuto la fortuna di sceneggiare un paio di episodi. Intanto sto continuando a scrivere le strip di Bookbugs per il mensile digitale di Telecom PreTesti, disegnate dal sempre ottimo Donald Soffritti, con cui ho un’ottima intesa sia professionale che umana. Alle volte questo lavoro ti riserva dei grossi colpi di fortuna, e guadagni non solo soddisfazioni professionali ma anche delle persone, che è una delle cose migliori a cui uno possa aspirare, credo.
Infine, oltre a proseguire il febbricitante lavoro su LAW, mi sto accingendo a sceneggiare una saga per la Disney in cui il protagonista – manco a dirlo – è proprio Zio Paperone. E così ci ricongiungiamo all’inizio dell’intervista!

E infine, prima dei saluti di rito, quale è la colonna sonora che consiglieresti per leggere “Law”?
Che domande, certamente “Law Theme”! E’ la musica che io e l’amico e polistrumentista Michele Campanella abbiamo composto per il booktrailer della miniserie. Il primo nucleo del brano l’ho creato quando ancora io e Davide stavamo lavorando alla prima versione del progetto (che all’epoca si chiamava Objection). Non vedevo l’ora di poter trasformare in realtà la colonna sonora che avevo in testa per quel progetto, e la decisione di fare un booktrailer (o comictrailer, come altri dicono) mi ha dato la scusa per trovarmi con Michele e comporre, arrangiare, eseguire, registrare, mixare questo pezzo.
Dove potete sentirlo? Ovviamente guardando il booktrailer su YouTube, qui:

Esulando dalla musica che abbiamo appositamente composto per LAW, ci sono sicuramente altre canzoni che rispecchiano come atmosfera il nostro fumetto. Per esempio, nel primo episodio ci saranno citazioni da una canzone di David Bowie e da una dei Rolling Stones, che ho poi inserito anche nel booktrailer specifico di quell’episodio, che puoi vedere qui:

Quanto al secondo episodio non lo so, perché lo sta scrivendo Davide, mentre sul terzo, che stiamo scrivendo insieme, probabilmente le citazioni saranno da una canzone dei Korn e da “Liar” dei Queen. Insomma, ogni episodio ha le sue atmosfere, anche se sicuramente io sono un amante del rock anni ’70, quindi spesso è lì che vado a parare!
Finisco ringraziando te, Gianluigi, tutta la redazione de Lo Spazio Bianco, tutti i lettori “sintonizzati” ora sul sito e soprattutto quelli tra loro che decideranno di dare fiducia per sei episodi – uno ogni due mesi a partire dal 18 aprile – a LAW!

Grazie a te, Giorgio, e alla prossima!

Riferimenti:
Il blog ufficiale: lawcomics.blogspot.it

10 commenti

  1. Giorgio Salati

    Colgo l’occasione per ricordare che questo sabato alle 14 saremo nella Sala Incontri al Napoli Comicon a parlare di LAW.

    Ci vediamo là!

  2. Giorgio Salati

    Prego! Non andrò in ogni sito a rispondere alle critiche, ma visto che questa era un’intervista al sottoscritto, ho ritenuto di rispondere a chi rispondeva all’intervista!

  3. Giorgio Salati

    Ciao Ape,
    Quello di usare degli attori realmente esistenti come modello per i personaggi è una tradizione del fumetto italiano che parte da Dylan Dog, Dampyr, Julia, perfino Saguaro che deve ancora uscire. Non so se si possa accusare Sclavi, Berardi, Boselli, Enna, di non essersi sbattuti abbastanza.

    Quanto alle spese legali, avresti ragione se si trattasse di cause civili. In Europa. Negli Stati Uniti funziona in maniera diversa: ognuno paga il proprio avvocato in ogni caso a parte qualche causa a livello federale.

    • Lo Spazio Bianco

      Grazie Giorgio per la partecipazione ai commenti. Credo sia una bella occasione per i lettori poter esprimere opinioni e/o dubbi con uno degli autori della serie! :)

  4. Fumetto preso e letto tutto attentamente. Sinceramente l’idea non mi è spiaciuta però si vede davvero tanto di come le idee per quanto riguarda i personaggi e la messa in scena manchino e non poco tanto che anche i volti sono copiatissimi da grandi attori. Non so davvero il lavoro dietro ad un fumetto ma prendere “spunto” da attori reali non mi sembra un gran sbattimento. Poi la messa in scena della Fontana è magnifica però va a mancare sempre quel senso di vedere davvero personaggi nuovi e non mere copie. Anche la storia fa un po acqua ma passa…senza contare poi il grosso errore legato alle spese legali: chi vince NON paga MAI ma è la controparte a pagare tutte le spese legali.

  5. Giorgio Salati

    Ciao Elio, sono d’accordo con te.

    Il nostro fumetto non ha intenzione di copiare nessuna serie tv, spero che questo sarà più chiaro magari dopo aver letto per intero il primo albo.

    Certamente però è pur sempre un legal thriller, a certe caratteristiche del genere siamo stati fedeli, cercando comunque di trovare una nostra via.

    Se no non l’avremmo chiamato legal thriller.

    Ogni genere ha le sue caratteristiche, e siccome la maggior parte dei legal thriller che una persona può aver visto sono serie tv, è abbastanza normale che uno trovi delle similitudini nel modo di raccontare.

    Certamente la similitudine va cercata anche nel fatto che il nostro è un prodotto seriale esattamente come le serie tv, e anche in questo si potranno trovare delle inevitabili similitudini, rispetto a quello che invece può essere un romanzo o un film.

    Tanto per dire che la serie tratta da “The Firm” di Grisham non ha funzionato proprio perché evidentemente adattare uno stile narrativo di un romanzo a un prodotto seriale non è così facile.

    La nostra intenzione – come già abbiamo spiegato in diverse interviste, tra cui quella qui sopra – è stata quella di non fare UN legal thriller qualsiasi ma di trovare una nostra strada tramite un concept preciso, quello del parallelo tra mondo legale e show business.

    Però la serie resta un legal thriller. Non puoi fare un western o un noir o un fantasy senza certe caratteristiche tipiche del genere, altrimenti non li chiameresti western, noir e fantasy. Idem per il legal thriller, è ovvio che ci troverai delle similitudini con storie già esistenti, ancora di più con le serie tv visto che anche la nostra è una serie.

    E’ anche innegabile che avendo noi stesso guardato diverse serie tv (mica solo legal) abbiamo interiorizzato anche un modo di raccontare di un certo tipo.

    Quello che interessa a noi è principalmente raccontare delle storie valide, interessanti, dar vita a dei personaggi vivi e alle loro emozioni.

    Del resto ci importa davvero poco.

    Spero che se deciderai di leggere la nostra miniserie il tuo giudizio cambi, altrimenti pazienza, siamo perfettamente consapevoli di non poter piacere a tutti.

    Grazie comunque del tuo punto di vista, siamo sempre interessati alle opinioni di tutti.

    Giorgio

    • Sicuramente esprimerò un’opinione più approfondita dopo avere letto il primo numero della serie che comunque mi incuriosisce.
      Per ora ti ringrazio per la tua sollecita e puntuale risposta

  6. Secondo me, citando una frase da un post del blog dello sceneggiatore e disegnatore Giuseppe Di Bernardo, «… il fumetto popolare italiano non deve imitare le serie TV americane. E’ un suicidio. Deve invece valorizzare le differenze, di linguaggio e di contenuti» (vedi post http://dibernardocomics.blogspot.com/2011/08/i-fumetti-e-le-serie-tv-davide-contro.html).
    Ma se anche una casa editrice mainstream come la Star Comics ha pubblicato (almeno a quanto pare dall’albetto omaggio per ora l’unico stralcio della serie che ho letto) una miniserie che è una fotocopia di famosi serial TV americani vuol dire che dobbiamo abbandonare la speranza di un fumetto italiano che tratti temi autonomi e originali?
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

    • Simone Rastelli

      Ciao Elio, ciao Giorgio.
      La scarsa fortuna dell’ambientazione italiana significa certo che né gli autori né gli editori la considerano un valore aggiunto. Forse stimano che l’immaginario (e quindi il gusto) del lettore tipo sia costruito su ambientazioni estere? O forse è l’immaginario di autori e editori a esserlo, per cui una serie è “istintivamente” ambientata all’estero? Forse pesa anche/ancora l’associazinoe ambientazione/protagonisti italiani con (fumetto del) periodo fascista (cfr. “Eccetto Topolino” di Gadducci, Lama, Gori e “Italia a fumetti” di Fasiolo)?

      Comunque, se non erro, l’ambientazione italiana ha faticato ad affermarsi anche nelle produzioni televisive (al di fuori del genere del romanzo storico). Sarebbe quindi interessante anche studiare la loro evoluzione, che magari potrebbe darci qualche intuizione sul futuro del fumetto seriale.

      • Giorgio Salati

        Ciao Simone, scusa ma ho letto solo ora la tua risposta.

        Riguardo all’ambientazione statunitense, la nostra scelta è stata obbligata.

        La Legge in Italia e nel resto d’Europa è molto diversa rispetto a quella americana. E’ molto più burocratica, lunga e verbosa.

        Quella americana invece, in buona parte grazie alla presenza della giuria, permette la costruzione di storie più interessanti. Negli USA ci sono molte meno leggi, perché spesso il giudice decide in base ai precedenti.

        Gli studi legali americani spesso indagano loro stessi sui propri assistiti, assumono molti consulenti, e soprattutto devono esporre le proprie tesi in aula in maniera molto semplice e d’effetto, perché la giuria popolare è formata da persone comuni e non addetti ai lavori.

        In Italia invece i processi sono pieni di tecnicismi e burocrazia, il che “ammazza” le storie! Praticamente solo Carofiglio è riuscito a scrivere ottime storie di carattere legale ambientate in Italia, anche se i suoi sono molto più “romanzo” che “legal thriller”.

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