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Intervista a Piero Macola

Intervista a Piero Macola - immagine1-5590Come ti sei avvicinato al tema della pesca (e alla sua trasformazione “industriale”)? Hai parenti o conoscenti che hanno vissuto questa esperienza? è una vicenda che ha lasciato una ferita nella tua terra?
e’ abbastanza frequente sentire o leggere notizie che riguardano i problemi dei pescatori o quelli legati allo sfruttamento eccessivo delle risorse marine.
Tuttavia, non sono per nulla un esperto del settore. Le storie di mare e di questi uomini sballottati dalle onde, mi affascinano per la forza simbolica. Mi sembrano una bella metafora della vita.

Lo stile del racconto è malinconico, misurato, per certi versi trattenuto. Le azioni si compiono ma, sembra, mai fino alle conseguenze più estreme. Il tuo sguardo vuole far emergere di più il problema dell’incapacità di adattarsi a un mondo che volenti o nolenti muta, o piuttosto una critica a come si è trasformato il mercato della pesca?
Mi pare che, nella vita di tutti i giorni, siano rare le conseguenze estreme; per quanto le cose possano andare male, il dolore non è quasi mai irreversibile. Cerco un tipo di racconto attento alle sfumature, un tono che non sia mai sopra le righe. Suggerire le emozioni piuttosto che esprimerle “ad alta voce”. In un silenzio, in uno sguardo, in un gesto trattenuto c’e’ spesso più drammaticità che in un atteggiamento troppo teatrale.
Il mio interesse è senza dubbio per le vicende umane. Non conosco abbastanza bene il mercato della pesca per fare un discorso politico. Il protagonista della storia, ha a che fare con delle trasformazioni molto più grandi di lui. L’immagine della sua piccola barca a confronto con l’enorme nave/officina e’, da questo punto di vista, emblematica.

Il paese di mare in cui è ambientato il racconto non è nominato. Per lo stile narrativo usato, mi pare si tratti di un paese simbolico. O l’Italia in cui sei cresciuto?
e’ senza dubbio simbolico, un misto di paesaggi che si sono mescolati nella mia immaginazione, un luogo che pero’ volevo verosimile. Mi sono divertito ad inserire tracce della Laguna di Venezia, la città dove sono cresciuto. Per alcuni aspetti, invece, potrebbe collocarsi sulle coste dell’Africa occidentale.

Puoi raccontarci come hai lavorato alle tavole? Come sei arrivato al disegno finito? Quali passaggi hai fatto per raggiungere questo stile pastello così pittorico ed evocativo?
Ho lavorato su dei fogli leggeri, di piccolo formato. Ho utilizzato le matite colorate e un po’ di computer. Pensavo che questa tecnica potesse essere rapida e fresca. Alla fine, mi sono trovato a fare un lavoro minuzioso e lento. Ho cercato di evitare il segno e lavorare sui volumi, sulle luci, le atmosfere, limitando le variazioni di colore.
Rispetto a quanto detto prima (riguardo un tipo di racconto fatto di sfumature), mi sembrava che un disegno delicato fosse più adatto.

Che preparazione artistica hai? Come stai lavorando alla definizione del tuo stile, che è senza dubbio mutato rispetto a Sola Andata?
Ho fatto una scuola d’arte a Bruxelles nella sezione di fumetto. Cerco di trovare un disegno che possa evocare le emozioni che vorrei trasmettere. Allo stesso tempo, cerco di trovare le storie che servano a disegnare come ne ho voglia, in un determinato momento. Per me è piuttosto difficile utilizzare più volte lo stesso tipo di disegno, mi piace cambiare e provo a migliorarmi. Credo ci sia sempre un movimento d’opposizione e di continuità rispetto ai lavori precedenti. Per esempio, in Sola Andata avevo utilizzato un segno nero sottile e tinte piatte, in Fuori Bordo volevo fare a meno del segno e lavorare su luci più sfumate. Invece mi interessava continuare a lavorare su un ritmo di narrazione lento e una certa fragilità del racconto e dei personaggi.

Come dicevo, la storia appare sospesa. L’azione è spesso sospesa. In effetti il finale sembra quasi nascondersi, non manifestarsi. Perche’ questa scelta?
Volevo lavorare su un ritmo lento, fluttuante.
I protagonisti sono insoddisfatti del loro destino, la loro frustrazione si ritrova nel fatto che gli eventi restino un po’ incompiuti, sospesi. I personaggi oscillano tra speranza e disillusione. Il finale doveva restare aperto, suggerire che l’oscillazione sarebbe continuata.
Come spesso accade, sono partito da un groviglio d’idee, sulle quali ho lavorato per sottrazione. Ho provato ad ottenere una trama semplice, ma con delle atmosfere calde che potessero trasportare più lontano dei singoli fatti che la compongono.

Credo che in parte manchi la volontà di portare le azioni alle sue conseguenze. In qualche modo è uno sviluppo anti-narrativo. è una tendenza che ritrovo spesso in lavori indipendenti in questi anni (italiani e non). Perche’? è l’idea della parcellizzazione delle esperienze? Una forma di minimalismo? Il voler suggerire particolari emozioni? Stati d’animo? Cosa ne pensi?
Per quanto mi riguarda, c’e’ un sentimento d’inadeguatezza dei personaggi, che si mescola ad un certo distacco. Vivono senza avere la capacità di influenzare direttamente gli eventi. Sono in balia delle onde.
Non sono d’accordo con lo “sviluppo anti-narrativo”. Io cerco di esserlo narrativo. Forse è più anti-eroico, anti-retorico. Nei due fumetti che ho fatto, ho trattato due generi precisi, quello della “guerra” e quello della “avventura di mare”. Ho cercato di farlo da una prospettiva personale, non classica, ma con la precisa intenzione di raccontare una storia.

Non c’e’ anche una sorta di “pigrizia” e di timore nel voler costruire una storia più strutturata, più conchiusa?
Io sono pigrissimo, ma non quando faccio un fumetto. Piuttosto, direi che ho un atteggiamento perplesso, dubbioso, incerto, non riesco ad essere categorico. Poi ogni storia ha il suo tono, il suo colore. Probabilmente un giorno avro’ voglia di fare un racconto con una trama più strutturata, un finale più definitivo, qualche certezza in più.

Ho visto che hai avuto il sostengo della comunità francese del Belgio e del centro nazionale del libro in Francia. Come è successo? L’Italia, da questo punto di vista, conferma una sostanziale indifferenza?
Ho vissuto in Belgio tre anni, adesso sono in Francia da sette. La cultura del fumetto in questi due paesi è importante, ben radicata. C’erano queste possibilità di borse e ho avuto la fortuna di ottenerle. Non so se in Italia esistano questi tipi di sostegni. Probabilmente no.

Una provocazione: una borsa di studio data in Italia a un autore francese per un’opera che non viene neppure pubblicata in italiano sarebbe percepita come una grossa scorrettezza, se non una ingiustizia sociale! Tu pubblichi in Italia dalla Francia. Che idea passa del mercato fumettistico italiano di questi ultimi anni da la’?
Preciso: quando faccio un fumetto non so ne’ se sarà pubblicato ne’ dove, non ho un contratto mentre lavoro. Io spero che presto Fuori Bordo sia pubblicato anche in Francia. Inoltre una delle due borse, quella del Centro nazionale del libro in Francia, prevede che una parte dei soldi sia versata solo dopo la pubblicazione francese.
Per quanto riguarda il mercato fumettistico italiano, non ti so dire che idea se ne facciano qui e non conosco bene le cifre. So che in Francia c’e’ una sovrapproduzione di libri, escono ogni mese decine di novità e questo crea una serie di problemi.
Sono stato al festival di Lucca a novembre, le proposte sono anche lì davvero numerose e ci sono molti autori italiani bravi. Secondo me una delle cose che manca in Italia è la presenza dei fumetti nelle librerie “generaliste”, mentre le “fumetterie” hanno spesso un’aria triste. Quindi è più difficile scoprire le belle cose.

Come era stato accolto Sola Andata?
Direi bene. Spesso le storie di guerra sono violente e movimentate. Il fatto di aver raccontato le attese, le pause, il tempo che sembra non passare mai, è stato accolto, penso, come un elemento d’originalità ed è stato apprezzato. Anche in Francia, dove, per ora, Fuori Bordo non è pubblicato.

Come è iniziata la tua collaborazione con ?
In Belgio avevo scoperto il primo numero della loro rivista/libro, Black. Nel 2002, al termine degli studi, mandai dei disegni a tanti editori. , della Coconino, fu l’unico a rispondermi positivamente e ad incoraggiarmi a realizzare Sola Andata.

Come ha lavorato e sta lavorando per far conoscere i tuoi lavori? Trovi ci sia un reale sostegno e un’adeguata promozione al tuo lavoro? O la parte principale deve farla comunque l’autore?
Coconino ha portato molte novità e un modo di fare che ha influenzato altri editori di fumetti in Italia. Nel contesto in cui opera, è riuscita a far conoscere autori italiani e stranieri importanti.
Gli autori possono giocare un ruolo per promuovere i loro libri. Poi dipende, alcuni sono più abili in questo che altri. Io ancora non riesco a decidermi a farmi un sito.

In entrambi i lavori si respira un clima di grande malinconia. Hai lo sguardo rivolto al passato, a un passato difficile, di distacchi. Come lavori per rendere queste sensazioni sulle tavole? Come lavori sul ritmo, sulle azioni, sulle caratterizzazioni?
Senza i distacchi, le delusioni, i problemi, non ci sarebbero le storie. I miei personaggi sono in difficolta’. Cerco di renderli toccanti, umani, il lettore deve potersi ritrovare, in qualche modo, in cio’ che racconto.
Voglio dare ai fumetti un respiro ampio. Sviluppo la storia e il disegno allo stesso tempo, senza una sceneggiatura dettagliata. Lavoro molto sulla scansione in immagini delle scene, sulle inquadrature. Le azioni procedono con un ritmo lento, perché, secondo me, è più vicino alla quotidianita’, anche se, banalmente, si dice che viviamo in un’epoca molto veloce. Restando come sospeso nel tempo, ogni gesto prende la sua ampiezza, la sua importanza, la sua drammaticita’. Dei momenti, come le attese, le pause, che potrebbero sembrare insignificanti, diventano centrali.

A proposito di questo mi viene in mente una considerazione di che dice che la maggior parte delle storie che legge in questi anni potrebbero essere ridotte a poche pagine. il soggetto della tua storia, in effetti, potrebbe svolgersi in 4 tavole a la Spiegelman. più o meno. In questo modo si perderebbe pero’ l’atmosfera e la percezione di sospensione che hai reso. Cosa ne pensi di questa indicazione di Spiegelman?
Probabilmente Spiegelman vuole dire che c’e’ una mancanza di contenuti nelle storie. Ha ragione, del resto la mancanza di contenuti è diffusa non solo nei fumetti.
Pero’ non è solo la storia che si racconta ad essere importante ma anche e soprattutto il modo in cui la si racconta. Fuori bordo è una storia contemplativa, se mi passi questo termine. Io spero ci si possa trovare anche della sostanza.

In tutto questo, il tuo approccio appare quasi naturalista, piuttosto che
simbolico. che idea hai da autore del segno e del simbolo che è proprio del
fumetto?

Il fumetto rappresenta le cose attraverso piccoli disegni parlanti. Anche nel fumetto più “realista” c’e’ un forte grado di astrazione. Per questo, come dicevo, richiede uno sforzo da parte del lettore. Ho raccontato una storia che prende spunto da fatti reali e l’ho trattata con attenzione per il dettaglio, per la quotidianita’. In questo forse sono stato “naturalista”. Partendo da un atteggiamento di questo tipo ho cercato anche di rimandare a qualcos’altro. Pero’ una vera analisi semiotica sul linguaggio del fumetto non sono in grado di farla, mi dispiace. E’ vero che mancano riflessioni di questo genere.

Nel tuo immaginario, come si colloca il fumetto rispetto agli altri media? Perche’ trovi importante comunicare con esso?
I diversi modi d’espressione si contaminano a vicenda. Le cose da cui io pesco di più vengono dalla letteratura, il cinema, la pittura e il disegno. Del fumetto apprezzo che si fa, quasi sempre, da soli e con pochi mezzi. La difficoltà sta nel riuscire a catturare l’attenzione con questa semplicità di mezzi. Richiede anche uno sforzo da parte del lettore, che deve credere, o quanto meno partecipare, a quello che vede rappresentato in quadratini disegnati.

Nella quarta di copertina di Fuori Bordo si fa riferimento ai racconti di Checov. C’e’ una reale ispirazione al suo lavoro? Trovi ci sia questa affinita’? Se si’, in che modo?
Di Checov ho letto pochi racconti. Non abbastanza da farne una reale ispirazione.

Altre fonti di ispirazioni, interne o esterne al fumetto?
I primi grandi nomi che mi vengono in mente: John Fante per i personaggi affettuosamente disperati; i racconti di Jack London, soprattutto quelli di mare e di costa; Robert Bresson per la capacità di raccontare per immagini attraverso il montaggio e i dialoghi scarni degli attori non professionisti, le luci dei disegni a matita di Georges Seurat.

Hai in mente un destinatario tipo del tuo lavoro? Chi pensi di poter raggiungere? Pensi sia più facile, oggi, che il tuo libro venga apprezzato dagli appassionati di fumetti o dai lettori “generalisti”?
Quando disegno, non ho in mente un lettore tipo. Spererei di poter raggiungere anche chi non ha l’abitudine di leggere fumetti. Pero’ non è facile diffondere lavori come questi, è probabile che sia un pubblico di appassionati che ne venga a contatto, lettori di quelle che oggi si chiamano le graphic novels.

Hai già in mente qualche progetto futuro?
Se parlo di un progetto, va a finire che non lo realizzo. Allora non dico niente…

Grazie!
Grazie a te!

Riferimenti:
Fuori Bordo su LoSpazioBianco

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