L’inchiostro di Paola: intervista a Paola Cannatella
Paola Cannatella, dopo aver meritato alla Triennale di Milano nel 2006 il «Fumetto International – Talent Award» nell’autunno del 2007 pubblica per Tunué Inchiostro di Jack, suo primo lavoro di ampio respiro, un graphic novel introspettivo illustrato con un segno nitido ed armonioso. Dotato di una struttura narrativa ricercata, frutto di una pura osmosi autobiografica, Inchiostro di Jack ha recentemente procurato all’autrice la nomination come miglior esordio al Premio Carlo Boscarato 2008.
Vorrei iniziare questo scambio sull’onda della suggestione...qual è il tuo primo ricordo legato al fumetto, il primo che hai letto, gli autori e i personaggi che ti hanno colpito all’inizio e che ti sono rimasti dentro? Porca miseria mi devo spremere troppo il cervello per una cosa così… (qualche minuto a pensare) Beh, di sicuro all’inizio c’è stato Topolino. Quando ho iniziato a disegnare fumetti, alle scuole medie, più o meno a dodici anni, disegnavo i miei personaggi (ovviamente autobiografici) un po’ alla Walt Disney, con il becco o con il muso di topo, e nella mia stanza sono rimasti appesi per anni due bellissimi poster di Paperino e Zio Paperone. Mi ricordo ancora molte sequenze e le battute dei fumetti a memoria, ma a parte Cavazzano, non mi chiedere i nomi degli autori, perché a quei tempi non mi interessava affatto saperli e ad oggi non me n’è rimasta traccia…
Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a credere di poter diventare un’autrice? Maaaah… ho sempre disegnato a fumetti per raccontare e con il presupposto di realizzare qualcosa che in futuro io stessa non mi annoierei a rileggere. Con un po’ di cieca presunzione, ho anche creduto di essere una delle poche al mondo in grado di progettare e portare a compimento storie a fumetti di centinaia di pagine…
Parlando del tuo percorso come autrice di fumetti, sei nata a Catania dove hai trascorso l’adolescenza. Come e in che modo questo ti ha influenzato? Eeeh… a Catania ci sono rimasta quasi per 29 anni, altro che adolescenza! A mio avviso, si tratta di una città in cui traboccano storie da tutte le parti, da cui traggo ispirazione per i miei fumetti: le sue contraddizioni e le sue stratificazioni, il senso dell’isolamento, la suggestiva vicinanza al mare e all’Etna, la personalità e l’umanità degli abitanti, mi vergogno un po’ a dirlo, ma spesso mi hanno fatta sentire come se ci fosse sempre una sottile comunicazione fra me e il resto del mondo. Per esempio, è un po’ come riferisco in Inchiostro di Jack, quando la protagonista, in un momento di solitudine, girovaga in “posti impregnati di storia e bellezza, ma abbandonati a se stessi”, confrontandosi con la solitudine della sua stessa città. Dal punto di vista pratico, c’è stato il problema che dalle mie parti il settore dei fumetti non è quasi per nulla sviluppato… E questo mi ha influenzato aggravando le mie fatiche a confrontarmi con altri fumettisti, coltivare una formazione e comprendere le regole del mercato. E lì ho scoperto la mia testardaggine…
Venendo da un’area del paese logisticamente svantaggiata rispetto ad altre nel rapporto col mondo editoriale e degli addetti ai lavori, come si sono svolti i tuoi contatti? Hai trovato difficoltà? Sei anni fa, mentre stavo pensando a cosa preparare per la tesi di laurea in economia e commercio, trovai l’argomento da "due piccioni con una fava". Effettuai un’analisi di settore dei fumetti negli anni 2002 e 2003, andando in giro per fiere ad intervistare gli addetti ai lavori, e gli altri li contattai telefonicamente, inviando loro dei questionari da compilare. Oltre a farmi un’idea delle regole e dei personaggi che si aggiravano per il mercato, mi rimasero un bel po’ di contatti…
Nel tuo stile si notano delle similitudini con quello di Luca Enoch e Terry Moore. Solo un caso o sono fra le tue influenze artistiche? Più in generale quali sono gli autori di fumetti che ti hanno influenzato maggiormente come autrice? Fino ad un annetto fa, non ci pensavo minimamente alle mie influenze, perché immagino che siano tutte sub-inconsce. Dopo aver pubblicato IDJ, un sacco di gente mi ha detto che somigliavo un po’ a qualcun altro. E allora me lo sono chiesto… Posso dire che per i disegni del mio stile realistico mi è capitato di osservare Luca Enoch, Vittorio Giardino e Takehiko Inoue. Davvero somiglio a Terry Moore? Lo conosco ma non l’ho mai letto!... Per le storie, mi hanno influenzato un mucchio di grandi autori famosi, di varie nazionalità, ma non perché alla fine ci somiglio –figuriamoci-, ma perché li ho messi sull’altare, la loro esistenza mi dà gioia, perché so che col fumetto si può sorprendere e commuovere: per l’elenco completo, ti rimando al mio blog perché di sicuro così su due piedi me ne scorderei qualcuno. Comunque, di certo mi fanno da esempio Hayao Miyazaki, Neil Gaiman, Marjane Satrapi, Igort, Takehiko Inoue, Frederick Peeters, Rumiko Takahashi, Charles Burns, Osamu Tezuka…
I tuoi personaggi sono molto umani, tanto che è facile riconoscere se stessi o qualcuno che abbiamo conosciuto. Nelle tue storie quanto pesano l’elemento autobiografico e l’invenzione di personaggi e situazioni? Diciamo cinquanta e cinquanta.
Sei un’autrice in un mondo, il fumetto italiano, in larga parte maschile. Ai miei occhi il tuo punto di vista nel racconto si connota per una molteplicità di sfumature psicologiche che non riscontro tra gli autori, solitamente diretti secondo tensioni emotive costanti. È così oppure è solo una mia impressione? Per quanto riguarda il mio modo di raccontare, beh, cerco sì di personalizzare meglio che posso "introspettivamente" i miei personaggi, con il risultato delle connotazioni psicologiche che hai notato. Per quanto riguarda gli altri autori maschi italiani, non saprei, credo di non averne letti abbastanza… però è vero che per la caratterizzazione dei personaggi ho imparato di più dai fumetti giapponesi che non da quelli italiani.
Fumetto al femminile...qual è il tuo punto di vista in proposito? Mi interessa, soprattutto in Italia. Provo a tenere d’occhio il fenomeno. Come dicevo prima, non ho letto abbastanza, e ho l’impressione di conoscere pochissime autrici complete, come Gabriella Giandelli, Francesca Ghermandi, Leila Marzocchi, Laura Scarpa… D’altra parte, ho riflettuto su autrici come Rumiko Takahashi (Ranma ½, Lamù) e la coreana Soo Lee Hon (Master School Olympus), che realizzano fumetti che attribuirei di più ad autori maschi e non sono per niente indirizzati a un pubblico “privatamente” femminile come gli shojo manga. Mi sembra che questa ondata di fumetto di matrice orientale realizzato da autrici donne possa trasmettere coscienza di sé alle italiane…
Parlando dell’aspetto grafico delle tue storie, come hai maturato il tuo segno? In verità, non sono ancora soddisfatta del mio attuale segno. Sono un’autodidatta con la dannazione che invece voleva frequentare un corso di fumetti, almeno per qualche tempo… Ad ogni modo, ho disegnato tantissimo a matita, e ho sempre avuto paura dell’inchiostrazione prima, e dei colori poi. Ho cercato di confrontarmi chiedendo pareri ad editori e autori che inseguivo alle fiere di fumetti, e poi anche ad altre persone, come il mio fidanzato, mia madre, i miei amici, più o meno competenti, perché a Catania ero isolata e anche da una persona non specializzata spesso riuscivo a sentirmi dire qualcosa di utile… con un eccesso di autocritica, presumo, elemosinavo obiezioni ai miei disegni. E quando me ne accorgevo in tempo, nel 90% dei casi cercavo di rifarli o ritoccarli con Photoshop. Ormai, sono arrivata al punto che non mi affeziono alla tavola e al disegno fatto a mano, perché tanto poi, se non mi piace, la aggiusto. Sono maturata così, a forza di ascoltare, cancellare e revisionare.
Il buon vecchio labor limae! Quali tecniche mezzi utilizzi per disegnare? Niente di speciale… In breve: matita; tavolo luminoso; pennarelli per inchiostrare, con una punta minima da 0.05; poi scansiono il tutto al PC e aggiungo altri elementi in Photoshop. Poi c’è la revisione continua per gli aggiustamenti…
Ti definiresti un’autrice realistica? No, non direi… anche se lo stile di disegno può essere realistico, nei miei fumetti metto sempre qualcosa di surreale, almeno nella storia.
Insomma, lasci sempre un’uscita di sicurezza per la fantasia. Immagino che le tue letture non si limitano al solo fumetto. Quali sono gli autori e le opere che senti analoghe al tuo modo di sentire la narrazione o semplicemente cosa ti piace leggere? Immagini male!!! Scopriamo gli altarini!… Leggo molti fumetti ma non abbastanza, e pochissimi libri. Eppure tutto quello che leggo e che amo poi lo rileggo anche decine di volte fino a che imprimo fortemente nella memoria immagini, battute, significati ed atmosfere che mi hanno colpita. Tra i pochi libri, Gabriel Garcia Marquez è l’unico autore di cui abbia letto più di un’opera, oltre Cent’anni di solitudine, che amo e sento vicino. Mi sono affezionata anche a La storia infinita di Michael Ende e Nessun dove di Neil Gaiman. Ad ogni modo, ecco la scusa: non è che non mi piace leggere i libri, è che non riesco a trovare il tempo di leggerli. Aggiungo che, mi è capitato tante volte di abbandonare un libro appena iniziato, e perfino un paio che stavo per concludere, che fino a quel momento mi avevano preso, solo perché avevo saputo da qualcuno come finivano… Che vergogna!
Parliamo di Inchiostro di Jack, il graphic novel che hai pubblicato con Tunué nell’autunno del 2007. La storia per chi non l’avesse letta racconta due esistenze parallele, un ragazzo ed una ragazza e le loro relazioni con gli altri, la famiglia, i compagni di classe, le amicizie, gli amori, ma anche i loro sogni, le angosce ed i desideri, i dubbi. La struttura narrativa è molto efficace nonostante si regga su equilibri precari: come l’hai risolta? Di sicuro, ho pensato molto al lettore. Inchiostro di Jack racconta ben dodici anni delle vite dei protagonisti, Gene e Gaia, così ho costruito un spettacolare tabella (di 11 righe e 21 colonne) con la cronologia degli eventi, valutando l’incastro dei vari elementi sugli universi bianco e nero con i relativi protagonisti maschile e femminile: l’anno e il mese di riferimento; l’età del protagonista; i fatti che vengono raccontati; quello che non viene raccontato direttamente. Mi sono spremuta il cervello per creare delle corrispondenze fra ciò che succede nello stesso momento a Gaia nell’universo nero e a Gene nell’universo bianco, creando due protagonisti e due personaggi immaginari, che poi sono sempre Gene e Gaia che si comportano per quello che vivono e hanno vissuto nel mondo a cui appartengono. Poi, per garantire l’equilibrio, il numero delle pagine bianche è identico a quello delle pagine nere: quarantacinque tavole per due universi, totale novanta tavole, suddivise in sei capitoli di quindici tavole. Insomma, ho creato una storia che poi ho cercato di governare scientificamente. Si è capito quello che ho detto?
Matematico. Hai tratto ispirazione da qualcosa per questa soluzione? No. Devo dire che mi piace davvero tanto ingegnarmi sulla struttura narrativa. Nel fumetto, dopo aver pubblicato Inchiostro di Jack, ho scoperto con piacere Black Hole di Charles Burns. Prima di Inchiostro di Jack, i miei esempi (non ispirazioni) riguardano alcuni film come Pulp Fiction, Memento, AmoresPerros e Babel. Alejandro González Iñárritu… lo venero!
Questi che hai citato sono ottimi esempi di strutture narrative complesse. A livello grafico invece come hai proceduto per rendere realistica l’ambientazione catanese? Alla vecchia maniera: sono andata personalmente a fotografare tutti i posti che volevo rappresentare nel fumetto. Uscivo in bicicletta, che già per una catanese è strano, e la maggior parte delle volte sapevo cosa volevo fotografare, ma di tanto in tanto giravo un po’ alla cieca, a cercare qualche luogo che mi ispirasse. È stato piacevole, anche se a volte mi sentivo una pazza, anche perché c’era sempre qualcuno che mi guardava come se lo fossi (a Catania nessuno si fa i cavoli suoi).
Confermo in pieno. Da quelle parti girare in bicicletta è visto come qualcosa di bizzarro ed incomprensibile. Tornando al fumetto, in cosa vorresti migliorare ed in cosa invece sei soddisfatta del tuo lavoro? Vorrei migliorare soprattutto nel disegno, su tutti i punti di vista. Per le storie sono più soddisfatta ma intendo affinarmi ancora e documentarmi sempre meglio…
Progetti per il futuro. Continuerai nel solco dell’autobiografismo o intendi esplorare altri generi? Al momento ho due importanti progetti in cantiere per lo più dentro la mia testa, diversi nello stile e nel genere, ma nelle storie c’è sempre qualcosa di autobiografico. Non come Inchiostro di Jack, che lo è praticamente per metà. In futuro, credo che la mia persona sarà una presenza leggera e molto discreta nelle storie…
Nessuna anticipazione proprio nessuna da dare ai lettori? Beh, a chi è piaciuto Inchiostro di Jack, il progetto che si avvicina come stile e genere potrebbe diventare un prossimo libro entro il Napoli Comicon 2009. La storia vedrà protagonista una giovane donna bella ed eterea, affascinata dalla morte, sull'orlo della crisi dei trenta anni. La città di Catania, a cui lei è legatissima, sarà ritratta in quelle componenti di contraddizione e suggestione di cui parlavo prima… Ho già iniziato a documentarmi, scendendo dentro un antico pozzo con un’antica leggenda, nel centro storico. E ci sarà una struttura narrativa un po’ particolare, di quelle in cui mi piace mangiarmi il cervello…
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