Approfondimenti

Una storia di ordinaria violenza italiana

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Una storia di ordinaria violenza italiana - immagine1-5552Il 25.09.2005, nei pressi del parco dell’ippodromo di Ferrara, Federico Aldrovandi, giovane incensurato di 18 anni, di rientro da un sabato notte con gli amici, viene fermato da due volanti della Polizia.
Dopo essere entrato in contatto con i quattro agenti delle volanti, in un arco di tempo brevissimo – meno di venti minuti – muore e viene trovato dai medici a terra, già cadavere e ammanettato.

Il 06.07.2009 il tribunale di Ferrara, attraverso il giudice Francesco Maria Caruso, condanna a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell’omicidio colposo di Aldrovandi.

Grazie all’indulto varato nel 2006, in ogni caso, non sconterebbero comunque questa pena.

LE DIFFICOLTA’

Una buona cultura, tanta passione per il “medium”, capacità critica ed un posto dove poter “pubblicare” la propria critica; ultimamente sembra sia alla portata di molti (sui blog, ad esempio) recensire o fare una “critica” ad un fumetto, se questo è quel che serve per poterla fare. In questo caso, anche se son solo fumetti, è difficile parlarne. I motivi sono vari e vanno accennati; in primis c’e’ tuttora, e presumibilmente per un bel po’ ancora, in atto un processo (che ha avuto già un suo passaggio importantissimo quale la sentenza di primo grado) che coinvolge emotivamente la famiglia Aldrovandi e giuridicamente i quattro poliziotti; in secondo luogo perché la vicenda narrata nell’albo ha avuto ed ha tuttora riscontri mediatici molto forti (che si ripercuotono anche sul caso Cucchi, recentemente esploso in seguito alla morte del giovane geometra romano). Inoltre esistono separati filoni di indagine collegati alla vicenda Aldrovandi che hanno preso vita e che interessano altri esponenti delle forze dell’ordine così come privati cittadini, in una spirale sempre più grande che coinvolge un numero sempre maggiore di persone.
Non è facile, inoltre, perché è una vicenda così triste e dolorosa non semplicemente (e mi perdonerete l’avverbio) per il crimine che la anima, ma forse – non ce ne vogliano i genitori – soprattutto per l’articolato contorno di dichiarazioni/smentite, accuse/ritrattazioni, presunte cause di morte accidentale e reali cause di morte per trauma che hanno animato gli anni trascorsi dalla morte di Federico. E, per finire, perché non è facile parlare di un fumetto incentrato su una vicenda quando in realtà si è distratti dalla vicenda stessa.

ZONA DEL SILENZIO: RAGIONANDONE CON GLI AUTORI

Il libro è edito dalla Minimum Fax e si inserisce in un vera e propria nicchia editoriale che è poi quella recentemente creata dall’editore patavino Becco Giallo, la “cronaca italiana” a fumetti. Gli spunti, in questo campo, davvero non mancano e gli autori, il giornalista Checchino Antonini e l’autore completo Alessio Spataro, affrontano un argomento di tale – perdonerete il luogo comune – scottante attualità da non poterne non restare un po’ bruciati, nel cuore e nelle menti. Il soggettista Antonini aveva seguito, insieme al giornale con il quale collabora, Liberazione, il caso della morte di Federico; è suo solo il soggetto del volume, poi consegnato a Spataro, che ne ha curato l’adattamento a fumetti e il disegno. Dice Antonini della sua collaborazione con Spataro: “L’ho marcato stretto, ma più per capire come andava a finire che per intervenire. Abbiamo scoperto un modo interessante di scrivere a quattro mani. Credo che nessuno dei due abbia prevaricato l’altro. Non vedo l’ora di fare un’altra prova con Alessio”. E, in merito al chi abbia avuto l’idea di proporre questo romanzo, aggiunge: “Tutto comincia al ritorno da Genova 2001 quando mi imbatto nel primo reportage a fumetti su quelle giornate. Scopro Alessio e quando me lo presentano gli dico che preferisco le sue storie lunghe alle vignette (che pure mi fanno scompisciare). Sarà lui a venirmi a cercare con l’idea di fare un libro insieme sul caso di Federico Aldrovandi”.

Un libro che è romanzo grafico formato pocket, articolato e di discreta lunghezza, che intreccia vite, personaggi, storie e visioni della società moderna italiana in un avvincente percorso che conduce, nella parte finale, all’agghiacciante scena della morte di Federico, realizzata senza audio ed in slow motion. Non crei confusione l’utilizzo di termini prettamente cinematografici per descrivere un fumetto; la grammatica dell’arte sequenziale, infatti, permette agli autori che la conoscono appieno (e Spataro dimostra di essere uno di questi) di aumentare, diminuire o cassare del tutto l’audio del fumetto così come la velocità dell’azione, scandita dal movimento “supposto” fra le vignette in sequenza.
Per Michele Ginevra, “spatariano” della prima ora (del CFAPAZ il primo romanzo a fumetti del 2007 di Alessio Spataro, Non più estate, da un racconto di Floriana Grasso) “i due autori ci offrono una ricostruzione appassionata del caso Aldrovandi […]. Ma il libro ci propone anche un ritratto di una certa sinistra italiana, con le sue idealita’, criticità e fallimenti. Per questo motivo, “Zona del silenzio” va oltre la nota vicenda e può uscire prima della sentenza di condanna dei quattro poliziotti. Da sottolineare la grande prova artistica di Alessio Spataro”.
Il soggetto fornisce un paio di spunti interessanti, evitando di limitarsi al cronologico racconto della vicenda così come è avvenuta; Antonini costeggia l’omicidio di Federico come un navigato timoniere; sa quando accostare la riva e quando tenersi al largo per non incagliarsi negli scogli della banalita’. Racconta la storia di un giornalista coinvolto nell’inchiesta che solo pochissimi e meritevoli quotidiani portarono avanti. Dentro e attorno alla vicenda di Federico c’e’ spazio per l’intreccio con la vicenda personale del protagonista, un “vissuto” uomo di mezza eta’, apparentemente impaurito ma in realtà attratto al tempo stesso dalla notizia, da verificare, di una possibile, “tarda”, scoperta di paternita’. Si segue quindi Simone – è questo il nome del protagonista – e le sue vicende: dalla prima segnalazione ricevuta sulla “notizia” fino alle soglie della sentenza di primo grado, che, nella realtà delle cose, sarà emessa dopo la pubblicazione del libro. “Abbiamo avuto l’idea” – continua a raccontarci Antonini – “con il nostro editor, Christian Raimo, di introdurre delle sottotrame per raccontare il non detto di un’inchiesta, per forzare il genere, insomma. C’erano alcuni temi che ci interessavano come il funzionamento dei poteri forti in una città come Ferrara e il rapporto genitori-figli. Patrizia e Lino, i genitori di Federico, sono miei coetanei. Quel ragazzo avrebbe potuto essere mio figlio. Molti comitati per Federico sono animati da famigliole: padri, madri, figli e figlie. Abbiamo provato a leggere con quegli occhi questa vicenda. I protagonisti potrebbero essere padre e figlio, lo scopriremo solo in fondo al romanzo”.

La narrazione scorre molto fluida, l’intreccio ed il racconto sono ben bilanciati e ci conducono fino alle ultime pagine alternando passaggi di viaggio, di riflessione e di “acquisizione” di informazioni. Il pensiero degli autori su come siano realmente andate le cose è facilmente decifrabile, ma la narrazione non impone con violenza la verità con la “V” maiuscola; procede con lo stesso scrupolo giornalistico che mostra avere Simone e con una calma apparente anche quando deve raccontare alcune ricostruzioni improbabili delle cause della morte (le primissime rese note in pubblico). Eppure non manca una efficace trasposizione della realta’; ci indigniamo alla vista del politico di turno che cerca di buttare acqua sul fuoco cercando di delegittimare la dignità di Federico in modo da rendere verosimile un suo comportamento iperviolento. Oppure va segnalato come trasudi di naturalita’, nelle primissime pagine, il racconto dell’ultima giornata di vita di un diciottenne uguale a tanti suoi coetanei, con una leggerezza di narrazione che è l’unico motivo che permette di leggere la tragica storia fino alla fine.
Il tutto, e fin qui era stato volutamente dimenticato, rappresentando i personaggi della storia come… animali. Nel vero senso della parola. Alessio Spataro sceglie infatti la via dello zoomorfismo; il suo stile lievemente caricaturale, praticamente mai sporcato da tratteggi, rende questa scelta decisamente vincente. Dalla viva voce di Alessio in merito alla riuscita grafica del volume: “Sono pienamente soddisfatto del risultato e approfitto per ringraziare due figure che hanno elargito consigli essenziali in fase di lavorazione: il responsabile di collana Christian Raimo e l’art director Riccardo Falcinelli. Le tavole originali sono dei semplicissimi fogli lisci A4 di marca autarchica, quindi il doppio rispetto al formato del libro. Sopra la prima stesura a matita (rigorosamente H7) ho inchiostrato utilizzando pennarelli di varie marche e grandezze solo per rappresentare e distinguere i flash back, mentre per la narrazione cronologicamente attuale ho usato sia pennelli che pennarelli con la punta a pennello”.

Il romanzo, come dicevamo, utilizza questo ulteriore strumento narrativo (lo zoomorfismo) per evitare di dare quei pugni nello stomaco (un disegno realista avrebbe probabilmente creato un effetto fin troppo coinvolgente e veritiero) che non ti permettono di pensare; in questo modo, nascosto fra papere, gatti e cani, gli autori riescono lo stesso a coltivare, nel cuore di chi legge, un sentimento di indignazione e una crescente necessità di giustizia. Senza mai lasciarsi prendere dalla rabbia, con la lucidità necessaria per analizzare i fatti, anche se tragici. Ci racconta Antonini: , per noi un maestro, ha sottolineato anche lui quanto in questo libro manchi la rabbia: bene, in realtà la rabbia è stata sempre molto marginale in tutta la controinchiesta perché era primario “praticare l’obiettivo”, cioe’ partecipare alla costruzione delle condizioni per giungere a un pubblico processo, alla ricostruzione della verita’”.

Per Alessio, invece, su questa questione, “l’indignazione non deve essere trattenuta, ma canalizzata in un obiettivo fondamentale: la memoria di quello che è successo. So che non è una cosa facile, ma se due genitori riescono a indirizzare la rabbia per il figlio ucciso, spendendosi per raggiungere il risultato di informare, non vedo perché chiunque altro non possa fare altrettanto”.
Al grande Art Spiegelman, per commuoverci, erano bastati pochissimi tratti di inchiostro (quelli utilizzati per disegnare gli occhi dei topi/ebrei nei campi di sterminio nazisti); il nostro Alessio rappresenta Federico come un gatto (alla Juanjo Guarnido) e Simone come un topo, riuscendo a renderli espressivi con piccolissimi segni: occhi realizzati con piccolissime “virgole”, sopracciglia inarcate, etc. I poliziotti, invece, sono rappresentati come maiali, e i politici sono amebe… Ci dice Alessio: “Oltre a ringraziarti per il paragone lusinghiero e un po’ azzardato con Spiegelman, penso che questa mia scelta grafica abbia origini diverse. Sono cresciuto, come tantissime altre persone, leggendo fumetti disneiani dove i poliziotti zoomorfi erano sempre i buoni. Un topo (Mickey) che aiuta due cani (Manetta e Basettoni) ad arrestare un gatto cattivo (Gambadilegno) è uno stereotipo evidentemente studiato a tavolino per indottrinare le menti più fresche e malleabili. Quando poi ho cominciato a leggere i giornali ho scoperto che la realtà è ben diversa; in un paese non democratico come il nostro un omicida in divisa (uno dei quattro agenti che uccisero Federico) può vigilare e proteggere un summit di capi di stato perché sa di essere protetto dai vertici da una classe politica senza spina dorsale (come le amebe, appunto)”.

Alessio non è alla sua prima pubblicazione; ha un discreto successo soprattutto per le sue caustiche vignette satiriche e nelle ultime settimane gran clamore mediatico ha suscitato la pubblicazione di un volume (La Ministronza) vagamente (!) ispirato ad un Ministro della Repubblica Italiana… (da molto tempo pero’ già online in un blog appositamente creato giorgiamecojoni.blogspot.com).
La Minimum Fax, concedendogli in pratica la “messa in fumetto” del soggetto di Antonini, gli ha offerto la prima vera occasione per farsi conoscere al grande pubblico. “Per quel che riguarda la fama personale, preferisco essere conosciuto soprattutto per la continuità dei miei lavori. “Zona del Silenzio” è preceduto da pubblicazioni di cui sono pienamente soddisfatto, ma sono sempre albi a fumetti con storie brevi e antologie di vignette satiriche. Percio’ spero che questo libro edito da Minimum Fax, a prescindere dal contenuto e dal tema, possa essere il primo di una serie di romanzi grafici su cui sto già lavorando“.
Il libro si ferma prima della sentenza di primo grado, che ha visto poi condannati i quattro agenti di Polizia. Questo (l’individuazione – in primo grado – dei colpevoli), chiaramente non è un lieto fine pero’, ne’ quello raccontato nel libro, che strappa una amara risata. Conferma Antonini: “Non c’e’ alcun lieto fine, specie per gli Aldrovandi. E memoria e giustizia sono ingranaggi collettivi, non sono mai dati per sempre”. E infatti, aggiungiamo, vanno alimentati, perché dimenticare o sminuire le tragedie che avvengono non fa altro che lentamente cancellarle… E, in questo caso, non c’e’ nessun “Cafussi” che possa intervenire a cambiare le cose avvenute.

Un paio di considerazioni prima di concludere: se qualcuno ha voluto associare questa vicenda a quella di Rodney King (il tassista afroamericano vittima di un pestaggio brutale e ingiustificato da parte di alcuni poliziotti di Los Angeles dopo essere stato fermato per eccesso di velocita’), a chi scrive piace, ed anche per questo è molto interessante la sottotrama inserita relativa ad una “nuova” paternita’, piuttosto associare il nome di Federico Aldrovandi a quello Lorenzo Odone. Nella vicenda di quest’ultimo i genitori, con la forza che solo vedere un figlio ad un passo dalla morte può dare, “intuirono” una cura che nessun medico aveva immaginato per bloccare la progressione della malattia terminale del bambino, regalandogli così una nuova vita, difficile (la malattia non si è mai arrestata del tutto), ma comunque inaspettata. Il paragone è un omaggio ai genitori di Federico, che, con la loro battaglia, gli hanno donato una seconda vita (quella che resterà nella memoria collettiva), sovrascrivendola a quella fasulla e diffamatoria che gli si stava per cucire addosso dopo la morte. Roberto Saviano dice che la camorra di solito prova a screditare “moralmente” chi la combatte (e’ successo a Falcone, a lui stesso, a Don Peppino Diana, etc.); tentare di screditare Federico dopo la sua morte per poter rendere “verosimile” una morte più o meno accidentale a seguito di una violentissima lotta… Questo potrebbe paradossalmente essere più grave dell’assurdo omicidio stesso. Secondo il giornalista Antonini “prima di lui (Saviano, ndr) l’hanno detto i PM del processo Diaz: processare la Polizia è più difficile di processare uno stupratore o un capocosca: perché si tende a criminalizzare le vittime e si attiva un sistema di grande omerta’”.

E, oltre al fatto che non c’e’ lieto fine, troviamo un ulteriore difetto a questo libro: la mancanza, alla fine, della dicitura che scorre in coda ai film (i più tragici) che indica che la vicenda raccontata è frutto della fantasia dell’autore e che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Invece di questo messaggio, infatti, arriva un redazionale con i 46 punti che sunteggiano la vicenda fino al giorno della stampa del romanzo. 45 piccole stilettate che, lentamente, ci portano all’ultima, l’annuncio che ci sarà una sentenza di primo grado, ma che sarà emessa solo dopo l’uscita del libro…

EPILOGO

Una storia di ordinaria violenza italiana - immagine2-5552Possiamo grossolanamente indicare l’anno 100 d.C. come quello durante il quale Decimo Giunio Giovenale realizzo’ la sua sesta Satira nella quale è contenuta la frase: “Pone seram, cohibe, sed quis custodiet ipsos custodes?” (trad. “Chiudi la porta, impediscile di uscire, ma chi sorveglierà i sorveglianti?”).
Giovenale metteva alla berlina, indignato, i vizi e la corruzione dell’epoca in ci viveva. Le donne, e in questo caso Messalina, diceva, sanno bene come piegare le volontà degli uomini e sanno che, seppur sorvegliate, son pericolose proprio perché sanno “addomesticare” i sorveglianti. Nel 1986 la DC Comics diede alle stampe una miniserie a fumetti intitolata Watchmen; un racconto di supereroi che (dopo circa cinquanta anni di quantitativamente poderose pubblicazioni sempre decisamente poco impegnate) si staglio’ subito nel panorama generale per la serietà dell’analisi del concetto di supereroe e per la vastità di temi trattati (soprattutto sociali e anche politici). Nell’opera, scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons, veniva ripresa la frase di Giovenale in un graffito riportato su un muro: “WHO WATCHES THE WATCHMEN?”. I sorveglianti romani dell’anno 100 sono i watchmen del 1986. La questione sollevata da Giovenale venne riproposta quindi anche nel 1986, ovvero chi garantisce la correttezza di chi è preposto a mantenere l’ordine in una società civilmente evoluta?
E’ anche questo il nodo essenziale della triste vicenda Aldrovandi.

Zona del silenzio
Una storia di ordinaria violenza italiana
Di Checchino Antonini e Alessio Spataro

Minimum Fax, giugno 2009 – 168 pagg. bross. b/n – 13,50 euro

Riferimenti:
Il sito di Alessio Spataro: www.pazzia.org
Checchino Antonini: www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=507
Il libro sul sito della casa editrice: www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=454
La prefazione del libro: www.carmillaonline.com/archives/2009/06/003084.html
Il Blog della Sig.ra Aldrovandi: federicoaldrovandi.blog.kataweb.it
L’introduzione della sentenza (in pdf): download.kataweb.it/portale/aldrovandi/introduzione.pdf
Il video (dal canale Youtube di Beppe Grillo) della scena del crimine:
www.youtube.com/watch?v=dCk2i4h0GS0

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