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Baci dal Podere: Tozzi e Gipi a confronto

Baci dal Podere: Tozzi e Gipi a confronto - immagine1-5538I personaggi descritti da Federigo Tozzi ne Il Podere, sia principali che secondari, sono tutti brutti, senza eccezioni. L’autore tende a sottolinearne gli aspetti peggiori, con similitudini volte a enfatizzarne le mostruosita’. è una caratteristica che pervade ogni donna o uomo che Remigio, il protagonista, incontra nella sua sfortunata esperienza al comando del podere ereditato dal padre, incluso se’ stesso. Non si tratta di ipotizzare una realtà deformata dal personaggio, dato che le descrizioni sono solitamente oggettive e separate dai pensieri di Remigio, ma di un canone preciso utilizzato nella creazione di ciascun individuo, capace di esplicitarne anche la bassezza morale e intellettuale. Il primo personaggio che viene presentato a livello esteriore è Giulia, l’amante di Giacomo, padre di Remigio, nel primo capitolo dell’opera. Il protagonista ha appena lasciato il suo lavoro (“era aiuto applicato alla stazione di Campiglia”) per tornare al podere, al capezzale del genitore morente, dove incontra varie persone, tra cui Luigia (la sua matrigna) e Giulia. Il narratore la introduce con queste parole:
“Ma come poteva piacergli quella ragazza? Magra e gialla, quasi rifinita; con i denti guasti e lunghi; un’aria stupida e gli occhi del colore delle frutta marce. E, a venti anni, già vecchia e logorata”.
Naturalmente Giulia non è l’esempio migliore per dimostrare l’esistenza del canone estetico primigenio dal quale sarebbero scaturiti tutti i personaggi del romanzo, visto l’astio di Remigio nei confronti della ragazza; ecco, quindi, come viene illustrato il protagonista del libro pochi capoversi dopo:
“Egli aveva gli occhi di un castagno chiarissimo e limpido, che non somigliava a nessun altro, quasi sbiadito; qualche volta, pareva che tremassero e si accendessero come quelli dei conigli. I baffi, meno biondi dei capelli, d’un colore bruciato, erano attaccati con le punte alle guance; il mento un poco tondo e forato nel mezzo. Il suo viso, quasi sempre rassegnato, era ora diventato febbrile”.
La negatività è sempre presente, ma meno evidente, forse ancor più preoccupante perché inserita in un contesto quasi normale. Sebbene non si possa considerare un’eccezione, Remigio, sia esteticamente che intellettualmente, differisce parzialmente dai personaggi che lo circondano, soprattutto da quelli che vivono con lui al podere; è un tassello del mosaico più consapevole degli altri, ma altrettanto impotente.
Sempre nel primo capitolo del romanzo, mentre le condizioni di Giacomo peggiorano, arriva al podere un medico di Siena, un chirurgo tra i più rispettati e ricchi della citta’; ci si potrebbe quindi attendere una persona, se non caratterialmente affabile, quantomeno dall’aspetto curato. Ecco come viene presentato:
“Intanto venne il chirurgo Umberto Bianconi; […] Piccolo e magro, una barbetta castagna, brutta, quasi cappuccinesca, con gli occhi neri, dov’era un sorriso di astuzia, da scimmia, un poco miopi, mai fermi […] Maligno e maldicente, anche senza ragione […]”.

Bianconi appartiene a una classe sociale diversa sia da quella di Remigio che da quella di Giulia, e non è certamente disprezzato dal protagonista, al contrario dell’amante di Giacomo; tuttavia, è laido quanto la ragazza.

Un altro capitolo che introduce molti personaggi è il quarto, ed è emblematico perché incentrato principalmente nella citta’, lontana dal podere, ma popolata da gente altrettanto equivoca, seppur maggiormente colta e intelligente. Nei capitoli due e tre Giacomo muore, Remigio eredita i possedimenti del padre e con essi i relativi problemi legali; il protagonista si dimostra incapace di gestire la situazione, e viene vilipeso dai suoi dipendenti per l’evidente mancanza di autorita’. Nel quarto capitolo Giulia, Luigia e alcuni salariati avanzano le loro pretese sull’eredita’, il tutto a vantaggio degli avvocati e dei giudici che, conniventi, elaborano un piano per sfruttare la situazione, peggiorare la condizione economica di Remigio e, alla fine, impadronirsi del podere.
In una scena Giulia e sua zia vanno dall’avvocato Boschini con l’intento di appropriarsi di una parte dell’eredità di Remigio. L’avvocato è sgradevole quanto il dottore, e la sua immagine appare sgraziata non solo nell’aspetto ma anche nei modi:
“Un vecchio sudicio che portava il mantello anche d’estate, con i baffi sempre sporchi di saliva e di tabacco. Il Boschini le guardo’, come soleva, alzando la fronte; dove stavano appiccicati due riccioli neri: pareva che i suoi occhi sgusciassero dietro gli occhiali[…]”.
Boschini convince le due donne a cercare dei testimoni per perorare la loro causa contro Remigio, e Giulia li trova il giorno stesso:
“L’altro, Chiocciolino, un sensale, mezzo epilettico […] Il tipografo Corradino Crestai, soprannominato Ciambella, era alto quasi due metri, magro e sempre giallo, con due occhi che sembravano di piombo; con le dita delle mani così affilate che si vedeva la forma degli ossi”.
I due, normali abitanti di Siena, sono ripugnanti quanto quelli del podere, quanto gli altri uomini, quanto le donne, quanto i ricchi e quanto i protagonisti della storia. è lampante dunque che non si tratta di una bruttezza occasionale, ma che tutti i personaggi, di qualunque estrazione sociale, sono soggetti e compongono la generale mostruosità estetica degli uomini de Il Podere.
Il settimo capitolo permette di concludere questo argomento e di introdurre il successivo, ovvero la rappresentazione dei paesaggi senesi. In esso viene presentata una dettagliata descrizione ai possedimenti del protagonista, totalmente privi della sfumatura grottesca applicata ai personaggi:
“Attaccate alla parata, dinanzi alla capanna, la casa degli assalariati e quella padronale, con tre porte: alcuni correggiati, tra porta e porta, messi ad uncini di ferro; e, sotto le finestre, cinque scale di legno, da piante, infilate a due pioli. Di fianco alla casa, s’andava nel campo e nelle stalle; più basse e dietro. Vicino alle stalle, un fontone; dove lavavano i panni, abbeveravano i bovi e mandavano il branco delle anatre: intorno al fontone, cinque salci e un orto rinchiuso con stocchi secchi di granturco. Da li’, una fila di cipressi a doppio; che salivano su un poggetto; dal quale si poteva vedere tutto il podere fino al confine della Tressa”.
Una simile narrazione, oggettiva e realistica nell’equilibrata alternanza tra luci e ombre, si scontra nettamente col canone elaborato per gli uomini. Soggetti e sfondo risultano giustapposti, sono vicini ma esistono su livelli estetici differenti: persone deformi, luoghi realistici. L’umanità che emerge da Il Podere è distorta, colma di atteggiamenti inspiegabili, e questo si riflette nell’esteriorità dei singoli individui; il paesaggio senese, invece, è immune dall’influenza degli abitanti, e quindi naturale, uno sfondo atono alle contorte vicende umane. Il narratore non si rapporta ai singoli luoghi in modo diverso, li osserva dalla stessa distanza e in silenzio indipendentemente dai sentimenti del protagonista o dai personaggi che li popolano: c’e’ una netta linea di demarcazione tra la descrizione degli uomini e quella dei paesaggi. Questa opposizione rimane immutata per l’intero romanzo, ed è corroborata dalla conclusione: il narratore, dopo che Remigio si allontana con Berto, un suo salariato perverso e con tendenze omicide, sottolinea l’estraneità della campagna alla morte del protagonista, illustrandone la normale prosecuzione (“Allora, infuriatosi, Berto gli dette l’accetta su la nuca. Qualche ora dopo, venne un grandinata”) anche in seguito all’assassinio/suicidio di Remigio.

Altro elemento significativo del romanzo è la componente autobiografica, che si ripercuote nella storia, nei personaggi e anche nella scelta di alcune parole. Il padre di Federigo Tozzi, omonimo, era alquanto ricco e proprietario di una trattoria, come Giacomo; genitore e figlio ebbero un rapporto conflittuale per tutta la vita e a causa dei loro scontri finirono anche in tribunale, fin quando Ghigo del Sasso (così era noto il padre dello scrittore) non morì per cancrena. Tutti questi fatti sono di fondamentale importanza ne Il Podere, sebbene disposti in ordine diverso; sono presenti anche alcuni dettagli, sempre di origine autobiografica, come il comune lavoro di Remigio e Federigo (impiegati alla stazione). In ogni capitolo vengono inoltre utilizzate delle terminologie proprie del vernacolo senese, atte a rafforzare il legame che unisce il testo alla provincia toscana, come appare anche dalle citazioni sopra riportare.
Baci dal Podere: Tozzi e Gipi a confronto - immagine2-5538 è un autore di fumetti contemporaneo, nato a Pisa nel 1963. Sebbene ora non viva più in Italia, la sua adolescenza, trascorsa in Toscana, ha ispirato e caratterizzato gran parte delle sue opere principali, tra cui Appunti per una storia di guerra. Lo stile utilizzato in questo fumetto è estremamente personale e racchiude molte similitudini con la narrazione che contraddistingue Il Podere di Tozzi. Le maggiori affinità si hanno nella diegesi, opportunamente traslate in base ai differenti mezzi espressivi dei due autori.

Delle tre parti in cui è divisa Appunti per una storia di guerra viene qui presa in considerazione la prima. Nelle vignette iniziali vengono presentati i protagonisti, tre ragazzi di provincia, esteticamente repellenti e moralmente ambigui (“In quei giorni, poi, era più cattivo del solito. Come tutti, del resto. Eravamo tutti cattivi”). Le vicende sono ambientate in un futuro imprecisato in cui è scoppiata una guerra nucleare, della quale pero’ il narratore non ci fornisce molti dettagli: predominanti sono le conseguenze che il conflitto ha sulla quotidianità provinciale, sulle abitudini di questi adolescenti toscani.

e’ immediato il contrasto fra il tratto utilizzato per i personaggi, disarmonico, e quello dell’acquerello, estremamente aggraziato. Giuliano, Christian e Killerino, i tre protagonisti, sono brutti, con naso a punta, orecchie larghe e denti appuntiti; è solo nella terza tavola, pero’, che si ha la certezza che non siano dei mostri, in quanto compare il primo personaggio esterno, un cecchino, sgradevole quanto loro, capace conseguentemente di contestualizzarli e di esplicitare il canone deforme elaborato da . L’incontro con questo individuo consente anche di separare per la prima volta la china dal colore: è un momento struggente, in quanto Killerino, il capo del trio, sta attraversando un ponte lentamente, mentre gli altri due lo hanno già oltrepassato, spaventati dalla concreta possibilità di essere fucilati. Mentre Killerino dà prova di coraggio non facendosi sopraffare dalla paura (“Non ho paura di nulla. Lo volete capire?!”), il cecchino lo sta puntando a sua insaputa: per drammatizzare la situazione il colore scompare dalla vignetta, lasciando solo il grottesco contorno del personaggio a illustrare la scena. è un’immagine che mostra, oltre ai fatti, i pensieri di Killerino: l’acquerello sparisce, cedendo il posto alla solennità che il ragazzo desidera attribuirsi pronunciando quelle parole in presenza dei compagni; ma senza colore Killerino resta al contempo una figura tremolante, esattamente come il tratto che lo raffigura. Lo stesso procedimento è usato due tavole dopo col cecchino, incapace di sparare al ragazzo, anch’egli isolato nella sua mostruosità spirituale ed estetica: come ne Il Podere, i personaggi, indipendentemente dall’età o dalla condizione sociale, sono brutti sia dentro che fuori.
Nemmeno i sentimenti felici riescono ad addolcirne i segni: Christian, il più povero e bramoso dei tre, nella sesta tavola si trova dentro una casa; l’abitazione è stata abbandonata dai proprietari, e così pensa di poterla occupare. Il suo volto, col sorriso che mette in luce la dentatura composta da soli canini, è più grottesco che mai in questa situazione parzialmente gioiosa.
Nella ventesima tavola i protagonisti arrivano a San Giuliano ed entrano in una discoteca, ormai desueta, visitata soltanto da criminali o mafiosi. Oltre agli adolescenti, all’interno dell’edificio c’e’ un altro gruppo di persone, che inizialmente viene mostrato da lontano. Questa vignetta, l’ultima della tavola, se estrapolata dal contesto, potrebbe appartenere a un’altra opera: non ci sono persone in primo piano, solo macchie in lontananza perse nell’ambiente e quindi nell’acquerello; la prospettiva ne maschera l’aspetto. Nella tavola successiva l’inquadratura si avvicina, esternando le mostruosità dei personaggi, i volti grotteschi quanto quelli degli altri: adulti e criminali, ma anch’essi soggetti, come tutti, al canone adottato dall’autore.

Ne Il Podere raramente descrizioni di ambienti e personaggi si compenetrano, anzi, visto il diverso approccio utilizzato dal narratore, sono di solito facilmente distinguibili; nel fumetto, tranne in eccezioni come quella specificata prima in cui il colore scompare della vignetta, paesaggi e soggetti sono presenti allo stesso tempo e nello stesso spazio.
In Appunti per una storia di guerra i personaggi, quando vengono inquadrati da vicino, prevaricano con la loro ambiguità anche la serenità dei paesaggi, che paiono così viziati da una moralità corrotta. Solamente nelle scene a campo lungo o panoramiche le ambientazioni, padrone della scena, manifestano la loro estraneità agli esseri umani: i colori diventano equilibrati, il tratto stabile, discordante con quello incerto che delimita i personaggi. Il cielo è armonioso, dotato di sfumature evocative, e non in circostanze isolate: la cura per i paesaggi è una costante della storia, a prescindere dal luogo mostrato. Nella diciassettesima tavola appare San Giuliano, un piccolo paese di periferia, inquadrato dall’alto: i tetti sono ordinati, la disposizione degli edifici razionale, le proporzioni realistiche. Poco dopo la metà della prima parte, quando il trio si è ormai unito ai criminali conosciuti in discoteca, si sussegue una serie di paesaggi di provincia, mutevoli perché osservati da una macchina, tutti equilibrati, che controbilanciano gli atteggiamenti lascivi tenuti dai personaggi nelle stesse pagine: ambientazioni bucoliche, suburbane e cittadine, ma tutte dominate dalla bellezza del colore.

Oltre all’antitetico rapporto tra sfondi e soggetti, Gipi condivide con Tozzi anche altre caratteristiche, principalmente l’impronta autobiografica che ne pervade le opere. è lui stesso a dichiararlo in un’intervista concessa a dopo la pubblicazione di Appunti per una storia di guerra:
In più, la sorpresa era aumentata dal fatto che avevo raccontato una storia che prevedeva i paesaggi delle “mie” zone, e i comportamenti dei “miei” amici. Per farla breve, non credevo che atmosfere che mi apparivano così “locali” potessero avere un buon effetto su persone distanti, come i lettori di altri Paesi. […] La scelta dell’ambientazione cosiddetta di provincia dipende da un paio di fattori. Uno è quello estetico di fare cose che conosco: conosco i campi intorno alla casa dei miei genitori, quanto la conosco per disegnarla. Un po’ una scelta, ma anche un obbligo. […] Il punto, qui, non è che io “parlo di emarginati”, ma è che io stesso lo sono stato, e per certi versi continuero’ sempre a esserlo, per quanti libri possa fare o premi possa vincere. […] Quando ho fatto questa attività di introspezione su Appunti per una storia di guerra, mi sono reso conto che non stavo raccontando una storia sulla guerra e su come la guerra cambiava i ragazzi. Stavo raccontando, piuttosto, delle relazioni tra me e i miei amici durante l’adolescenza, di come sono e siamo cresciuti. Insomma, al centro c’erano un paio di nodi della mia crescita che potevano motivarmi a fare anche trecento pagine: perché è la mia vita […].
Come ne Il Podere l’autobiografismo è quindi elemento fondamentale, ispira tanto i personaggi quanto le ambientazioni che fanno da sfondo alle vicende (in questo caso il paese di San Giuliano e le campagne toscane).

Le similitudini tra Tozzi e Gipi, dunque, sono molte. Entrambi hanno portato parte della loro vita nelle opere qui prese in esame e l’hanno fatto compiendo scelte stilistiche in vari casi parallele. Entrambi toscani, entrambi cresciuti e influenzati da un ambiente provinciale, hanno originato delle opere popolate da un’umanità perversa, lasciva negli atteggiamenti e deforme nell’estetica. Tutti e due hanno inserito le loro storie in un contesto autobiografico, senza pero’ assoggettare i paesaggi alle mostruosità umane: le ambientazioni vengono mostrate con cura, non sono influenzate da cio’ che accade a chi le attraversa. Sia ne Il Podere che in Appunti per una storia di guerra, inoltre, i protagonisti costituiscono quasi una caricatura del personaggio intellettuale ottocentesco: divelsi dal contesto non sarebbero speciali, ma nell’ambiente grottesco in cui vivono risultano sensibili e relativamente diversi dagli altri.

Le analogie tra questi due autori sono ancor più curiose considerando che Gipi non ha mai citato Tozzi tra le sue fonti d’ispirazione.
Possiamo ipotizzare quindi che, sebbene divisi dal periodo storico e dal diverso mezzo espressivo, oltre che dai diversi studi e frequentazioni, i due abbiano raggiunto un risultato simile perché simile è il contesto in cui sono cresciuti, e simile, purtroppo, è anche il sostrato sociale e politico che ha accompagnato la stesura di entrambe le opere.

Riferimenti:
Federigo Tozzi su wikipedia.it: it.wikipedia.org/wiki/Federigo_Tozzi
Scheda de Il Podere sul sito dell’Editore: www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&CPID=713
Recensione di Appunti per una storia di guerra
Intervista a Gipi su Appunti per una storia di guerra

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