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Paco Roca e la ricerca di un sogno

Paco Roca e la ricerca di un sogno - immagine1-5424Benvenuto a Lucca! E’ la prima volta che vieni in Italia?
Si. E’ da poco uscito Rughe e questa è la prima tourne’e.

Ci sono festival come questo in Spagna?
No, credo che questa rassegna sia più simile ad Angouleme. In Spagna la più importante è il salone di Barcellona, ma è più per le case editrici che per gli appassionati, si svolge in uno spazio chiuso e non è proprio come Angouleme o Lucca.

Com’e’ la scena del fumetto in Spagna? Intendo sia a livello commerciale che a livello artistico. A noi arriva molto poco di quello che si fa nel tuo paese, e tu sei uno dei pochi autori le cui opere vengono tradotte in italiano (a esclusione di quelli che lavorano per Marvel o DC). Pur abitando in paesi vicini e per certi versi simili la Spagna è quasi sconosciuta a livello fumettistico.
Credo che per diversi aspetti il mercato spagnolo e quello italiano siano molto vicini. Sono due mercati che vantano potenzialmente moltissimi artisti, pero’ le migliori cose finiscono per essere pubblicare al di fuori. Molti devono pubblicare all’estero per essere poi riconosciuti nel proprio paese. Sia in Spagna che in Italia abbiamo la sensazione che tutto quello che viene da fuori sia migliore di quello che abbiamo. Non è come in Francia: là sono sempre cauti e piuttosto restii nell’accettare quello che proviene dall’estero. Pensano che il loro fumetto sia sempre il migliore.
Credo che questo sia per la Spagna il momento migliore per quanto concerne la storia del fumetto. Nel 81 c’era già stato un boom qualitativo, ma riguardava comunque solo un pubblico di nicchia. Ora è diverso, grazie a librerie generaliste come Fnac c’e’ una buona diffusione di opere e autori, come ho visto anche in Italia. In Spagna tutte le grandi città hanno due o tre Fnac, e in ogni libreria importante si può trovare un intero reparto dedicato al fumetto, così che la graphic novel si vende molto di più e attira ogni tipo di pubblico: chi entra per comprare un best-seller letterario, magari esce anche con un fumetto. Quindi si vende di più, ci sono più spazi per gli autori, e i mezzi di comunicazione cominciano a considerare maggiormente il fumetto, non solo come un prodotto per l’infanzia. L’anno passato è stato istituito per la prima volta il premio nazionale per il fumetto, conferito direttamente dal governo spagnolo, come esisteva già per le arti classiche come letteratura, danza, poesia, musica.

Chi è stato premiato?
Max. Non so se in Italia sia un autore conosciuto. Bardi’n il superrealista [1] è il suo ultimo fumetto, con il quale ha vinto il premio nazionale. Con l’istituzione del premio il governo spagnolo ha posto il fumetto al medesimo livello di tutte le altre arti, così anche i mezzi di comunicazione di massa non “si vergognano” più nel recensire un’opera a fumetti in una rassegna culturale, per fare un esempio. Come ho detto, credo che sia un buon momento per il fumetto spagnolo, anche se che gli autori più conosciuti all’estero sono quelli che pubblicano negli Stati Uniti e in Francia.

Quello della “fuga di cervelli” è un fenomeno che interessa anche il nostro mercato: molti autori pubblicano in Francia e poi le loro opere vengono importate nuovamente in Italia.
In Spagna succede anche con gli italiani. Da noi sono noti Manara, Gipi, Liberatore, Giardino, Mattotti… Tutti, pero’, ci arrivano attraverso la Francia. Anche sotto questo aspetto Italia e Spagna sono molto somiglianti. La differenza più sostanziale è che in Spagna si vendono più o meno bene le graphic novel, pero’ non esistono fenomeni come Tex o Dylan Dog: non c’e’ nulla che abbia una tiratura tanto elevata. In Francia ci sono numerose opere che vendono molto. In Spagna magari si vendono allo stesso livello della Francia titoli come Blankets o Pillole Blu ma manca un titolo che superi le dieci o quindicimila copie.

Forse la Spagna è più simile alla Francia come mentalita’, è più vicina alla vendita in libreria. Non ci sono i cosiddetti “fumetti commerciali”, ma ci sono i libri.
Si. Quello che succede è che per il mercato spagnolo lavorano solo i più “pazzi”, perché le vendite sono basse e i profitti minori. Per questo non paga lavorare solo per il mercato spagnolo.

E allora con cosa si lavora? Con le riviste?
No, non esistono riviste a fumetti in Spagna, ad eccezione di El Jueves [2] e alcune riviste erotiche.

Allora non ci sono prodotti spagnoli in edicola?
No. Solo Mortadelo y Filemo’n [3]. Si tratta, pero’, di un prodotto per l’infanzia.

E quindi, in un mercato di questo tipo, quali sono stati i riferimenti che ti hanno avvicinato al fumetto e hanno fatto in modo che scoprissi la tua vocazione d’autore?
Ho avuto diverse fasi Il primo incontro è stato con Herge’ e il suo TinTin, con la storia “Il Sigaro del Faraone”. Poi ci fu Spirou e in epoca adulta Richard Corben e Liberatore. Ero nell’età in cui mi piacevano tanto i fumetti quanto uscire e fare festa, e nell’ambiente che frequentavo Liberatore era il più conosciuto; credo sia stato grazie a lui che ho cominciato a disegnare, così come a Manara, alla Rapsodia Ungherese di Giardino, e anche ai francesi, tra i quali ovviamente Moebius. Sono queti gli autori che mi hanno fatto avvicinare al fumetto. Ma questi autori li trovavo limitati dal genere, e quando ho capito veramente quello che volevo fare, sono stati altri gli autori che mi hanno segnato. Con Maus di Spiegelman, con Giara di stoli di Jason Lutes, con le opere di Einer, ho capito che si potevano raccontare molte storie senza essere chiusi in un genere.

Come è maturato il tuo stile grafico nel tempo? E’ cambiato? E’ rimasto influenzato da qualcuno?
E’ un po’ lo stesso discorso che di prima parlando sulle letture. All’inizio mi piaceva molto il fumetto franco-belga, la linea chiara e un autore spagnolo che si chiama Daniel Torres [4], che si avvicinava un po’ alla linea chiara. Successivamente ho subito qualche influenza anche dal fumetto americano: Mazzucchelli, Bruce Tim, Darwyn Cooke.
Per quanto riguarda il lato narrativo citerei autori come Taniguchi e Otomo… lo stile narrativo di certi manga è un buon referente… Ma anche italiani e francesi, come Dubois… Come dicevo prima Jason Lutes…

Ho visto un’affinità con lo stile di Dupuy e Barberian in Rughe, nel modo di affrontare sentimenti quotidiani. Ti senti vicino a questa visione della vita?
Si, credo di avere ricevuto qualche influenza da Dupuy e Barberian. Si tratta pero’ di affinità più casuali che volute. Certamente sono influenze più narrative che grafiche. Per quanto riguarda questo aspetto infatti ho cercato semplicemente uno stile che potesse raccontare quello che volevo esprimere. Non si tratta di una storia facile da rendere graficamente, non offre molti spunti sotto l’aspetto del disegno. Anziani seduti nel loro ospizio, pagine che sembrano tutte uguali… Allora ho smesso cercare di rendere queste pagine più spettacolari e interessati, e dovuto percorrere un’altra strada, cioe’ dare più importanza alla narrazione perché i personaggi sembrassero reali. In questo sono stato certamente influenzato da Uderzo più che da altri autori; credo che uno stile più umoristico mi abbia permesso di raccontare le emozioni, che alla fine sono l’unico aspetto visuale interessante che i personaggi avevano da offrire. Mi serviva uno stile che potesse accentuare questo aspetto e potesse esaltare l’uso di piani medi.

Come dici tu stesso riguardo a quanto viene narrato nel libro, il tono è sempre medio, mai troppo alto o troppo basso; non ci sono azioni. Si rischia che il raccontare storie di persone anziane possa essere noioso. Questa scelta è stata intenzionale? Hai forse privilegiato il messaggio rispetto all’intrattenimento?
Io penso che il fumetto sia un mezzo di comunicazione proprio come la letteratura, il cinema e la musica. Per questo credo che possa toccare temi che non siano per niente divertenti. Questo per quel che riguarda il messaggio. E’ chiaro, pero’, che il fumetto debba anche intrattenere. Per questo ci sono la struttura della storia e il disegno. Quindi spero che Rughe non sia una lettura troppo pesante. Ho semplicemente pensato che se volevo fare una storia sugli anziani dovevo realizzarla bene; tutto doveva essere documentato e non dovevano esserci errori. Così l’ho preso come un progetto molto personale, come se stessi facendo un libro o un saggio, ma con una struttura che si potesse leggere agevolmente. Per realizzarlo nella maniera migliore possibile ho frequentato una residenza per anziani per sei mesi, ho parlato con infermieri e medici, mi sono comportato come se stessi effettuando un reportage. Volevo che tutto fosse molto ben documentato. Non mi interessava che fosse attraente. Credo pero’ che questa sia l’opera di uno sceneggiatore più che di un disegnatore, perché tutto è fatto in funzione del messaggio.
Anche per questo bisognava mettere da parte il virtuosismo o la spettacolarità del disegno, perché era importante raccontare una storia. Volevo che fosse piuttosto piatta per evitare eccessivi sentimentalismi. Ci sono molte opere toccanti nella letteratura o nel cinema e rischiavo di realizzare un libello più che un reportage. Come a dire: l’anziano non se la passa bene, andiamo a vedere cosa gli sta succedendo. Non volevo fare la morale al lettore. Penso inoltre che non ci sia neanche un messaggio chiaro, un messaggio che dica: “Questo va bene e questo va male”. Si tratta semplicemente un cammino. Perche’ altrimenti si rischia di cadere nei luoghi comuni.

Penso che questo messaggio sia diverso per ogni lettore: personalmente, per esempio, ho pensato a una nonna; qualcun altro può aver pensato a situazioni diverse o che ha visto direttamente in questo tipo di strutture.
Io penso che il fumetto sia un mezzo perfetto per raccontare storie come questa, o come Maus o Pillole Blu. Le tematiche possono essere molto dure, ma con il linguaggio del fumetto possono diventare meno crude. Puoi raccontare l’olocausto con topi e gatti.
Io credo che il disegno da un lato garantisca un certa distanza, dall’altro aiuti ad esplorare i sentimenti. Per queste ragioni il fumetto è perfetto per toccare temi come questi. Un film sugli anziani sarebbe stato più impegnativo, far vedere cosa sta succedendo agli anziani sarebbe stato piuttosto duro. Si sarebbe potuto trasmettere lo stesso messaggio, certo, ma attraverso una via differente.

Anche perché con un film metti in scena la realta’. Con un fumetto, invece, puoi riuscire a mantenere un certo distacco.
Si. Puoi arrivare allo stesso messaggio attraverso un’altra via.
Tuttavia nel caso degli anziani, ad esempio, molta gente che ha letto e apprezzato il fumetto ha fatto riferimenti a sentimenti che di fatto non ci sono. Nel fumetto tu riesci a proiettare anche cose che non sono presenti; nello spazio bianco tra una vignetta e un’altra tu immagini cose…

Il nostro sito web si chiama proprio Lo Spazio Bianco, per questo stesso motivo!
[RIDE] E’ proprio lo spazio bianco il fattore che fa sì che il lettore metta in gioco del sentimento.

Di tuo abbiamo letto poco in Italia: I figli dell’Alhambra che è di un genere molto diverso, d’azione e Il faro dove troviamo tematiche difficili e, in un certo senso, una sensazione di malinconia non distante dai sentimenti che ritroviamo in Rughe, ma l’ironia sembra meno marcata che in quest’ultimo. Si tratta di una scelta per rendere meno duri i momenti della vita di un anziano abbandonato in una casa di cura? O meglio: è una scelta o una tua evoluzione?
Il Faro è antecedente a Rughe. Io credo che comunque vi siano dei punti in comune: entrambi rappresentano una visione della realta’. Ne Il faro c’e’ la ricerca di un sogno per poter vivere. Infatti trovai molto curioso, quando visitai la residenza per anziani, che molti di questi scegliessero la fantasia come un modo per evadere. Per esempio c’era una donna che pensava di andare in treno, ed era incantata dalla vita. Oppure un uomo che viveva nel suo mondo nel quale credeva di essere un bambino. Per questo penso, anche se da un punto di vista medico non è accertato, che la fantasia costituisca una via di fuga da una realtà che non piace. E quindi questo è un tema importante sia in Rughe che ne Il faro. Il faro è come Don Chisciotte; la ricerca, nel mare in questo caso, che rappresenta la fuga dalla guerra civile, così come da qualsiasi altra guerra.

Anche l’ironia, l’umorismo, sono elementi necessari per scappare dalla realta’?
Io credo che lo humour sia un modo di vedere la vita. Credo che sia Rughe che Il Faro, sebbene siano storie dure, vengono narrate da un punto di vista positivo, ottimista. Ne Il faro si arriva al sogno e si va avanti con esso. In Rughe ci sono tante cose: l’amicizia, l’incontro… Io credo che entrambi esprimano un punto di vista ottimista.

Ne Il faro la ricerca di un sogno diventa la ricerca di una speranza, della fine della guerra. Come è nato il fumetto?
Il faro è stato realizzato dopo I figli dell’Ahlambra, che era pensato per il mercato francese e necessitava di una lavorazione molto complessa, con molta documentazione: per ogni vignetta avevi bisogno di sederti al tavolo con un sacco di disegni. Mi piace documentarmi, pero’ talvolta può bastare il dialogo fra due personaggi e il minimo indispensabile perché la conversazioni sia attendibile. Come in teatro o al cinema. Quello che volevo raccontare era come la ricerca di un sogno fosse importante per continuare a vivere. Si è trattato di un ragionamento che non so bene da dove è scattato. E dopo circa un anno che avevo terminato il Faro, ho letto un libro di uno psicologo tedesco che in Spagna si chiama El hombre en busca de sentido [5]: si tratta di uno studio sociologico e psicologico di Auschwitz. L’autore era un professore ebreo che venne deportato lì da giovane e che comincio’ a studiare i comportamenti delle persone che erano lì con lui: ha studiato i nazisti, ha studiato gli ebrei che controllavano altri ebrei, e soprattutto ha studiato gli ebrei. E si chiedeva come mai un ebreo riuscisse a sopravvivere e un altro no. Perche’ c’erano sì molte esecuzioni, ma c’erano anche molti che morivano per loro scelta in un certo senso. Alcuni tentavano di scappare sapendo che sarebbero stati uccisi, altri si lasciavano morire di fame. Sembrava trattarsi a volte di veri e propri suicidi mascherati. Lo studioso è giunto alla conclusione che gli ebrei che avevano uno scopo, un sogno nella vita, come magari il ritrovare la propria famiglia, riuscivano a sopravvivere maggiormente; quelli che avevano invece perduto tutto e non avevano nessun sogno da realizzare morivano. La sua conclusione è dunque che per vivere devi avere un sogno. Ed è stato quello che io ho tentato di fare con Il faro.
Chiaramente pero’, il mio era un punto di vista poetico, il suo razionale.

Una componente poetica mi sembra costituisca il filo comune che lega i tuoi lavori. L’uso del fumetto per raccontare qualcosa, magari tra le righe o tra le vignette, con un determinato stile e con determinati ritmi poetici.
Credo che il fumetto stesso sia poesia, sia come la musica. In una canzone abbiamo il testo, che è una cosa molto concreta, e la musica stessa, che invece è molto astratta. Anche il fumetto è cosi’, è la mescolanza di due elementi ed è adatto, come la musica, a raccontare cose molto poetiche, ed è un aspetto che mi piace molto. Soprattutto mi piacciono le storie dove la parte poetica non costituisce un elemento isolato, ma una componente essenziale della storia. Come nel caso di Taniguchi. Tutte le sue storie riescono a essere poetiche. Mi piace sempre scoprire una parte poetica nella narrazione.

In Italia diversi autori sono anche musicisti. E il tuo caso?
No, a me la musica piace, ma non sono capace di suonare alcun strumento, e nemmeno di ballare.

Paco Roca e la ricerca di un sogno - immagine2-5424Quali sono le tecniche che usi nel disegno? Come realizzi, più in generale, un fumetto?
Per prima cosa ho un blocchetto dove appunto le idee: può trattarsi di una cosa che ho visto, un articolo che ho letto, o anche di qualcuno che mi ha raccontato qualcosa. Cosi’, col passare del tempo, ci sono molte idee nel mio blocchetto. In certi momenti poi ci sono cose molto differenti che cominciano a collegarsi l’un l’altra: per esempio, per quel che riguarda Rughe, volevo scrivere anche una storia su un mio conoscente e su mio padre, due grandi persone. Poi ci sono coincidenze, può succedere per esempio che stia lavorando ad un’illustrazione pubblicitaria e in questa illustrazione io abbia disegnato degli anziani, e mi venga detto di toglierli perché sono antiestetici e che nessuno li vuole vedere. In quel caso mi sono vergognato della societa’, ho appuntato questa sensazione e ho pensato che chi ha la testa non può smettere di pensare. E mi sono detto: prendo questa idea e la realizzo. E da quel momento è partita la fase di documentazione.
Credo che se devi realizzare una storia di questo genere, per renderla credibile devi documentarti. Quindi ho cominciato a leggere materiale sugli anziani e sull’Alzheimer. Sono stato alla residenza e ho parlato con degli amici. Una volta raccolta una documentazione abbondante, la storia comincia a scriversi da sola; ma se non si ha documentazione, se avessi per esempio dovuto fare rughe senza documentarmi, non avrei saputo che fare. Se invece ti documenti bene la storia si scrive da se’, perché conosci già tutto quello che vuoi raccontare.

Scrivi prima la storia e poi fai lo storyboard?
Si, all’inizio scrivo come se scrivessi per un’altra persona. Comincio a scrivere senza pensare alle pagine e alle vignette, proprio come se si trattasse di un libro che deve raccontare dei sentimenti. In questa fase va tutto bene; in seguito, quando devo iniziare a disegnare, ho un po’ paura di non riuscire a esprimere tutto quanto nelle pagine…

Nel caso di Rughe, ad esempio, quante pagine hai scritto?
20 pagine più o meno, fra appunti vari.

Quindi tu sei uno scrittore che si mette al tavolo da disegno e diventa un disegnatore?
Si’. Pero’, ovviamente, io penso in immagini e queste immagini le traduco poi in parole e queste parole le vado ancora a ritradurre, perché mi riesce difficile mettermi subito al disegno. Non capisco come si possa creare qualcosa senza prima passare attraverso queste fasi, perché mentre scrivo penso al ritmo della storia, ma una volta finito i pezzi vanno rimessi insieme, una parte finale va ricollegata all’inizio, un personaggio è cambiato rispetto a quel che pensavo… praticamente quello che è più impegnativo nel disegno è provare a incastrare tutti i pezzi, per questo mi viene impossibile fare queste cose con lo storyboard.

Il numero delle pagine è venuto fuori cosi’?
No, sapevo che per la rilegatura o erano 94 pagine o 110, quindi ho messo mano all’idea e ho cercato di far quadrare il tutto: sapere quante pagine possono venirne fuori, dove cade la metà della storia, dove posso tagliare un pezzetto…

La sceneggiatura?
La sceneggiatura completa è stata scritta per intero con tutti i dialoghi completi.

Quindi quando disegni non ci sono cambiamenti ulteriori della storia, è già tutto scritto.
Si, perché mi sembra la forma migliore. E’ vero che ogni autore ha la sua forma, ma io mi bloccherei se dovessi fare più cose in una volta. Così quando stendo la sceneggiatura, mi occupo solamente di quella. Non penso a come lo tradurro’ in immagine dopo, ne’ se ci sono cose che dopo non mi piacerebbe disegnare come cavalli o macchine. Quando mi metto a scrivere la sceneggiatura non mi preoccupo di questo, quando verrà il momento ci pensero’.
Una volta che ho la sceneggiatura, il lato narrativo della storia, passo alle immagini. Quando faccio questo non modifico la sceneggiatura, penso che è stata fatta bene e do tutto per buono. Mi preoccupo soprattutto di raccontarla attraverso le immagini. E se è il caso, taglio le parti del testo che si evincono dalle illustrazioni. Io penso che sia questo il lato positivo del fumetto: se scrivo che due persone si guardano allo specchio non posso mettere una parte del testo a sottolinearlo… è il disegnatore che deve preoccuparsi che questa cosa funzioni e che sia cosi’.

Quindi il caso in cui lo scrittore e il disegnatore sono la stessa persona è preferibile?
Si perché molte cose potrebbero risultare ridondanti, come se, guardando un film, a ogni scena si sentisse una voce dire: “E adesso…”. Se i disegni funzionano anche senza i testi, i testi li tolgo. Quindi faccio una sorta di lay-out quasi definitivo, ma in piccolo, poi la stampo un po’ più grande con il computer, lo metto sul tavolo luminoso e lo rifinisco. Il mio formato finale alla fine è quello.

Quindi preferisci disegnare più piccolo?
Si perché con un disegno molto grande ti perdi nel dettaglio; invece con uno più piccolo, vai direttamente all’idea.

Rughe sembra l’esempio di questa tecnica, perché il tratto è molto essenziale. Anche rispetto a Il faro: mi sembra sempre funzionale alla storia, obbliga a prestare più attenzione al messaggio piuttosto che al disegno,
Come ho detto prima, grazie a disegni più piccoli posso concentrarmi sull’idea; invece con disegni troppo grandi finirei per metterci dentro anche cose che non c’entrano, come i dettagli di un ambiente. I disegni piccoli, invece, ti danno l’essenziale del gesto e del personaggio.

Una domanda sulle pagine che aprono il libro. Questi sono disegni che hai fatto mentre ti documentavi nelle cliniche?
Si.

Pero’ guardandoli in un secondo momento, sembra che nessuno di essi sia una preparazione del personaggio…
No, perché quelli erano personaggi reali che ho conosciuto nella residenza per anziani; quello che c’e’ scritto sono le cose che mi hanno detto, tutto vero. Ho voluto che questi fossero solo personaggi secondari. Tutti quelli i personaggi che circondano quelli principali sono persone vere.

Volevo farti un domanda personale: prima parlavi di tuo padre. L’idea di questa storia viene da un’esperienza personale?
Si. All’inizio volevo realizzare una storia sulla vecchiaia, dopo quella storia della pubblicità che ho raccontato prima. Poi è sopraggiunto il tema dell’Alzheimer per via del padre di un mio vecchio amico. Era una persona molto colta, aveva una grande biblioteca e ogni volta che andavo lì a chiedere qualcosa mi raccomandava un libro diverso. Ascoltava musica classica e a me che conosco il rock sembrava la persona più colta del mondo. Era un esempio di quello che mi sarebbe piaciuto essere. Con il passare del tempo ha contratto l’Alzheimer, e ha cominciato a peggiorare Questo è stato un duro colpo per me, per due motivi, per l’affetto che nutrivo verso di lui e perché all’improvviso è stato come se succedesse a me. Perche’ in questi casi ti rendi conto che l’Alzheimer può colpire chiunque ed è terribile. E cominci a vivere addolorato dalla malattia.
C’e’ un aneddoto che mi ha raccontato questo mio amico che mi è sembrato tremendo e che mi ha spinto a raccontarlo e a fare una storia. Una notte il padre è andato in bagno a prepararsi come per uscire. E quando il mio amico lo ha visto e gli ha chiesto: “Papà cosa stai facendo?”, lui ha risposto: “Mi preparo per andare a lavorare”. Allora il mio amico ha ribattuto: “Papà sono le tre di notte e sono dieci anni che tu non lavori più”. In quel momento gli è sembrato che il padre avesse avuto un momento di lucidità e ho pensato al panico che può colpire una persona che si ritrovi davanti allo specchio, di notte, senza sapere perché e senza quasi riconoscersi. E’ come se avessi sentito la necessità di raccontare di persone e fatti come questi. Cosi’, grazie a questa esperienza e grazie ad altri amici che mi hanno raccontato vicende simili sui loro genitori, ho cominciato a combinare i due temi: le vecchiaia e la malattia. Perche’ l’una mi sembrava terribile quanto l’altra e volevo raccontare come si può sentire una persona con l’Alzheimer. Senza pero’ essere particolarmente sentimentale. Volevo evitare di fornire soluzioni, cercare di rimanere sempre un passo indietro più che un passo avanti. Non volevo una storia dove il medico dice al paziente che ha l’Alzheimer e questo comincia a piangere e a chiedersi: “Perche’ è successo a me?”. Non volevo arrivare a questo, preferivo raccontare la storia a partire dal momento in cui il medico ha già comunicato la diagnosi. Volevo evitare una sguardo carico di pietà e concentrarmi sulla storia.

Cosa ti ha detto il tuo amico dopo che ha letto la storia, soprattutto la scena del padre?
Purtroppo il padre è morto prima che finissi l’opera. Chiamo sempre il mio amico ogni volta che c’e’ un premio o un riconoscimento Rughe per raccontarglielo. Da un lato sono in debito con lui, perché per certi versi gli ho rubato una parte della storia; dall’altro lui, come molta altra gente a cui è piaciuto Rughe, si sente meglio perché prova empatia per i sentimenti di queste persone, come se le disgrazie venissero condivise e per questo fossero meno pesati. Il fatto che molta gente abbia letto la storia di suo padre, lo fa sentire meglio: gli altri comprendono come si è sentito. Succede anche ad altre persone, che quando vengono a chiedere la dedica sul fumetto mi raccontano le loro esperienze e come leggendo Rughe si siano sentiti meglio, perché hanno letto cio’ che loro stessi hanno provato. Come un uomo che è venuto per un autografo e mi ha raccontato di sua madre che aveva avuto l’Alzheimer ed era morta, e che ha fatto leggere il fumetto a sua moglie, affinche’ capisse quello che lui aveva passato. Tutto questo mi pare vada al di là di quello che io stesso pensavo di fare. Ma questa è la grandezza del fumetto: che contiene i tuoi sentimenti. E il fatto che la gente riesca a empatizzare con quelli che hanno sofferto della malattia mi pare la cosa migliore che potesse realizzare Rughe.

Traduzione di Luca Angelo Spallone.
Si ringrazia Daniele “GUD” Bonomo per il supporto come interprete.

Note:
[1]
Bardin il superrealista è stato pubblicato in Italia da Black Velvet; alcune storie brevi dell’autore sono presenti all’interno della rivista Inguine MAHgazine (Comma 22)
[2] El Jueves è uno storico settimanale satirico spagnolo, spesso al centro di inchieste giudiziarie e di denunce per il suo linguaggio senza censure e senza compromessi. Potete visitare il sito web all’indirizzo www.eljueves.es.
[3] Mortadelo y Filemo’n è una serie a fumetti ideata da Francisco Ibanez incentrata su due improbabili detective. Il fumetto e” poco noto in Italia, dove ha fatto solo qualche apparizione sia con il titolo di “Mortadella e Filemone” che come “Fortune & Fortuni”. La serie ha goduto di trasposizioni animate (giunte anche da noi con il titolo di “Mortadello e Polpetta: la coppia che scoppia”) e cinematografiche (in Italia si e” visto “Spia + spia – Due superagenti armati fino ai denti”, ovvero “La gran aventura de Mortadelo y Filemon”)
[4] Daniel Torres, nato a Valenzia, e” l”ideatore della serie fantascientifica Armando Mistral e delle avventure di Rocco Vargas; in Italia le sue storie sono apparse su “Glamour” e per le Edizioni Il Grifo.
[5] El hombre en busca de sentido (in italiano, “Uno psicologo nei lager”) e” un libro scritto dallo psicologo, psichiatra e neurologo viennese Viktor Frankl. Prigioniero per quattro anni nei campi di concentramento nazisti, ha scritto importanti testi di psicologia maturati dalla sua terribile esperienza.

Riferimenti:
, sito ufficiale: www.pacoroca.com
Tunue”: www.tunue.com

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