Interviste

Uno sguardo dentro l’editoria a fumetti: intervista ad Emiliano Mammucari

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Dalla prossima miniserie “Orfani”, scritta da Roberto Recchioni – colori di Annalisa Leoni

inizia la sua carriera di disegnatore nel 1998, pubblicando l’anno successivo con Montego “Povero Pinocchio Storia di un Bambino di Legno”. Attivo anche come illustratore, ha pubblicato su “Selen” e disegnato per la Bonelli storie di Napoleone, Jan Dix e Caravan, serie per la quale ha realizzato anche le copertine. Ha disegnato il primo numero di John Doe ed attualmente è al lavoro su “Orfani”, miniserie della quale è coautore assieme a Roberto Recchioni in uscita per Bonelli, della quale trovate alcune immagini in anteprima. Docente prima alla Scuola Romana dei Fumetti e ora alla Scuola Internazione di Comics, ha pubblicato nelle vesti di scrittore “Lezioni spirituali per giovani fumettari”, un interessante saggio pensato  per gli aspiranti professionisti dell’industria del fumetto. L’abbiamo intervistato per approfondire alcuni dei temi trattati nel libro e farci raccontare la sua esperienza professionale.

Come nasce l’idea del libro?
Ho un blog dove ogni tanto parlo di editoria. Tempo fa scrissi un pezzo che si intitolava, appunto, “Lezioni spirituali per giovani fumettari”. Quel post è girato molto in rete, e l’editore Effequ ha pensato che potesse essere del buon materiale per un libro. Uno sguardo dentro l’editoria a fumetti: intervista ad Emiliano Mammucari - LezioniSpiritualiPerGiovaniFumettari_Cover-1-188x300Non è un saggio sul fumetto o un manuale di disegno, ma uno sguardo dal di dentro su come funziona l’editoria a fumetti.

Scrivi nel tuo libro che fare il disegnatore significa dedicarsi a una professione che al momento non è neppure riconosciuta come tale, dal momento che in Italia non esiste ancora una regolamentazione né un contratto-tipo. Come ti spieghi una carenza del genere in un paese che vanta una lunga tradizione di fumettisti?
Me la spiego benissimo. Il fumetto italiano è un’industria ma non è un mercato, se per “mercato” intendiamo una vivacità di offerta e di domanda. Ci sono due grandi editori e poi un microcosmo di editori piccoli. La maggior parte degli editori piccoli stampa soltanto materiale straniero, neanche ci prova a produrre. Troppo poco perché si sviluppi una regolamentazione.
In Francia c’è un sindacato, ci sono associazioni di categoria e studi di settore perché esiste un mercato vivace e gli editori sono tanti.
E poi siamo un Paese in cui tutto è lasciato all’iniziativa personale. Se ci si pensa, i due editori di cui parlavo esistono solo grazie alle intuizioni di due geni dell’editoria: Mario Gentilini e Sergio Bonelli.

Dici di avere difficoltà a definirti artista, e che quello di disegnatore è il tuo mestiere: una reazione alla concezione manichea nostrana che oppone il fumetto d’autore a quello popolare ?
L’unico frutto di queste accuse, giustificazioni e rivendicazioni è il danno devastante subìto dal nostro mercato. A forza di dire che “il fumetto non è roba per bambini”, in Italia si è smesso di fare fumetto per ragazzi. Ha ragione Umberto Eco quando dice che un certo fumetto gli risulta perfino difficile da leggere: in Italia si vorrebbe trasformare il fumetto da mezzo di massa a strumento d’élite. La situazione è addirittura peggiorata ora che si è diffuso il termine “Graphic novel”: negli altri Paesi sta a indicare un formato ben preciso, da noi è diventata la parolina magica che ci salva dal marchio infamante di prodotto puerile.
Le “autoghettizzazioni” mi spaventano sempre.

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Copertina di un numero di Icomics della Kawama Editoriale

Parlando dei mercati internazionali scrivi che il formato graphic novel in Francia non è molto amato, tanto che neppure il premio come Miglior Libro vinto ad Angoulême da 5000 Chilometri al Secondo di Manuele Fior riesce a spingerne le vendite in maniera significativa, come del resto era capitato a LMVDM di Gipi. Quello del fumetto è un mondo affetto da conservatorismo?
Penso di no. In Italia e in Spagna un formato da libreria non c’era e il graphic novel ha trovato un suo spazio anche grazie al lavoro di case editrici dall’impostazione nuova, ad esempio la spagnola Astiberri. In Francia fa ancora fatica perché in libreria la concorrenza con la bédé tradizionale è impari.

Nel libro hai dedicato diverse pagine alla Disney italiana e alle sue recenti vicende: cosa ti ha infastidito maggiormente? Lo scarso riconoscimento nei confronti degli autori (mi riferisco alla proprietà delle tavole originali) o la miopia di alcune scelte imprenditoriali?
Il rapporto “burrascoso” con gli autori è un argomento che fa parte della storia dell’azienda Disney. Non lo trovo giusto, ma neanche troppo anomalo. Ci sono casi peggiori, come il trattamento riservato dalla Marvel a Jack Kirby, o dalla DC a Siegel-Shuster.
Trovo invece incredibile come sia stato fatto scempio di uno dei patrimoni dell’eccellenza italiana proprio nel momento di maggior espansione. La gestione 2000-2007 è stata un autentico psicodramma.

Cito: “Quando ho cominciato io bisognava saperne di editoria, impaginare […], venire alle mani con i tipografi.” Hai qualche aneddoto da raccontare?
Stampare il colore negli anni Novanta era davvero difficile. Ci si basava sui Chromalin (prove di stampa approvate dal committente), e il tipografo doveva regolare a mano il flusso dei colori seguendo questi Chromalin il più fedelmente possibile. Solo che la maggior parte delle volte i tipografi neanche li guardavano: se volevi una stampa di qualità dovevi stare lì mentre lavoravano e litigare con lo stampatore. Il mio primo fumetto, Povero Pinocchio, è stato stampato a mezzanotte e la prima versione era tutta rossa.

Il tuo libro non è esattamente un opuscolo promozionale per avviare ragazzi alla carriera di fumettista: non fai mistero delle difficoltà insite in questa professione. Questo perché, come insegnante della Scuola di Comics, ti capita spesso di vedere allievi privi della motivazione necessaria?
Spesso ho la fortuna di conoscere ragazzi davvero agguerriti. Hanno un’energia meravigliosa, mi tempestano di domande e si vede che hanno voglia di fare, ma non sanno come. Credo di aver scritto il libro che mi sarebbe piaciuto leggere quando ho iniziato io.

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Dalla prossima miniserie “Orfani”, scritta da Roberto Recchioni

Come si formano gli strumenti (auto)critici per giudicare il proprio lavoro?
Facendo gruppo con gli altri fumettari. Per il 90% del tempo si parla di Guerre Stellari, nell’altro 10% di disegno.

Negli anni Sessanta e Settanta era possibile entrare in uno studio e imparare il mestiere lavorando assieme a dei professionisti. Quanti colleghi conosci oggi che dedicano un po’ del loro tempo alle “matricole”?
Posso parlare della mia esperienza: se colleghi più grandi come Marco Soldi, Maurizio Di Vincenzo o Carlo Ambrosini non avessero speso ore e ore del loro tempo a spiegarmi come funziona questo mestiere, probabilmente farei qualcos’altro.

Nonostante tu sia un insegnante della Scuola Internazionale di Comics, nel libro lo spazio dedicato al ruolo delle scuole è tutto sommato scarso. Come mai?
Per una questione di pudore, credo.

Italia ci sono diverse scuole di fumetto che sfornano aspiranti autori: esiste secondo te un problema di eccesso di offerta rispetto alla domanda del mercato?
Delle scuole penso tutto il bene possibile. I ragazzi che arrivano a scuola hanno 18-20 anni e tanti di loro hanno una fame pazzesca. Sono lettori voraci, ma conoscono praticamente soltanto manga, perché gli editori occidentali hanno completamente rinunciato a rivolgersi a loro e producono fumetti per lettori trentenni già affezionati. Neanche ci provano a cercare un pubblico nuovo. Quando a scuola fai conoscere il fumetto “nostro”, la sensazione generale è lo stupore: i ragazzi non capiscono perché certe cose, così affascinanti, a loro non siano mai arrivate. Scoprono Bone e si apre loro un mondo.
Siamo arrivati al punto che il fumetto occidentale dev’essere conosciuto nelle scuole tramite reading list.
Magari un ragazzo su cinquanta farà il fumettaro da grande, ma la vivacità culturale e l’energia che si respira nelle scuole è davvero preziosa.

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Dalla prossima miniserie “Orfani”, scritta da Roberto Recchioni

Quali futuro prospetti per il fumetto digitale?
Il capitolo sul fumetto e l’Ipad mi ha dato filo da torcere: l’ho riscritto più volte perché è un argomento in evoluzione. Quando ho scritto il libro (settembre) pensavo tutto il bene possibile. Ora, alla luce dei recenti sviluppi, sono davvero scettico. Il fumetto francese è illeggibile su tablet. Comixology è una piattaforma che già mostra dei limiti. Marvel e DC secondo me hanno sbagliato impostazione e prezzi, e l’unico risultato ottenuto è stato far dilagare la pirateria.
Quando si dice il fiuto dell’editore vero: Sergio Bonelli ha sempre rifiutato di utilizzare questo mezzo, non ci vedeva chiaro, e noi autori “giovani” eravamo insofferenti a questa cosa, pensavamo fosse una follia. Aveva ragione lui, tanto per cambiare.
Non dico di aver cambiato completamente idea sull’affiancare alla carta i mezzi digitali. Però chi pensava che l’Ipad avrebbe modificato l’editoria a fumetti come il Kindle ha fatto con l’editoria libraria americana si sbagliava. Io per primo.

Per finire una domanda che esce dal contesto: cosa puoi anticiparci del tuo nuovo progetto in collaborazione con Roberto Recchioni?
È una serie di fantascienza bellica, interamente a colori. Volevamo parlare dell’Afghanistan, dell’11 settembre, di quello che stiamo vivendo. Roberto sta scrivendo una storia bellissima e i disegnatori stanno facendo un lavoro enorme. Non vedo l’ora che arrivi il 2013 per proporla al pubblico.

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Dalla prossima miniserie “Orfani”, scritta da Roberto Recchioni

Abbiamo parlato di:
Lezioni spirituali per giovani fumettari

Effequ, 2011
144 pagine – 12,00 €
ISBN: 9788889647776

Riferimenti:
Il blog di Emiliano Mammucari: zulapazu.blogspot.it
Il sito di Edizioni Effequ : www.effequ.it

 

7 Commenti

7 Comments

  1. giovanni

    12 aprile 2012 a 09:48

    il paragone con LMVDM di Gipi non ha senso, LMVDM non ha vinto alcun premio in Francia. Se sta scritto così nel libro: complimenti per la cazzata.
    Cercate di parlare di cose che conoscete, che è meglio.

    • Davide Grilli

      Davide Grilli

      12 aprile 2012 a 10:16

      Ciao Giovanni il paragone ha senso, e si basa sul fatto che entrambe le opere sono uscite nel formato graphic novel. Su questo verte la domanda e l’argomentazione di Mammucari. Si parla di un premio, ed è quello vinto dal lavoro di Fior. Ti invito, se hai tempo e voglia, a leggerti il suo libro, è ricco di informazioni utili e scritto, quello sì,in maniera divertente e brillante.

  2. Emiliano

    29 marzo 2012 a 17:15

    Penso avresti ottenuto gli stessi risultati anche senza il premio. Meglio così, comunque.
    Ciao
    Emiliano

  3. Emiliano

    29 marzo 2012 a 17:03

    Penso che avresti ottenuto gli stessi risultati anche senza il premio. Meglio così, comunque.
    Ciao
    Emiliano

  4. manuele

    29 marzo 2012 a 16:39

    Ciao Emiliano,
    infatti non l’ho presa come critica: voglio solo dire che Angouleme pesa sulle vendite e come.
    alla prossima,
    manuele

  5. Emiliano

    29 marzo 2012 a 15:25

    Ciao Manuele,
    Il pezzo che accennava a “Cinquemila chilometri al secondo” non è affatto una critica, ma era riferito a un discorso più ampio sul fenomeno graphic novel: in Italia e in Spagna, nelle librerie, la sproporzione tra il venduto dei formati tradizionali e quella del formato graphic novel è forte. In Francia no.
    I dati che citi (ventimila copie in Francia) non sono buoni, ma ottimi.
    Saluti,
    Emiliano

  6. manuele

    29 marzo 2012 a 13:23

    Mi permetto una correzione. Il premio di Angouleme ha spinto molto significativamente le vendite del mio fumetto Cinquemila chilometri al secondo: a un anno dal premio siamo alla sesta ristampa, ventimila copie vendute (in Francia). Buoni numeri anche per la BD classica, di questi tempi.

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