Interviste

Nell’Officina di Mastro Pagliaro: tra satira, erotismo ed impegno politico

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Nell'Officina di Mastro Pagliaro: tra satira, erotismo ed impegno politico - immagine1-5361Ciao Alberto, benvenuto su LoSpazioBianco. So che vieni da studi artistici nel campo della moda: come è avvenuto il passaggio al mondo dei fumetti?
Il passaggio è avvenuto in modo “traumatico”, infatti è stato segnato da grandi incomprensioni con le mie insegnanti di moda che, in un primo tempo, non hanno capito quanto il fumetto era diventato importante per me. Fin dai primi giorni, iniziai a contaminare le mie creazioni di moda con immagini ispirate al mondo del fumetto, tanto da trasformare i figurini di moda in veri e propri personaggi, il cui abito era espressione di un pensiero e di un modo di essere: questo fu sicuramente l’aspetto più rivoluzionario del mio percorso. Avevo bisogno di comunicare qualcosa: la moda non mi bastava più o, forse, non era il mezzo più adatto alla mia sensibilita’.
A questo punto le mie insegnanti (ormai disperate) compresero che ero una battaglia persa e fu così che decisero di assecondare questa mia passione: da antagoniste si trasformarono in aiutanti e fan e l’incoraggiamento da parte loro fu totale e complice. Fu un periodo meraviglioso per me, perché la mia testa si era finalmente aperta al mondo e il mio vivere era diventato un dare e un avere, uno scambio continuo tra me e le cose della vita. Stavo diventando adulto e, all’improvviso, da mediocre disegnatore di moda, mi trasformai in un aspirante fumettista, curioso del mondo. Intrapresi un viaggio che mi porto’ a diventare rappresentante degli studenti e direttore dell’inserto satirico del giornale di scuola, che si chiamava il “Gipso Cazzo”, un’esperienza veramente formativa sul piano umano, politico e artistico, che duro’ poco, purtroppo, a causa delle proteste dei genitori che mi accusavano di essere troppo volgare. In pratica ero diventato un’altra persona ed ero finalmente felice: avevo un obiettivo, ma mi mancava ancora una strategia… Mi interessava solo disegnare.

Hai lavorato per Casterman, Dupuis, Delcourt, Humanoides e non sempre hai avuto esperienze positive: come vanno adesso i tuoi rapporti con l’editoria francese?
Adesso vanno benone: ho da poco realizzato un fumetto di 115 pagine per Kstr, che uscirà nel 2010 e sono in attesa di altre sceneggiature da valutare, inoltre, la Delcourt, per la quale quest’anno ho realizzato una storia di cinque pagine per una collettiva sul tema dell’Olocausto, è interessata ancora al mio lavoro, ma dobbiamo trovare la storia giusta. In passato ho avuto dei grossi problemi ma, a parte il caso degli “humanoidi”, falliti poche settimane dopo che avevo firmato un ricco contratto con loro, tutta la colpa dei miei problemi è da attribuirsi soltanto a me e alla mia ingenuita’. Non si può essere preparati a tutto; in quel periodo (sto parlando della fine degli anni ’90) ero molto confuso e, allo stesso tempo, avevo un bisogno disperato di provare qualcosa a me stesso e soprattutto alla mia famiglia.
Solo chi aspira a vivere di questo lavoro, può capire a cosa mi riferisco: si ha da subito l’esigenza di trovare il giusto equilibrio, o compromesso, tra le proprie aspirazioni artistiche e il compenso economico. Questa situazione rende tutto incredibilmente complicato, con la conseguenza che il lato “romantico” di questo bellissimo mestiere va a farsi fottere. Si è portati a creare senza sosta per proporre sempre qualcosa di nuovo, ma così facendo si rinuncia allo studio, alle pause che, per chi fa arte, sono tutto! Le pause sono come l’aria o l’acqua: ti rigenerano, ti permettono di fare il punto della situazione per capire cosa stai combinando, ti consentono di fare altro, o niente, e persino quel niente è importante, perché ti “resetta” la mente. Firmare il primo contratto con Casterman è stato traumatico per me. Non ero ancora preparato a un tale impegno e ho pensato spesso a Kurt Cobain, una persona che aveva tutto, ma che alla fine non era semplicemente pronta per “quel tutto”. Per farla breve, mi sono ritrovato in una situazione che avevo sempre sognato, ma che non sapevo gestire sul piano professionale, umano e artistico. Ho dovuto lavorare molto su me stesso per riuscire a trasformare quel disastro in una grande opportunita’, come poi si è rivelata. Da spensierato “artistoide” mi ero trasformato in professionista, condizione mentale che mi ha aiutato a capire e a gestire certe dinamiche che questo lavoro comporta: mi riferisco alle collaborazioni con altre persone (autori e editor), che si sono rivelate, dopo la giusta euforia del contratto, complicatissime da portare avanti.
La mia esperienza in terra di Francia ha avuto anche aspetti molto positivi: gli inviti ai Festival e l’onore di conoscere di persona tutti quei grandi autori che mi hanno cambiato la vita quando ero un ragazzino. Collaborare con Casterman, Delcourt e Dupuis, realizzando alcune storie brevi per Spirou Magazine, mi ha permesso di godere di buone entrate, anche se il mio mantenimento è stato garantito dallo studio di grafica e comunicazione che avevo fondato con altri soci e che mi ha permesso, in quegli anni, di muovermi nel campo dell’illustrazione pubblicitaria, del design e del video, tutti settori che hanno molto in comune con il media fumetto e che, ancora oggi, nonostante non faccia più parte dello studio, continuano a interessarmi.

Il tuo immaginario visivo è popolato da buffi mostriciattoli, donnine procaci e da balene volanti. Ritieni che ci sia stato qualche artista importante nello sviluppare il tuo stile di disegno? Hai mai temuto di avvicinarti troppo allo stile di qualcun’altro?
Considero il disegnare certe figure un’efficace cura allo stress perché rappresentano tutto cio’ che per me è la bellezza e perché sono espressione di un piacere, di un istinto. Il fumetto, al contrario, è ragionamento, è analisi. Quando disegno le mie donnine, o le balene volanti, mi piace pensarmi con la lingua penzoloni e con la capacità intellettiva di un pachiderma appena sveglio: sono la mia grattata di palle, sono la mia erezione, sono i miei scarabocchi d’infanzia, sono il lato più intimo di me. Di artisti che mi hanno cambiato la vita ne ho avuti tantissimi, forse, i più importanti sono stati De Cre’cy, Moebius e Miyazaki: tre mondi diversi e accomunati da un’idea spettacolare e intima del disegno. Un disegno che ti squarcia gli occhi e ti arriva al cervello, un disegno che parla da solo e che ha il suo valore nella sua sola espressione, che è memoria, storia, gioia e dolore. Il rischio di assomigliare a qualcuno, invece, può esistere, ma solo quando non si ha niente da dire e si è poveri dentro. Io ho sempre visto la ricerca come un viaggio in cui io sono sia il punto di partenza che il punto di arrivo. Tutto, quindi, parte da me e finisce con me. Il mio universo è Pagliarocentrico.

Quali fumetti ami leggere?
Nessuno in particolare, anzi, leggo pochissimi fumetti. Si’, lo so, ora tu penserai: “Ecco il solito fumettista che non legge più i fumetti perché bla, bla, bla…”. Purtroppo è cosi’. Leggo raramente perché il mio lavoro, il poco tempo libero a disposizione e la mia salute mentale non lo consentono. Questi sono tre elementi difficilissimi da far combaciare, un po’ come quando, incredibilmente, si allineano i pianeti: ci vuole pazienza e culo! Quest’anno sono tornato da Lucca con “LMVDM” di Gipi e “Femdom” di Santucci, che ho tenuto sul comodino per settimane, poi, all’improvviso, una sera, “la sera”, mi sono messo comodo, me li sono letti entrambi ed è stato bellissimo perché mi sono anche piaciuti molto. Quella sera i pianeti erano allineati, ne sono sicuro.

Cos’e’ per te il fumetto? Intrattenimento, fuga dalla realta’, isola felice dove rifugiarsi… Una volta hai scritto sul tuo blog “e’ importante che i miei fumetti siano delle belle bugie”, in che senso?
e’ tutto quello che hai detto. Si inizia a disegnare per gioco, poi, a seconda di quanto la vita ti ha umiliato, il fumetto diventa una via di fuga. In seguito, se riesci a sopravvivere e trovi la pace, il fumetto può diventare un meraviglioso strumento per raccontare e raccontarsi e se, infine, riesci a divertire in modo intelligente, allora significa che sei diventato finalmente adulto. A quel punto scopri che non sei l’unica forma di vita evoluta su questo pianeta e ti compri casa a Livorno, sogni di fare il bagno tutto il giorno, con la speranza di disegnare in futuro il meno possibile, perché comprendi che chi disegna fumetti è un maledetto sfigato!
“e’ importante che i miei fumetti siano delle belle bugie”. Le bugie sono storie; quando pensiamo a una bugia inventiamo una trama, direi che è la prima forma di racconto che elaboriamo. Le bugie nascono da una necessità spesso alimentata dalla disperazione. Le bugie sono figlie della debolezza umana, certe volte sono crudeli , altre sono meravigliose. Diciamo che ancora oggi, quando penso ad una storia, mi piace partire da quella debolezza che mi faceva inventare delle stronzate incredibili.

Vorrei capire meglio il tuo approccio al fumetto: presti grande attenzione e cura al disegno e nel contempo, poiche’ sei aperto alla sperimentazione, non sembri essere condizionato dal genere di fumetto.
Il mio approccio al fumetto è estetico, quindi il disegno è l’elemento fondamentale, la base da cui partire.
Un fumetto è fatto di una storia e di un disegno ed io, a causa della mia incapacità di raccontare attraverso le parole, ho pensato che il solo disegno potesse supplire a questa mia mancanza, di conseguenza, ho iniziato un viaggio che mi ha portato a studiare la grafica , la pittura, la moda, il design, alla ricerca del “segno perfetto” attraverso cui realizzare un’immagine che racconti, che parli, come accade nella fotografia o nel cinema. Purtroppo, ancora oggi, la mia debolezza nello scrivere condiziona molto il mio modo di creare fumetti perché per me è faticoso gestire questi due elementi: il tutto si traduce in una “non visione d’insieme”.
Se il disegno adesso è maturo, il testo non lo e’, lo sento ancora debole, ma sto imparando…ci vuole tanta pazienza. Avere un approccio estetico al fumetto non si traduce con un’assenza di contenuti, con un’estetica vuota, anzi, si tratta di creare il guscio che riveste e custodisce un’idea, un pensiero, un modo di essere e quindi anche di esprimersi. Il mio è un percorso inverso: parto da un’immagine e poi scrivo la storia.

Non credi nell’improvvisazione nel campo artistico e che chiunque possa fare arte, dunque secondo te chi è un’artista?
Un’artista è colui che studia e che fa ricerca, è colui che attraverso un segno riesce ad esprime un percorso, una storia, un sacrificio.

I ragazzi che si avvicinano oggi al fumetto sembrano avvantaggiati, rispetto le generazioni precedenti, sia da un punto di vista della comunicazione (fiere, festival, concorsi) che della tecnologia (internet e programmi di grafica). Tu, insegnando alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, hai un punto di vista privilegiato perché ne sei quotidianamente a contatto: cosa ne pensi?
Sicuramente sono avvantaggiati nel proporre le loro opere; la tecnologia li ha aiutati e molto. Penso solo al fatto di poter spedire i propri progetti tramite e – mail o mettendoli in bella mostra utilizzando piattaforme facili da gestire come i blog. Tutti questi strumenti velocizzano la comunicazione e la conoscenza, quindi li aiutano a imparare più in fretta. Sono convinto che se li avessi potuti utilizzare anch’io, quando avevo vent’anni, sicuramente ne avrei tratto notevoli vantaggi in termini di visibilita’.

Diversi tuoi colleghi hanno dimostrato una certa insofferenza nei confronti del blog e di altri strumenti di comunicazione via internet, qual è la tua posizione?
Li posso capire, il fumettista spesso è anonimo, non esiste: esistono l’opera, il personaggio e basta. Vuoi per una logica editoriale tutta italiana, vuoi per una situazione oggettiva che porta l’autore, qualsiasi autore, a trascorrere la sua giornata chiuso in uno studio. Sicuramente questa situazione porta ad una certa chiusura, ad un non confronto che è frutto di una timidezza, nel migliore dei casi, o di un malessere, nel peggiore; a mio giudizio molti autori si vergognano di quello che fanno.
Il blog significa apertura, confronto, conoscenza e io, certe volte, penso con rabbia a quanto sarebbe stato bello se Pazienza avesse avuto un blog: prova a immaginare quante cose avremmo potuto imparare!
Il blog è una finestra sul mondo che ti permette di farti conoscere: è fondamentale per promuovere il mio lavoro perché, pur non avendo le caratteristiche artistiche per poter pubblicare in Italia, mi ha permesso di farmi conoscere anche nel mio paese. Il blog è il tuo spazio autogestito, dove puoi pubblicare tutto quello che ti pare, senza dovere passare da una casa editrice, anzi, se si vanno a vedere le vendite di certe case editrici e quanto pagano (niente), allora comprendi che pubblicare le tue storie direttamente sul tuo blog ti permette di avere molti più lettori!

Che tecniche di disegno preferisci? So che hai avuto delle resistenze nei confronti della colorazione digitale, le hai superate?
Utilizzo una tecnica che ho sviluppato negli anni, che è il risultato di molte esperienze professionali e artistiche (come quelle allo studio “Inklink” e all’Accademia Disney) e che ho perfezionato grazie all’utilizzo di Photoshop.
Questo è il mio metodo: la realizzazione della storia ha inizio con la stesura di uno storyboard che, dopo essere stato digitalizzato, viene montato su un file che io chiamo “base pagina” che riporta le misure esatte della tavola e la suddivisione in vignette. Il passaggio seguente consiste nell’inserimento del testo e, a questo punto, rielaboro lo storyboard, cercando di distribuire correttamente i personaggi nello spazio, creando un giusto equilibrio grafico fra testo e disegno.
Una volta conclusa questa operazione, stampo la pagina con una risoluzione molto chiara, quel tanto che basta a fornirmi tutte le informazioni necessarie sul disegno, in pratica, si tratta di una base su cui andro’ a disegnare la matita definitiva, che manterrà la stessa “freschezza” dello storyboard. Dopo aver realizzato anche questo passaggio, digitalizzo nuovamente e ristampo, questa volta, pero’, senza schiarire, perché dovro’ ricalcare tutto sul foglio su cui realizzero’ la tavola. A questo punto, a seconda del tipo di fumetto, posso realizzare il lavoro definitivo utilizzando dei pennarellini Staedler 00,5-01-03-05 o Pentel, come avviene per le storie partigiane, o ripassando con una grafite 2h, come avviene per “Samanza”, o per molti altri fumetti, come il romanzo che ho appena terminato per Kstr e “Peppard” per Maxim, ovviamente, in seguito, rielaboro il tratto a grafite con Photoshop.
Parlerei più di difficoltà inerenti alla colorazione digitale, piuttosto che di resistenze. Quando ho iniziato a usare Photoshop , mi sono posto da subito l’obiettivo di realizzare una colorazione che risultasse la più realistica possibile; quell’effetto digitale, fatto di sfumature fredde e colori brillanti, che caratterizzava le mie prime prove mi faceva veramente schifo perché rendeva tutto estremamente finto e dannatamente anni ’80. Mi riferisco a quell’effetto aerografo che già all’epoca detestavo. Ho cercato di mettere in pratica una tecnica che mi permettesse di simulare l’acquerello, tecnica che ho sempre amato e di cui avevo un’ottima padronanza, mediante l’utilizzo massiccio di pennelli sfumati e texture e, fin da subito, i risultati sono stati incoraggianti. Adesso, a distanza di qualche anno, posso affermare che il colore sia un mio punto di forza, un elemento che mi distingue e che mi gratifica.

Nell'Officina di Mastro Pagliaro: tra satira, erotismo ed impegno politico - immagine2-5361Che rapporto hai con gli sceneggiatori? Come ti valuti in quanto scrittore?
Ho un rapporto molto professionale e distaccato perché spesso ho a che fare con autori che portano avanti più serie, di conseguenza, non abbiamo il tempo materiale di conoscerci in modo più approfondito. La cosa importante è raggiungere un accordo iniziale, basato sulla stima reciproca, che si traduce nel rispetto dei ruoli di ciascuno, altrimenti salta tutto. La mia consapevolezza del non sapere scrivere, poi, mi fa provare una certa ammirazione per la figura dello sceneggiatore e questo fatto mi rende molto disponibile alla collaborazione. Naturalmente ci sono anche le teste di cazzo… quelli li voglio morti!
Mi è anche capitato di disegnare storie fornitemi direttamente dall’agenzia che mi ha rappresentato per un certo periodo e devo ammettere che mi sono sempre trovato bene, escludendo un solo caso (uno sceneggiatore mi vuole morto perché ho riempito la sua storia noir di mostriciattoli colorati). Alcune di queste sceneggiature erano già montate su uno storyboard, non vincolante per me, ma, in un singolo caso, mi sono affidato completamente a quello storyboard perché era davvero meraviglioso: quest’esperienza mi ha fatto riconsiderare il mio modo di rappresentare le storie, troppo legato al bel disegno che, spesso, finisce per offuscare e impoverire il testo. Quello storyboard era perfetto perché era semplice: sembrava disegnato da un bambino consapevole di che cosa doveva aspettarsi da quella storia… se lo avessi modificato, avrei rovinato tutto.
Io, come scrittore, potrei definirmi: “uno di buone speranze”, ma che ancora oggi fa fatica. Per me creare significa studiare: io il disegno l’ho studiato e lo studio ancora, ma per la scrittura non è cosi’. Ho iniziato da poco a scrivere seriamente, spinto da una mia crescente necessità di raccontare le cose della vita, forse segno di una maturità arrivata in ritardo, ma sempre ben accetta. Il fattore “tempo libero” da utilizzare per scrivere ha avuto anche la sua importanza: il diventare pendolare, infatti, mi ha consentito, durante il tragitto Firenze – Livorno e Livorno – Firenze, di scrivere tanto: dalle storie partigiane a Samanza, ma anche cose estranee al fumetto, come le mie canzoni. Tutti i miei scritti nascono cosi’… Sto seduto vicino al finestrino, armato di taccuino, penna Bic, un Mars, un pacchetto di Fonzies, una bottiglia d’acqua gassata e un solo obiettivo nella testa: scrivere la storia perfetta, fatta di poche parole, ma buone. Cerco la sintesi, solo così il disegno potrà essere forza e idee.

Da un po’ di tempo a questa parte realizzi Le Storie Partigiane per il : ci spieghi di che si tratta e come è nata questa collaborazione?
Tutto è nato per caso. In quel periodo, stavo cercando un’idea forte per realizzare un fumetto per una collettiva dal titolo “Maledetti toscani”, per la quale ogni autore avrebbe dovuto realizzare un’opera in grado di esprimere “la toscanita’” . Il caso ha voluto che, rientrando dall’Abetone, mi fermassi per un panino alla porchetta a S. Marcello Pistoiese e li’, perso per i suoi vicoli, mi imbattei in una lapide che riportava la lettera di Calamandrei, rivolta al Feder Maresciallo Kesselring. Dopo averla letta pensai, tra rabbia e commozione: “Ma quanto sono stronzo!”. Tornato a Firenze, realizzai una storia di una pagina dal titolo “Puppamelo!” ed ero felice perché avevo la mia storia.
Molti mesi dopo averla pubblicata, rileggendola, pensai che forse sarebbe potuta interessare al , così è stato. Il direttore mi rispose subito e, dopo averla pubblicata, mi propose di realizzarne altre. Così è nata la serie : “una storia partigiana”.

Il tema della resistenza partigiana è molto delicato da affrontare qualunque sia il tipo di posizione che si tiene: che genere di reazioni ci sono state da parte dei lettori e cosa hai provato?
Le reazioni ci sono state e forti, non inizialmente, ma subito dopo la pubblicazione dell’episodio “Il bucato” e, successivamente, “La succhia cazzi”. Devo ammettere che ho provato un certo malessere all’arrivo delle prime critiche, tanto da voler concludere la mia collaborazione con il Vernacoliere. Il punto è che mi hanno colto impreparato; non pensavo che un tema come la Resistenza potesse portare a delle critiche da parte di alcuni lettori del Vernacoliere, visto che si tratta di un giornale di sinistra”, invece, aspre critiche sono arrivate sotto forma di lettere al Vernacoliere, di commenti sul mio blog ed e-mail nella mia posta, fra queste ce n’era una in particolare dove mi si minacciava.
Puoi ben immaginare quale tipo di pensieri ha provocato tutta questa situazione, sommata al clima politico attuale in Italia ma, alla fine, sono riuscito a trovare la giusta serenità per andare avanti e questo anche grazie agli amici dell’A.n.p.i. che mi sostengono e che mi hanno fatto comprendere l’importanza delle mie storie. Resta il fatto che ci sono lettori di Destra che ancora oggi continuano a rompermi il cazzo, lamentandosi del fatto che sono di parte o che non li faccio ridere, utilizzando sempre lo stesso linguaggio fatto di insulti e deliri che denotano un’ignoranza e una solitudine impressionante. Pensa che c’e’ un giornalista, che pubblica su giornali di destra, da circa due anni mi invia, tutte le settimane, i suoi articoli e ha scritto un libro che si intitola “Mussolini uomo di pace”, non aggiungo altro… Ovviamente, pero’, ci sono anche tante manifestazioni d’affetto da parte di lettori e iscritti all’A.n.p.i., quindi anche di partigiani veri, i cui complimenti per me rappresentano il più grande riconoscimento al mio lavoro che potessi ricevere.

Possiamo dire che l’esperienza delle storie partigiane è un passo importante nella tua carriera? Se te ne fosse data l’opportunita’, quale altro genere di storie ti piacerebbe raccontare?
Direi di si’. Nessun’altra opera mi ha dato così tanto in termini di crescita personale e artistica.
Attraverso le Storie Partigiane mi sono scoperto nudo ed è grazie ad esse che oggi mi sento più maturo, quindi, spero di poter portare avanti questa magnifica esperienza ancora per molto tempo.
In futuro vorrei continuare a muovermi in varie direzioni, realizzando storie di diverso genere: fumetti d’avventura per bambini o storie legate al tema della quotidianità o del sesso, magari connotate da una certa “gentilezza”. Vorrei, infatti, riuscire a trasmettere nei miei fumetti la serenità che finalmente ho trovato nella vita, ma non è facile: fare fumetti, ancora oggi, per me significa vivere un conflitto personale.

Hai collaborato con il magazine Maxim per il quale hai disegnato il fumetto erotico “Peppard the mad dog” scritto da Michelangelo La Neve. Cosa ti ha spinto ad accettare questa proposta e che tipo di prodotto hai cercato di realizzare?
Prima di tutto la possibilità di far vedere il mio lavoro ad un pubblico ampio come quello di un magazine nazionale, secondariamente, l’opportunità di potermi divertire a fare quello che amo fare, ovvero, disegnare fumetti erotici e sperimentare, cercando di utilizzare nuove forme stilistiche.
Quando ci è stato proposto il progetto, Michelangelo ed io, abbiamo pensato di realizzare qualcosa che, in qualche modo, fornisse un’idea di fine del mondo, di una specie di apoteosi della follia umana perché Maxim questa follia la racconta e bene. Mi riferisco alle belle donne “photoshoppate”, ai belloni di turno, al lusso… tutte espressioni di una disperazione diffusa e inquietante che diventa rappresentazione di un mondo finto da spacciare come reale. Un paradiso perverso, dove tutti gli stronzi possono trovare pace. Con questo fumetto abbiamo voluto celebrare la morte di questo mondo, esasperandone ulteriormente l’estetica, mediante un uso scriteriato del colore e del disegno, sommando ad essa una storia che parte come un gioco e che poi si trasforma in un vero dramma alla Lars Von Trier, in cui si salva solo il protagonista principale mentre tutti gli altri muoiono, chi decapitato, chi di leucemia… Praticamente abbiamo disegnato la morte, ma vestita a festa.
L’operazione è riuscita benissimo e “Peppard the Mad Dog” è una delle mie opere meglio riuscite. Si è trattato di un momento di rottura, un corto circuito che non poteva avere un palcoscenico migliore, e non poteva che essere cosi’, perché le premesse da cui è nata questa avventura erano buone: sono approdato a Maxim dopo che il direttore, ora ex, e Michelangelo avevano apprezzato “Fica, merda e sangue” pubblicata su Blu, di conseguenza, entrambi si aspettavano qualcosa che avesse la stessa forza espressiva e il medesimo impatto emotivo.
Per uno come me, che ha sempre disegnato fumetti erotici, questa esperienza ha rappresentato una ghiotta opportunità di provare ad ampliare questo genere attraverso tutta una serie di contaminazioni: dal manga al fumetto degli anni 70, dalla grafica degli anni 70 – 80 alla cultura Glam rock e Pop, con l’aggiunta di tutte quelle figure sacre, a me care, come la rappresentazione di me stesso a cazzo di fuori, circondato da tristi mostriciattolini colorati. Questo fumetto è stato vissuto come una follia perché tutto era improvvisato; ogni episodio, infatti, è stato realizzato in 4-5 giorni, cercando di farlo incastrare nel mezzo di una produzione di almeno altri 4 fumetti completamente diversi. Si è trattato di un ‘esperienza fantastica, ma stressante.
Questo fumetto mi manca da morire e ci tengo a precisare, a testimonianza del fatto che abbiamo fatto quel che ci pareva, che Michelangelo, il direttore ed io non lavoriamo più per Maxim e che stiamo portando avanti nuovi progetti insieme (rido).

Ci parli delle storie che disegni per il Vernacoliere e che vedono come protagonista Samanza? Come è nato questo personaggio?
Tutto è iniziato con una telefonata del direttore che mi propose di creare un nuovo personaggio a sfondo erotico da inserire nel Vernacoliere. La richiesta, in un primo momento, mi ha lasciato in uno stato di confusione perché, se da un lato ero felicissimo per la richiesta, dall’altro, in quel periodo, ero veramente incasinato a causa di altri lavori, ma alla fine ho accettato, specificando che avrei voluto comunque inserire elementi di satira, anche se nella mia testa questa nuova serie doveva rappresentare un momento di puro divertimento, in contrasto con la serie delle Storie Partigiane.
Dopo qualche ora avevo già il nome, ovvero Samanza, un mio vecchio personaggio: la caricatura di una mia amica “manza”, ai tempi dell’Istituto d’Arte, di nome Samanta. Una volta trovato il nome e il character design, mi sono messo a pensare a un’idea tanto forte da poter giustificare e far vivere quel tipo di personaggio; a quel punto, mi è venuta l’idea di rielaborare la formula della commedia sexy all’italiana. In quei film, infatti, si rappresentava un’italietta che poi è quella di oggi, ma in modo molto cretino e superficiale e per niente critico, dove la bellezza di turno doveva rendere ancora più divertente e “innocuo” quel contesto, che si esprimeva attraverso l’esaltazione di quel malaffare che ci ha portati ad essere un paese di merda… la cosa triste è che tutto cio’ doveva farci ridere.
Con Samanza io ho voluto fare un discorso diverso. Ho utilizzato il linguaggio cretino della commedia sexy, ma per raccontare in modo forte e critico l’Italia di oggi, grazie ad un personaggio surreale che usa la sua topa “proletaria e partigiana” per portare il Comunismo e la ragione, creando così un conflitto che, in realta’, è una critica nei confronti dell’Italia che racconto. Invece di realizzare una serie che mi avrebbe permesso di divertirmi e far divertire, ho creato qualcosa di completamente diverso che rappresenta per me una vera sofferenza e che non fa ridere un cazzo, ma piace… credo.

Ti dividi tra le storie partigiane e i fumetti più leggeri: hai ricevuto critiche per le scelte più commerciali? Cosa rispondi a chi ti accusa di essere un’artista che scende troppo a compromessi e di essere “superficiale”?
Le storie partigiane raccontano un tempo passato, una fase storica importante, attraverso gesti semplici, apparentemente normali, che descrivono un’Italia piena di speranza e di dolore.
Samanza che sembra un fumetto leggero, per certi aspetti è ancora più forte delle storie partigiane: racconta l’italietta di oggi, meschina e mediocre, fatta di persone piccole piccole che stanno distruggendo il paese. Non ritengo assolutamente di aver fatto una scelta “commerciale” rispetto alle storie partigiane, neppure da un punto di vista economico, visto che sono pagate la stessa cifra. Il compromesso è un atto che si subisce perché si è in una posizione di debolezza e io, in passato, mi sono trovato in questa situazione. Per fortuna, da molti anni vivo in una situazione di forza, di conseguenza, posso affermare che realizzo solo opere di cui sono convinto e di cui ne sono convinti pure gli editori, visto che me le pagano permettendomi di vivere di solo fumetto e poco altro.
Questo è un aspetto importante: i fumetti si fanno in due, ci sono un’artista e un editore che decidono d’instaurare un rapporto professionale la cui finalità è la creazione di un’opera fumettistica. In questo gioco delle parti ognuno deve dare il massimo; l’artista si deve impegnare a realizzare un capolavoro e l’editore, che deve essere un imprenditore e non un semplice appassionato senza soldi, deve mettere l’artista in condizione di lavorare bene, riconoscendogli il giusto compenso economico, tale da permettere all’uomo, e non all’artista, di essere sereno, perché l’artista lavora anche gratis, l’uomo no. Io sono un uomo, prima di essere un’artista, con questo voglio affermare il fatto che la mia vita è fatta di “vita”, cioe’ di cose concrete: cibo, bollette, mutuo, spese mediche, una compagna da viziare, mentre per l’artista esiste da solo, con il suo ego e il suo blog, tutte cose che si comprano con niente, basta un: “cazzo, ma sei un grande artista!”. Ecco: io non sono un grande artista, cioe’ lo sono (rido), ma non sono quel tipo di grande artista, anzi, per il mio sindacato, il SILF, sono un “operatore del fumetto” e a me questo basta.
Riguardo all’accusa di essere superficiale mi è difficile dare una risposta. Direi che fa parte del gioco. Nell’ambiente artistico esisterà sempre quello che si crede migliore di te; l’artista duro è puro intendo, quello che non scende mai a compromessi, quello che parla sempre di argomenti impegnati e che non perde mai occasione per fartelo notare con la serenità e la capacità di analisi di Adolf Hitler.

Hai finito da poco il fumetto per Kstr: di che parla e quando verrà pubblicato?
Si tratta di un fumetto “gotico” ambientato a San Francisco, nei giorni precedenti al grande terremoto che la distrusse nel 1906. Questa storia mi è stata cucita addosso dallo sceneggiatore, che conosce il mio amore per il genere grottesco, fatto di mostri e misteri. Il mio volume rappresenta il primo capitolo di una storia che si svilupperà in altri due albi, realizzati da due bravissimi disegnatori, anche loro come me, appassionati del genere. L’opera vedrà la luce nel 2010, in Aprile.

Sei impegnato su diversi fronti: fumetto, illustrazione, musica e videoclip. Come riesci a portare avanti tutti questi progetti? Pensi che sacrificherai qualcosa?
Da più di un anno ormai, mi sono dedicato esclusivamente al fumetto e all’illustrazione, perché mi è stato impossibile far altro. Adesso che inizio a vedere la luce, ho ripreso a lavorare al mio progetto musicale “Fulgido Esempio” e spero di poter arrivare presto alla realizzazione di un disco, inoltre, insieme a Sergio Ciulli, un regista/ attore che ha collaborato con Fellini e Risi, stiamo lavorando alla realizzazione di uno spettacolo teatrale ispirato alle mie storie partigiane, che forse verrà presentato alla prossima Lucca Comics e che farà da cornice alla presentazione della raccolta. Speriamo bene.

Ci parli dei tuoi progetti lavorativi? Cosa ti attende nei prossimi mesi?
Al momento niente di certo; escludendo la mia collaborazione con il Vernacoliere, in questi giorni sto realizzando alcune prove per il mercato francese, quindi, spero presto di poter dire di avere dei progetti da cominciare.
Sicuramente dovro’ ristrutturare casa, percio’, se non hai niente da fare, potresti darmi un aiutino. :-)

Riferimenti
Il blog di : premiataofficinapagliaro.blogspot.com

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