Approfondimenti

Akame. The Red Eyes

Akame. The Red Eyes - immagine1-5334 fa parte di quella ristretta cerchia di autori che hanno segnato la storia del manga grazie alla loro capacità di conciliare la funzione d’intrattenimento tipica del fumetto, le sue strutture ed i suoi ritmi narrativi con la volontà di trasmettere messaggi sociali ed ideologici molto forti e sentiti. Come nei manga di , , o nei film di , nelle tavole di Shirato si respira una forte passione per il proprio paese, la storia del proprio popolo ed una sincera attenzione per la natura.

Akame (letteralmente in giapponese: occhi rossi) è un opera particolarmente matura e rappresentativa di questa attitudine, riconducibile anche al genere gekiga, lo stile narrativo che nel manga più si avvicina all’idea occidentale di graphic novel, inteso come romanzo a fumetti dalle tematiche spesso riflessive, intense e mature, contrapposto alla semplicità del fumetto seriale e popolare. Mentre il maestro fondatore del genere, , prediligeva le ambientazioni cittadine, raccontando i disagi di un popolo sconvolto psicologicamente e socialmente dal veloce boom economico successivo alla seconda guerra mondiale, Sampei Shirato contribuisce allo sviluppo del genere guardando alla tradizione e al passato del Giappone. I suoi racconti sono ambientati in quel periodo storico che viene spesso erroneamente chiamato medioevo o semplicemente – e volgarmente – tempo dei samurai. In realtà si tratta dell’era feudale, che in Giappone fu ben più lunga del nostro medioevo: quasi mille anni di storia, dal periodo Kamakura (1185-1333) fino quasi all’inizio del periodo Meiji (1868-1912), che videro la popolazione provata e divisa, oltre che da numerose guerre intestine, anche da una rigida suddivisione in classi sociali, superata solo all’inizio del ventesimo secolo.

Lo status sociale del contadino era nella realtà il più basso. In teoria il gradino inferiore spettava a chi maneggiava il denaro come i commercianti, ma poiche’ questi ultimi acquistarono potere arricchendosi sempre di più, di fatto gli svantaggiati erano gli agricoltori delle campagne che venivano sfruttati dai samurai da cui erano direttamente dipendenti per il pagamento dei tributi al Daimyo, il signore feudale.

Sono questi contadini oppressi i protagonisti di Akame, inermi di fronte ai soprusi del signore feudale locale. Hanno gli stessi corpi provati e curvi e gli stessi sguardi spenti, rassegnati e perfino ingenui dei contadini di Akira Kurosawa ne I sette samurai, un film che pone l’attenzione sui medesimi aspetti della società di quegli anni, con temi narrativi non dissimili di quelle di Shirato. Se il mangaka racconta le violenze perpetrate dalle milizie del signore feudale a scapito di un intero villaggio, Kurosawa mostra contadini disperati per le razzie di banditi, ma l’atteggiamento dei due gruppi di violenti è lo stesso. Nonostante i samurai agiscano sotto la legittimazione ed il comando delle locali amministrazioni e non siano quindi dei fuorilegge, il loro comportamento non è meno violento. Shirato, sicuramente consapevole del racconto de I sette samurai, sembra offrirne una visione alternativa, parallela e altrettanto tristemente realistica: pone fuorilegge e samurai sullo stesso piano, mossi dalla medesima cieca violenza, mostrando un’idea di sfiducia nell’uomo. Non a caso per trovare la salvezza i contadini di Kurosawa hanno bisogno dell’aiuto non delle forze dell’ordine locali, ma di sette ronin: samurai senza padrone, figure al margine della societa’, privi della protezione di un signore feudale e quindi esterni ai meccanismi sociali. Come a dire che la giustizia non la si può trovare facilmente per mano dello stato. E per Shirato non la si può trovare nemmeno grazie alla natura. Entrambe le storie infatti non hanno un epilogo con un vero vincitore, non vedono trionfare la giustizia, la morte cade implacabile su ogni fazione ed il sospiro di sollievo che i contadini di Kurosawa paiono tirare nelle ultime sequenze del film o l’apparente libertà che sembrano conquistare nelle ultime pagine di Akame sono evidentemente solo momentanei.
Akame. The Red Eyes - immagine2-5334In Akame la libertà è ottenuta grazie all’aiuto degli animali, sofferta ma non del tutto meritata, mentre la vendetta del protagonista è fin troppo dolorosa, bramata in un attesa di anni, durante una vita spesa nel rimorso e nella sofferenza per la moglie brutalmente uccisa dal signore locale. Una vendetta amara quindi, senza soddisfazione, che non conosce ne’ vincitori ne’ vinti.
L’autore mette più volte sullo stesso piano uomini e animali, entrambi divisi tra oppressi e oppressori, forti e deboli, ma non suggerisce una via migliore, una soluzione; pare piuttosto rassegnato alla condizione della natura e della societa’. Crea un parallelismo e un’interazione tra le due categorie, una realistica metafora che vede i conigli bianchi cacciati dalle linci, indifesi e venerati da contadini indifesi come animali.

Shirato affronta con realismo certe crudeltà e sembra fare consapevolmente ammenda per il suo popolo. Motiva sociologicamente e storicamente la violenza e lo fa parlando di una delle stragi maggiormente ignorate dalla storiografia giapponese e altrettanto poco conosciuta in occidente: il genocidio perpetrato dall’esercito nipponico nei confronti della popolazione cinese durante gli anni dell’imperialismo all’inizio del ventesimo secolo, nella guerra Sino-Giapponese (1937-1945) ed in particolare nel massacro di Nanchino (dicembre 1937) in cui vennero uccisi oltre 300.000 cinesi. Ancora oggi storici giapponesi negano l’accadimento di tale strage; Shirato, invece, ne parla proprio in un manga e si fa interprete non solo delle sofferenze dell’individuo, ma dell’uomo in generale, dei popoli.

Grazie all’utilizzo di una voce narrante, inserita spesso alla fine dei capitoli, Shirato riflette sul comportamento umano e animale e sulla storia del suo paese. L’intero libro potrebbe inizialmente acquistare la forma di una lunga parabola: certe azioni dei personaggi sembrano spesso esagerate, estreme, e il numero delle persone uccise nel villaggio è forse troppo elevato. Si può credere che certe crudeltà siano troppo fantasiose e impossibili (i feudatari, ad esempio) danno l’impressione di avere l’improbabile intenzione di sterminare l’intero villaggio). L’autore rivela ben presto, invece, come in realtà ritenga realistiche certe violenze e come si sia ispirato alla realta’. Lo dimostra l’intervento che rappresenta la chiave di lettura dell’intera opera. A pagina 115 la voce narrante dice: “Questa condotta la tennero spesso le truppe giapponesi in Cina durante la seconda guerra mondiale. Piu’ un’etnia è oppressa e maggiormente compie delle atrocità contro le altre, cio’ avviene anche ai giorni nostri. Forse si agisce così anche a causa della triste storia vissuta”. Queste parole vogliono svegliare il lettore facendogli comprendere che il racconto che sta leggendo non è poi così surreale e che il Giappone stesso ha vissuto e causato simili violenze, nonostante la tendenza negazionista riguardo ai crimini commessi durante la propria storia, anche quando si tratta di vere e proprie stragi che hanno rasentato il genocidio.

Akame, pur raccontando sentimenti e condizioni umane comuni e universali, come oppressione e vendetta, rimane quindi un opera profondamente radicata nella cultura del Giappone; e lo è in tutti gli aspetti. La consapevolezza storica dell’autore non si ferma al passato del suo popolo: anche il disegno, nel suo pittorico e minimale realismo, è figlio della tradizione iconografica giapponese, di quell’estetica che lega indissolubilmente la scrittura all’arte e si esplica nella disciplina dello shodo, la tecnica calligrafica col pennello. Il romanzo storico di Shirato è illustrato, infatti, con le medesime spesse pennellate dello shodo che, pur molto curate, non conoscono la bellezza, in nessuno dei volti e nemmeno negli aridi paesaggi. Questo crudo realismo sembra interrompersi solo con i fin troppo espressivi e furbi sguardi degli animali, contrapposti agli spenti occhi degli uomini, come a voler conferire loro maggior umanita’, o perlomeno a porli di nuovo sullo stesso piano. Di sicuro, pero’, Shirato non sembra salvare nessuna delle due specie ed il destino riservato a ogni essere vivente è carico di ingiustizie. Anche se le linci attaccano i conigli per puro istinto e i soldati maltrattano i contadini per crudelta’, la morte arriva violenta per entrambi.

Riferimenti:
Il sito delle edizioni Hazard:www.hazardedizioni.it

1 Commento

1 Commento

  1. L'orso

    14 gennaio 2014 a 14:58

    Complimenti per la profonda analisi su quest’opera del sensei Shirato ;)

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Spazio Bianco: nel cuore del fumetto!

Inizio