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Pascin: la vita e l’arte di Sfar

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Pascin: la vita e l'arte di Sfar - immagine1-5261PREMESSA

è autore francese eclettico e imprevedibile. In Italia, è noto soprattutto per Il Gatto del Rabbino, pubblicato prima in singoli albi in grande formato da Kappa Edizioni e poi raccolto in volume (parzialmente, includendo solo i primi tre capitoli) da Rizzoli.
Il Gatto del Rabbino è un furibondo e ironico attacco filosofico alla religione e alle ideologie, che mostra una linea semplice, personale e mossa, esaltata da un colore speziato, orientale.
Nelle dinamiche tra i personaggi e nella messa in scena ariosa e mai statica, il lettore può perdersi in sapori antichi e in diatribe attuali. Il tutto visto attraverso gli occhi del gatto che altri non è che l’alterego impertinente di Sfar e che riduce a sberleffo ogni convinzione, ogni sistema, in particolare quello della religione ebraica, personificata dai diversi rabbini e novizi che attraversano la vicenda.
Pietra di paragone per le opere successive, Il Gatto del Rabbino è emblematico dell’approccio di Sfar al fumetto: inventiva, profondita’, ironia, ritmo, perizia tecnica abilmente nascosta da uno stile semplice, a tratti infantile. Ma sarebbe assai riduttivo identificare l’autore con questa opera. Perche’ uno dei motivi principali della ricerca espressiva di Sfar sembra essere la necessità di sfidare continuamente se stesso, di rimettere in discussione le sue stesse opere e di aprirsi alle più diverse sollecitazioni e da esse venire guidato verso nuovi progetti.
e’ in questo contesto che si inserisce e si spiega Pascin, la falsa biografia del pittore di origini bulgare Julius Mordekai Pinkas (detto Jules Pascin), morto suicida a Parigi all’età di 45 anni nel 1930, dopo essere stato uno dei simboli del movimento pittorico di Montparnasse del primo novecento.

LA FINZIONE BIOGRAFICA

L’eccezionalità del Pascin di Sfar sta in almeno due caratteristiche: il segno, che si distacca in modo netto, ma non senza continuita’, dai lavori precedenti e che sembra nascere e prendere letteralmente vita dalla linea aggrovigliata, scomposta, nervosa e angosciante delle opere dello stesso Pascin (visibile soprattutto nei disegni ma che scappa dagli angoli anche dei dipinti); le vicende umane raccontate, che sono imitazione della biografia del pittore, in quanto invenzioni verosimili di Sfar, spesso ispirate da scene ed emozioni provenienti dalle opere di Pascin.
Si tratta di un doppio processo di mimesi, quello segnico e quello biografico, che si connota come una vera e propria ispirazione viva e generativa. Lontano da qualunque forma di didascalismo, immune alla celebrazione per costituzione genetica e per approccio intellettuale (la vena è sempre quella dissacrante del Gatto del Rabbino), Sfar inventa il suo Pascin immedesimandosi nel pittore, in una specie di doppio anarchico e degenerato. Il Pinkas del fumetto è un uomo volubile, continuamente accerchiato dai suoi demoni e dalle sue dipendenze, soprattutto sesso e alcol, con una continua tensione verso il misticismo e l’esistenzialismo che sembrano produrre una costante frattura nella sua anima e nelle sue azioni. Un dualismo lacerante, che si manifesta chiaramente nei suoi dipinti (visi gentili e tristi, ridotti a pochi tratti essenziali e potenzialmente già fumettistici, di splendide donne in pose volgari o avvilite) e che lacererà fino al suicidio la sua fragile psiche, tormentata da un’intelligenza vivissima, curiosa e febbrile.
Nell’opera a fumetti non si accenna alla tragica fine del pittore, non si dà voce se non implicitamente al profondo tormento che lo avvilisce, perché Sfar è interessato a restituirci la forza (auto-distruttiva), provocatoria e indomita di Pascin. L’immedesimazione dell’autore nasce proprio dal bisogno di rappresentarsi e manifestarsi ai lettori attraverso un uomo discusso e discutibile, che produce in ogni caso reazioni forti negli amici che lo frequentano, nelle sue tante amanti e, in definitiva, nei lettori. Ed è tale il processo di identificazione, che la falsa biografia sembra diventare per Sfar il veicolo dei suoi pensieri, di sue riflessioni esistenziali ed artistiche.

LA LINEA BRUTTA TRA (POST)IMPRESSIONISMO E BANDE DESINEE

Tornando al tratto e allo stile di disegno di Sfar, è importante evidenziare una tendenza che è ormai distinta, un’evoluzione stilistica e concettuale che è rimarcata anche dal successivo Klezmer (che racconta di una comunità ebraica nell’Europa dell’Est a cavallo tra le due Guerre) e che sposa pienamente il concetto di “linea brutta” da me introdotto parlando del recente La Mia Vita Disegnata Male di Gipi. Intendo per linea brutta una ricerca nel tratto che abbandona ogni forma accademica e accattivante, ogni estetica del bello, dell’ordine e della regola formale e visiva, a favore di un approccio quasi infantile, anti-accademico se non pre-accademico, sorretto da un forte approccio istintivo e improvvisativo, più nel risultato che nell’origine, e sorretto da e aperto alle idiosincrasie più marcate dell’autore. Un approccio forte, per certi versi aggressivo al disegno e nei confronti delle aspettative dei lettori, delle loro attese di cosa dovrebbe essere il fumetto di un professionista.
Pascin appare come una dichiarazione di intenti rispetto a questa tendenza, un punto di non ritorno che nasce ed evolve dai lavori precedenti di Sfar, accentuato dall’abbandono del colore a favore di un bianco e nero essenziale e più immediato, ma che prende forza e sostanza dalla ricerca dello stesso Pascin. Ancora, l’immedesimazione e i parallelismi artistici tra Pinkas e Sfar sembrano confermarsi, da questo punto di vista. Proprio come per il pittore, che ha cercato con i suoi lavori di affrancarsi dalla ricerca visiva impressionista così fortemente sbilanciata verso la bellezza del colore e del movimento, della grazia dei paesaggi naturali e di una certa Parigi borghese nei fatti e libertina nei gesti, così Sfar vuole distanziarsi dalla linea chiara e dal colore onnipresente degli albi della bande desinee contemporanea.
Non c’e’, in queste tavole, nessuna concessione al manierismo, neppure personale dell’autore, ma la volontà di rimettere tutto in discussione e di marcare la propria indipendenza concettuale ed espressiva. Un atto rigenerativo che non sacrifica mai quello che deve essere al centro della scena, ovvero la storia di Pascin, la sua vita inventata, ma che è possibile leggere tra le righe e i segni di ogni pagina di questo piccolo gioiello narrativo.
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I TEMI DI UN CONFLITTO INTERIORE

Pascin torna a parlare dei temi più cari a Sfar. Innanzitutto la sessualità e il conflitto interiore individuale tra la possibilità di esprimere i propri desideri sessuali liberi da qualunque condizionamento (sociale, relazionale ed affettivo) e i giudizi, la morale che si oppongono ad essa. Limiti che non sono solo esterni, ma innanzitutto intimi e interiorizzati.
Nelle sue relazioni scomposte con l’altro sesso (e non solo) il pittore cerca l’amore, la soddisfazione sessuale e soprattutto, in primo luogo l’ispirazione artistica. L’artista eroico del romanticismo diventa vittima delle proprie debolezze e della mancanza di ispirazione. L’aridità artistica, per il Pinkas di Sfar, è equivalente all’aridità affettiva. Non c’e’ sublimazione efficace nell’arte, ma consolidamento di un meccanismo perverso, di un circolo vizioso che non è mai possibile soddisfare appieno.
In questo perenne conflitto affettivo si nasconde il legame irrisolto con il proprio padre, potente/impotente, e la sessualità diventa terreno di sfida con le generazioni precedenti.
Ironico, irriverente e fulminante nelle sue idee, Sfar mostra la penosa quanto maestosa battaglia per quello che e’: l’incapacità di affrancarsi dalla propria eredità familiare e consolidare una propria personalità matura. è l’incapacità di diventare adulti, che emerge anche nelle relazioni con alcune donne/madri apprensive.
L’arte è il secondo tema al centro del racconto. Come accennato, l’espressione artistica appare come il fine di tutte le scelte, di tutte le esperienze, di tutte le sofferenze. è una forma idealizzata dell’arte che tipicamente, all’inizio del novecento, si manifestava in quei destini fortunati/sfortunati (si pensi a Van Gogh), una predestinazione alla quale è impossibile sfuggire, una divinità alla quale dedicare tutto se stesso.
Salvo realizzare, senza mediazioni, che in essa si manifestano non solo le ambizioni più felici ed elevate, ma anche, soprattutto, le debolezze, i vizi, le sconfitte più dolorose. L’arte diventa anch’essa terreno di conflitto, verso se stessi, verso gli altri artisti con i quali ci si pone in continua competizione. Un rapporto di continua ambivalenza che è segno, ancora, dell’incapacità di diventare adulti e dell’impossibilità di una catarsi e di un processo di sublimazione.
Infine, c’e’ il rapporto con la dipendenza dall’alcol. Tema sommesso, sul quale Sfar non vuole mai calcare, ma che è misura dell’inadeguatezza alla vita che in Pascin sembra essere a tratti assecondato, perché elemento distintivo ed eroico, e più spesso subito. Il pittore si ritrova impossibilitato a dipingere da ubriaco, ma sembra incapace di vivere la vita senza una coscienza alterata. è la fuga da se stesso tipica della dipendenza. L’attualità e l’efficacia della rappresentazione di Sfar sta nell’assenza di alcun giudizio morale quanto piuttosto nella lacerante constatazione del dominio della dipendenza sui comportamenti e sulla mente. Una disfatta mai mortale (come il suicidio assente) che alimenta tuttavia il conflitto interiore necessario all’espressione artistica di Pascin.
e’ nell’insieme indistinto, aggrovigliato di tali emozioni, come la linea brutta che l’autore sposa ed esalta, che si muovono i destini e le vicende degli uomini nell’epoca moderna e post-moderna, nelle nostre vite.

Abbiamo parlato di:
Pascin
, 2008 – 192 pagg. b/n bros. – 21,00euro

Riferimenti:
: www.001edizioni.com
Jules Pascin su Wikipedia: it.wikipedia.org/wiki/Jules_Pascin

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