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Koma #3

Koma #3 - immagine1-5156Come sperato, Comics propone gli ultimi due episodi della miniserie di Wazem e Peeters, “Il Duello” e “In Principio“, a breve distanza dall’uscita francese. Possiamo finalmente leggere lo scioglimento della vicenda, che nella chiusura del precedente “Come Nei Film Western[1], sembrava essere passata ad un registro quasi metanarrativo, ampliando e non restringendo la gamma dei finali possibili. Tre erano le linee del racconto lasciate in sospeso: che cosa è lo strano albergo in cui sono rinchiusi Addidas, Julius, McMullan e Jim, dove vivono (da quanto?) altri due bambini, Winston e Shell, affetti dallo stesso Koma di Addidas ed una receptionist mutaforma? Perche’ i due funzionari cercano Addidas e che cosa sanno del mondo di sotto, dei mostri che lo abitano e delle macchine che manovrano? E, naturalmente: quale è la natura del mondo di sotto e quale la sua relazione con il mondo di sopra?
Negli ultimi due capitoli, Wazem e Peeters sciolgono tutti i nodi della trama, con una visione, vorremmo dire massimalista, che conduce ad una discontinuità del contesto della storia, nel senso che la conclusione della vicenda è tale da rendere il mondo in cui è ambientata radicalmente diverso da come era prima. Fornire ulteriori dettagli sul finale guasterebbe sicuramente il gusto della scoperta (diritto sacro del lettore), ed allora vediamo come i due autori costruiscono il finale.

Nei precedenti episodi, con esemplare capacità di sintesi, i due autori hanno presentato personaggi e situazioni, sistemando tutti gli elementi, o meglio la narrazione nel suo complesso, in un punto immediatamente oltre a quello di equilibrio instabile, come un aereo all’inizio di una figura acrobatica od una pallina spostata di poco dalla sommità di una collinetta. Ogni personaggio, ed il lettore con lui, ha afferrato un dettaglio importante del contesto generale e del proprio ruolo in esso ed ora la narrazione sembra quasi evolversi motu proprio ed a ritmo sempre più accelerato: le rivelazioni si accumulano tavola dopo tavola e Addidas, Julius, i funzionari e tutti gli altri sono trascinati da questa corrente verso quella discontinuita’, sorta di buco nero, dalla quale non tutti saranno in grado di riemergere.
La frenesia dello svolgimento è trasmessa dall’intersecarsi delle linee narrative: a ciascuna vengono dedicate poche tavole consecutive, a cui succedono altre poche tavole dedicate ad una linea diversa ed in alcuni casi il cambio di linea avviene all’interno della tavola. Per quanto riguarda il tono, mentre le vicende che ruotano intorno ad Addidas ed ai funzionari mantengono un’elevata tensione drammatica (seguiamo ad esempio una battaglia nei tunnel che portano al mondo di sotto, il duello fra Addidas ed un fantastico essere senza nome, detto “il creatore“), quelle che coinvolgono Julius, McMullan, Jim e la misteriosa receptionist dell’albergo, pur intrise di una profonda malinconia, sono raccontate con piglio umoristico. Le continue trasformazioni a cui sono soggetti gli ospiti, la perdita di memoria che le accompagna forniscono occasione per cicliche agnizioni che si risolvono in una sorta di tormentone, che farà sbottare Winston in un “Pfff… La cosa comincia a stancarmi“, preludio alla messa in discussione del terrore che impediva a lui e a Shell di tentare di ribellarsi allo stato delle cose.

DI CHE COSA NARRA KOMA

Koma è una serie molto ambiziosa dal punto di vista dei contenuti: le tre linee di cui ho accennato più sopra individuano tre precisi temi.
La vicenda di Addidas racconta la presa di coscienza del mondo da parte di una bambina: è la messa in scena del processo cognitivo fondamentale, che si risolve nell’acquisizione della capacità di comprendere il mondo tramite la parola, e quindi tramite quella, il mitico logos, non solo manipolarlo, ma anche ricrearlo. In questo senso, Addidas, molto semplicemente, è l’incarnazione del desiderio e della motivazione più profondi di ogni intellettuale.
Koma #3 - immagine2-5156La vicenda dei funzionari, quindi del mondo di sopra, è la presentazione in forma di racconto di una società ridotta a meccanismo (la Macchina). I funzionari sono due ingranaggi che hanno intravisto il disegno generale e tentano di utilizzare questa conoscenza (rigorosamente esoterica, esclusiva, estorta con la violenza, infliggendo torture senza rimorso alcuno) non per trasformare la natura della Macchina, bensì per mettersene alla guida. Non si pongono il problema del senso di quel disegno, del se e come possa essere ridefinito, ma solo al suo funzionamento, con l’obiettivo di impossessarsene. In questa lettura didascalica, i funzionari rappresentano allora la perversione degli stessi valori incarnati da Addidas (detto brutalmente: rappresentano la tecnica rispetto alla conoscenza).
Se Addidas ed i funzionari partecipano, in modi diversi, ad una lotta per il diritto a definire il mondo futuro, e sono quindi immersi nella corrente della storia, l’albergo è uno spazio apparentemente sottratto a quella corrente. Winston e Shell non sono in grado di dire da quanto tempo siano chiusi li’: “e’ come se l’orologio si fosse fermato e tutto fosse rimasto immutato“, dice la ragazza. L’albergo è una prigione esattamente in questo senso: non consente il cambiamento, ma solo la stasi, per gli affetti dal koma, o, per gli altri, il continuo smarrirsi e ritrovarsi, sorta di grottesco eterno ritorno. Nell’un caso come nell’altro, l’albergo impedisce ai suoi ospiti di evolversi e li obbliga a rimanere uguali a se stessi, per sempre. Wazem e Peeters tuttavia non riducono l’albergo a prigione oppressiva (ed ossessiva), bensì lo rendono contesto per una delle parti più commoventi della storia (al pari del rapporto fra Addidas e l’addetto alla sua macchina del mondo di sotto). Se è vero che Julius, McMullan, Jim e la receptionist non sono in grado di fuggire, che perdono e riacquistano identità e memoria ad un ritmo frenetico, pure riescono a godere della gioia di ritrovarsi e riconoscersi, come dopo lunghissimi viaggi. Questo è tutto quello che sembra rimanere loro: non più un posto dove andare, un obiettivo (dice Julius: “La gente fa progetti per il futuro… ma il futuro non ha progetti per loro“), ma almeno una sorta di felicità intermittente, che consente loro di sopravvivere e, grazie all’aiuto reciproco, di non smarrirsi.

Koma è sicuramente una delle letture più affascinanti e stimolanti degli ultimi anni: l’inclinazione quasi metanarrativa datale dagli autori a partire dal terzo episodio lascia forse una vaga insoddisfazione, od almeno il dubbio se una diversa soluzione sarebbe stata possibile, ma è proprio su questa scelta che Wazem e Peeters hanno potuto fondare, più che il finale in senso stretto, la suggestione e la malinconia dell’esistenza nell’albergo, vero gioiello nel gioiello.
Infine, merita sottolineare ancora una volta la perfezione nella costruzione della vicenda, delle tavole, dei personaggi, siano i protagonisti od i comprimari (penso alla figura del medico che tortura l’addetto alla macchina di Addidas). Ci sono passaggi talmente ben scritti,che la loro lettura costituisce un piacere che quasi prescinde dalla vicenda (la discesa di Addidas nel mondo di sotto, le torture subite dal mostro sotterraneo, le vicende nell’albergo) ed anche singole immagini, espressioni, volti che colpiscono con intensità rara, al punto che mi sento di dire che il volto di Addidas che si congeda da Winston e Shell (tavola 11, vignetta 6), merita la lettura di tutta la serie, perché è un vero e proprio istante di poesia.

Note:
[1] Le recensioni sui precedenti volumi della serie su LoSpazioBianco.it: Koma #1Koma #2

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