Interviste

Intervista a Fabiano Ambu

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Intervista a Fabiano Ambu - immagine1-5105 Tu vivi da qualche anno a Milano, ma le tue origini sono sarde. Ci puoi dire qualcosa suoi tuoi inizi e come era allora la situazione in Sardegna quando tu hai iniziato a fare fumetti?
Ho iniziato a fare fumetti dal momento in cui li ho conosciuti, ho sempre disegnato, letto, amato il fumetto. Il primo ricordo risale a quando avevo cinque anni, quando per aver aiutato mio padre al lavoro (non era sfruttamento minorile, tranquilli) venivo ricompensato con un bellissimo fumetto dell’Editoriale Corno. Sono ormai cinque anni che vivo a Milano. La situazione in Sardegna a quanto ricordo era addirittura migliore di quella che si vive ora, almeno per quello che riguarda il fumetto. Purtroppo l’apatia verso tutto quello che è cultura non è un problema che riguarda solo la Sardegna, ma è un male sociale che sarà difficile da curare. Quando ho cominciato a fare fumetti non esisteva internet, tutto doveva svolgersi in un ambiente circoscritto. Personalmente ho dei ricordi splendidi dei miei inizi in Sardegna, perché la scarsa possibilità di pubblicazione era compensata da un’energia e un fermento che nasceva dalle iniziative di appassionati e determinati amanti del fumetto. La mia prima “pubblicazione” risale al dicembre del 1992 per la fanzine “Little Nemo“. Ricordo ancora la passione che mettevamo per riuscire a fare del nostro meglio. Ho l’idea che proprio questa impossibilità di partecipare alle grosse fiere italiane, confrontarci direttamente con gli autori che ammiravamo o seguire una qualsiasi scuola di fumetto mi abbia dato quella giusta determinazione e motivazione per lottare e riuscire a fare fumetti. Naturalmente questo porta alla professione con tempi più lunghi. Dopo il primo periodo a Cagliari mi sono trasferito a Sassari per frequentare il corso di scenografia presso l’Accademia di Belle Arti ed è proprio qui che ho maturato la mia identità “artistica” ho assimilato un metodo di lavoro e ho compreso che non esistono limiti all’idea. In Accademia ho avuto come docente Enrico Fornaroli e non ho perso l’occasione di mostrargli i miei fumetti e ottenere consigli che mi hanno permesso di migliorare.Poi è arrivato il mio lavoro a teatro fino alla prima prova nel fumetto professionale con “L’Insonne“.

Hai praticamente esordito professionalmente con “Desdy Metus, L’insonne”. Come sei arrivato a disegnare il personaggio creato da Giuseppe di Bernardo?
Dopo l’esperienza accademica ho iniziato a lavorare a teatro come tecnico, giravo l’Italia ed ero economicamente indipendente. Purtroppo disegnare era quasi impossibile, rimanevano i tempi morti sui treni o durante le pause prima degli spettacoli. Il mio obiettivo è sempre stato Milano e alla prima occasione mi sono trasferito. Dopo sei mesi ho chiamato la scuola di fumetto e ho fissato un colloquio con il suo direttore Giuseppe Calzolari che vede le mie tavole e mi dice che ho bisogno di lavorare. Mi chiede quindi con quale personaggio della Sergio Bonelli Editore mi sarebbe piaciuto fare delle prove e io ho risposto “Dampyr” senza esitazioni.
Così sono stato messo in contatto con Mauro Boselli: ho ancora vivo il ricordo dell’emozione provata nel trovarmi nella sede della più importante casa editrice di fumetti italiana. Naturalmente le tavole non erano assolutamente all’altezza dei canoni bonelliani ed è stato il più sincero e determinato rifiuto che ho ricevuto, un “no” duro ma non disarmante. Mi disse subito che non andavano bene, ero troppo espressionista e incerto nelle anatomie anche se avevo dei bianchi e neri interessanti, ma alla fine la risposta restava “no”.
Ogni mese ho continuato a disegnare e mostrare le mie tavole e questo per circa un anno. Poi un giorno Mauro Boselli trovo’ le mie tavole abbastanza mature per una pubblicazione e con Moreno Burattini mi misero in contatto con Giuseppe Di Bernardo. Ho fatto un paio di prove e ho iniziato a disegnare “L’Insonne” numero 7. Devo dire che è stata un’esperienza unica, che mi ha fatto crescere veramente tanto. Giuseppe è un abile professionista e una persona in gamba, c’e’ stato subito un ottimo rapporto professionale e ora d’amicizia. Poi ho disegnato il flashback del numero 10, dove ho potuto utilizzare due stili differenti, uno più “cartoonesco” e l’altro più realistico. Sono certo che capiterà ancora di lavorare con Giuseppe Di Bernardo e con “L’Insonne“.

Come sei entrato a far parte dello staff di “Nemrod”?
Avevo terminato “L’Insonne” numero 10 e contemporaneamente lavoravo ancora a teatro, pero’ cominciavo a creare i miei primi danni tra i forum di fumetto. Non conoscevo il mezzo e le “regole” di comportamento, arrivavo da un’idea d’internet come spazio libero (stupido sognatore!) percio’ feci danni e fui frainteso come spesso accade nel web. Durante questo viaggio alla scoperta di Internet giunsi sul forum di Brad Barron, dove ebbi l’occasione di conoscere, oltre agli amici che tuttora frequento, Adriana Coppe, attuale letterista di “Nemrod“. Adriana mi fece conoscere Fabio Celoni e il caso ha voluto che nello stesso periodo fosse alla ricerca di disegnatori per il nuovo progetto che Fabio stava preparando con Andrea Aromatico per la Star Comics. Dopo aver visto i miei lavori sull’Insonne, mi chiese delle prove ed eccomi su “Nemrod“.

Della serie di Celoni e Aromatico hai disegnato fino ad adesso due numeri il 2 e l’8. Tra i due già è possibile notare un certo cambiamento stilistico, con i disegni del #8 molto più convincenti, soprattutto dal punto di vista dello story-telling. E’ un cambiamento che hai notato anche tu, o il tuo approccio ai due albi è stato identico?
L’approccio sui due albi non può essere identico, perché ho lavorato con due autori differenti. Infatti la sceneggiatura del numero due è di Andrea Aromatico mentre quella del numero 8 è di Fabio Celoni.
Piu’ che un cambiamento stilistico preferirei definire questo passaggio una crescita o un’evoluzione, fondamentalmente sono un “Darwiniano fumettistico” convinto. Il mio segno è in continua evoluzione e sono convinto che ogni storia abbia bisogno del disegno adatto a raccontarla meglio. L’approccio verso il modo di fare fumetto invece è rimasto lo stesso, sin da quando collaboravo alla mia prima fanzine: ho sempre cercato di dare il massimo delle mie possibilità entro il limite del tempo concessomi.

Sappiamo che “Nemrod” proseguirà per altri 4 numeri, che andranno a formare una nuova miniserie. Farai parte anche tu dello staff dei disegnatori di questi nuovi episodi?
No, e al momento dell’uscita di questa intervista saranno ormai resi pubblici i disegnatori. Mi sarebbe piaciuto parteciparvi ma avevo da terminare un libro in uscita per gennaio e ora ho in preparazione un nuovo lavoro di cui non posso ancora parlare.

Il tuo segno è in continua evoluzione. Quali sono stati i disegnatori che sono stati i tuoi modelli di partenza? A che punto ritieni di essere nella tua ricerca stilistica?
Il mio primo ricordo “fumettaro” risale agli albi dell’editrice Corno. A differenza di tanti colleghi, non era Jack Kirby il mio primo riferimento. Sembrerà strano ma Ross Andru con il suo Uomo Ragno è stato il primo disegnatore che ha stimolato la mia passione al fumetto.
Raggiunta una certa maturita’, la mia curiosità non si è posta limiti. Ho osservato di tutto, pero’ mi piacerebbe citare alcuni degli autori più rappresentativi: Dino Battaglia, Alberto ed Enrique Breccia, Gianni De Luca per finire con Sergio Toppi e Jose’ Munoz, che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente. La mia ricerca stilistica inizia ogni volta che intraprendo un nuovo lavoro. Sono convinto che il fumetto sia un linguaggio che attende di evolvere, che aspetta che qualcuno abbia il coraggio di stimolare la sua crescita. Io sento che la mia ricerca non avrà fine, o almeno lo spero, perché se scoprissi il contrario, perderei quell’energia che mi spinge ad amare incondizionatamente questo splendido linguaggio. Mi sentirei perso se non trovassi più stimoli nella ricerca.

Negli anni ottanta hanno iniziato a lavorare tanti disegnatori con un personale segno grafico. Penso ad autori come Franco Saudelli, Massimo Rotundo e Ugolino Cossu e successivamente a Roberto De Angelis e Bruno Brindisi. Poi negli anni novanta c’e’ stato un momento in cui i nuovi disegnatori italiani, spesso, s’ispiravano o alla scuola americana o a quella nipponica. Secondo te quali sono i nuovi disegnatori che attualmente dimostrano di avere un’ impronta più personale?
Penso che tutti i disegnatori abbiano un’impronta personale che equivale alla forza della loro personalita’. Tutti esprimiamo la personalità tramite il nostro segno, pero’ non tutti riescono a essere coerenti con il proprio modo d’essere. Spesso si tende ad adattarsi al gusto del pubblico, ad accontentare i lettori convinti che sia il modo più semplice per essere apprezzati. Sono convinto che gli autori che hanno un’impronta più personale siano quelli che riescono a essere onesti con se stessi e con la loro professione. Non basta la tecnica o lo stile per trasmettere emozioni con il fumetto, occorrono cuore e passione.
Per rispondere alla tua domanda basta leggere un fumetto e se qualcosa della storia o del disegno (meglio ancora se di entrambi) ti rimane dentro vuol dire che di personale c’e’ davvero tanto.

Secondo te esiste o è mai esistito uno stile di disegno riconoscibile come italiano?
Certo che esiste, abbiamo fatto scuola come illustratori e fumettisti in tutto il mondo. Abbiamo addirittura un tipo di fumetto esclusivamente italiano che è quello Bonelli e abbiamo autori come Sergio Toppi che ci invidiano all’estero. Mi pare sia indubbio il fatto che esista uno stile di fumetto italiano, il problema è che dovremmo cominciare a rendercene conto anche noi. Mi piacerebbe sentire cosa risponderebbe Frank Miller alla stessa domanda, di sicuro citerebbe Sergio Toppi e Gianni De Luca.

Al di là della tua ricerca stilistica, che opinione hai di un disegno essenziale (che non vuol dire semplice , è ovvio) e di uno quasi fotografico?
Ho la stessa opinione, non esiste uno migliore o peggiore, uno giusto o sbagliato: è il risultato quello che conta dipende tutto da quello che si vuole raccontare e avere una motivazione per la scelta. Io arrivo dall’Accademia e il mio rapporto con le tecniche di realizzazione di un’opera non ha limiti, quindi non è importante il mezzo, ma è quello che si vuole dire a fare la differenza. Quando un fumetto è banale qualsiasi tecnica si utilizzi, non supererà la sufficienza. Io credo che la sintesi sia il più difficile degli obiettivi, ma per ottenerla non è richiesta una tecnica particolare.

Intervista a Fabiano Ambu - immagine2-5105Tu hai lavorato per anni in teatro, ci puoi dire di cosa ti occupavi esattamente? E quanto ti è stato utile nel tuo lavoro di fumettista?
Bella domanda, chi mi conosce sa del mio profondo legame con il teatro. Io sono laureato in scenografia ma già dal quarto anno dell’Accademia partivo per le tourne’e teatrali con la Compagnia Della Rancia come attrezzista di scena, che è un ruolo tecnico teatrale. Mi è capitato di lavorare sui più grossi musical italiani e ho anche lavorato come Direttore di Scena, un’esperienza indimenticabile.Mi è stato molto utile, direi indispensabile nel mio modo di pormi come professionista sul lavoro. In teatro, una volta che si accetta un lavoro, si fa sempre al massimo delle proprie possibilità a prescindere dai compensi. Quando s’inizia il lavoro, si deve portare a termine, quando si lavora in gruppo non si ragiona mai in modo egoistico e se ci si risparmia ne risentono tutti. Pur lavorando dietro le quinte il rispetto e la dignità della professione non venivano a mancare, soprattutto per quanto i tempi fossero stretti si lavorava al massimo delle proprie capacità rispettando le scadenze. Questo modo di lavorare nel teatro, questa etica della professione la conservo anche nel fumetto anche se mi rendo conto che purtroppo questo mondo c’e’ un alto grado d’immaturità e impreparazione. Io ho deciso di fare del fumetto una professione e mi sono imposto la stessa etica che avevo nella mia precedente esperienza lavorativa, purtroppo nel fumetto ho il dubbio che alcuni autori sottovalutino l’importanza della professionalita’. Ho l’idea che per alcuni fare fumetto sia una prosecuzione del periodo adolescenziale.

Ci parli del tuo lavoro dal punto di vista tecnico? Che tipo carta usi, preferisci il pennarello o il pennino? E quando tempo impieghi a realizzare una tavola?
Per le tavole a china utilizzo la carta della Fabriano 6. Uso di tutto, sia i pennarelli che il pennino, dipende dal tipo di fumetto o dallo stile che utilizzo. Mi piace usare la spugnetta, lo spazzolino da denti, il pennello, grattare con la lametta, ma non rinuncio anche ai pilot e i rapidograph 01. Sono dell’idea che la tecnica non abbia una grossa rilevanza, la mano è solo uno strumento. Riguardo ai tempi dipende quanto mi si concede e dalla complessità del disegno, se è in bianco e nero o colori. Per fare un esempio concreto, Nemrod n 8 l’ho realizzato in soli due mesi e mezzo ed era un caso estremo. Penso che una buona tavola, raggiunto un discreto ritmo di lavoro, si possa risolvere in due o tre giorni.

Che opinione hai della sperimentazione nel fumetto? Ausonia, per esempio, è un autore che sta percorrendo questa strada. Questo tipo di fumetto resterà d’e’lite o ritieni potrà essere apprezzato, in futuro, anche da un pubblico più vasto?
Conosco e apprezzo il lavoro di Ausonia ma sono convinto che non sia l’unico che sperimenti. Ritengo che alla base di ogni forma di comunicazione debba esistere la sperimentazione e la ricerca, mi pare che Paolo Bacilieri sia un altro esempio. Anche il “romanzo” Bonelli è una bella sperimentazione editoriale.A Lucca Comics ho comprato “Blatta” di Alberto Ponticelli che dimostra che la volontà di ricerca è presente in parecchi autori e editori, e credo che alle volte possa perfino pagare. Un periodo si chiamava evoluzione e non se ne aveva paura. Io ho un’idea che il fumetto stia divenendo un linguaggio d’e’lite perché il pubblico detto di “massa o popolare” ormai si rivolge alla televisione. Chi legge fumetti è una minoranza e lo dimostrano i numeri. Basta leggere gli indici d’ascolto dei più importanti reality per rendersi conto che il concetto di linguaggio di massa è cambiato.

Sei un disegnatore che segue alla lettera la sceneggiatura o intervieni con suggerimenti e modifiche?
Sono un disegnatore che segue alla lettera la sceneggiatura ma, se ho dei dubbi, mi piace confrontarmi con lo sceneggiatore. A volte possono capitare dimenticanze o incongruenze sia da parte di chi disegna che di chi scrive, la cosa importante è non snaturare o modificare il senso di una sceneggiatura. Rileggo più volte la tavola e seguo la storia, se ho un dubbio mi confronto con lo sceneggiatore, parto dall’idea che il risultato del fumetto stia a cuore a entrambi gli autori.
Mi capita raramente di discutere sceneggiature e poi il rapporto cambia in base allo sceneggiatore. Se propongo delle modifiche alla sceneggiatura sono conscio che possano essere scartate e non ho problemi a ridisegnare la tavola. Mi capita a volte di presentare due proposte della stessa tavola e comunque rientrano solo nel mio campo di lavoro. Di solito sono idee sulla regia e sulle inquadrature e nulla di più.

Secondo te esiste un futuro a fumetti? E’ destinato a scomparire o esisterà sempre sotto diverse forme?
Io non ho certezza di un futuro dell’umanità figuriamoci sul fumetto, pero’ se l’uomo sopravvive a se stesso, penso che continuerà a raccontare per immagini. Questa stessa domanda ricordo che ce la ponevamo quando frequentavo l’Accademia di Scenografia riguardo al teatro, che mi pare che esista ancora. Penso il discorso sia valido anche per il fumetto, che è ormai un patrimonio culturale e ha tuttora ha un suo pubblico.
Purtroppo non è il fumetto in crisi ma sono i lettori a mancare, le persone sono sempre più svogliate e annoiate, stanche persino di pensare ma pronte ad assorbire e ammorbarsi con inutili discorsi televisivi.

Cosa ti sentiresti di dire a un ragazzo che volesse intraprendere la carriera di fumettista?
Penso che eviterei di ripetere quello che hanno detto a me in passato e anche quello che mi sarei voluto sentir dire. Probabilmente gli consiglierei di valutare diverse opportunità e di ampliare gli orizzonti in modo da tenere una strada sempre aperta, perché fare solo fumetto ora come ora non basta più.
E poi gli direi di inseguire il sogno; sarà poi la vita a giudicarlo o a porre dei limiti. Il fatto che sia una strada dura e priva di grandi riscontri economici è sotto gli occhi di tutti, ma sarei ipocrita nel consigliare di lasciar stare, se mi trovassi di fronte ad un vero talento. Non vorrei mai essere quello che gli ha sconsigliato di continuare, anche perché chi è davvero motivato, non si rassegna facilmente.
Ho una paura pero’: temo che il fumetto stia diventando un ambiente per chi ha le spalle coperte economicamente, difficilmente si riesce a crescere professionalmente dovendo fare altri lavori, anche se può essere vero che le difficoltà accrescono la determinazione (purche’ non diventino insormontabili).

Che rapporto hai con Internet, in particolare con i blog e forum? La rete può essere un modo per proporre il proprio lavoro?
Penso di avere un ottimo rapporto con Internet. Credo che sia uno strumento eccezionale soprattutto per uno come me che è stato abituato a vivere in un’isola e che spesso sente l’esigenza di evadere.
Internet mi dà la possibilità di soddisfare in parte la mia curiosità e mi permette di informarmi nella pigrizia delle pareti domestiche, in attesa naturalmente del prossimo viaggio. Utilizzo molto Skype e Messenger per scambiare idee e confrontarmi con amici e colleghi che non vivono a Milano. Spesso invio le mie tavole per avere opinioni e consigli perché il confronto è alla base della mia idea di “fare fumetto”. Poi è chiaro che a me spetta l’ultima decisione.
Il blog è uno strumento che utilizzo di frequente, ma rimane esterno alla professione. Lo uso per dire quello che penso, sono una di quelle persone convinte che per migliorare il mondo bisogna prendere una posizione e confrontare i punti di vista. è chiaro che all’interno del mio blog sponsorizzo i miei lavori, ma in ogni caso rimane qualcosa che avrei fatto anche non disegnando fumetti, ho bisogno del dialogo e del confronto.
I forum mi divertono mi piace dialogare ma a volte mi allontano, soprattutto quando vedo atteggiamenti di prepotenza o mediocrita’. In questo caso trovo questi spazi inutili come i reality della TV, tendo percio’ a intervenire solo sugli argomenti che trovo interessanti o semplicemente giocosi.
La rete è un modo per proporre il proprio lavoro ma non per accrescerne la qualita’. Essere noti sul web per numero di accessi o polemicucce di bassa lega non migliora la qualità del lavoro. Purtroppo viviamo nell’epoca dei “furbetti del quartierino” e atteggiamenti di questo tipo si trovano anche nel fumetto.
Il web è utile per proporsi e confrontarsi: se poi si vuole utilizzare una scorciatoia usando questo mezzo penso che si perda solo tempo, soprattutto se si vuol fare del buon fumetto.

Un breve elenco di fumetti, libri, film e dischi che hanno contribuito alla tua formazione.
Alla base della formazione ci sono i fumetti letti nell’infanzia, quelli che ti lasciano un segno indelebile in tutto il percorso di vita. Per me erano i fumetti dell’Editoriale Corno. In età più matura sono diventato un lettore onnivoro. Piu’ che i titoli dei fumetti preferirei citare gli autori che mi hanno segnato. Tim Burton, per esempio, ha caratterizzato un intero periodo fumettistico; poi i grandi maestri come Dino Battaglia, Sergio Toppi, Jose’ Munoz, Alberto ed Enrique Breccia, Gianni De Luca. Degli autori recenti seguo con attenzione John Romita Jr., J. Williams III, Mike Mignola, Frank Miller, Nicola Mari, Stefano Casini e la lista è ancora lunga. Dovrei citare un numero infinito di nomi e fumetti, ma non esiste una graduatoria, sono contrario ai voti e ai giudizi soprattutto quando mi si chiede di mettere a confronto autori artisticamente validi che apprezzo per la capacità di essere diversi e unici.
I libri che mi hanno formato come modo di intendere la vita sono i trattati filosofici di Erich Fromm, che trovo degli ottimi testi per capire il senso della vita. Mi appassionano i libri di Italo Calvino e il mio preferito è “Le città invisibili, forse per via del mio trascorso di architetto d’interni.I film che fanno parte del mio bagaglio sono quelli di Stanley Kubrick, Terry Gilliam, David Fincher, John Carpenter, Riddley Scott, Alfred Hitchock e Tim Burton.

Uno dei tuoi obiettivi come autore è quello di disegnare Dampyr, ci sono novità in tal senso?
Spesso mi si chiede perché abbia scelto di provare con “Dampyr“: il motivo è che sono rimasto coinvolto sin dai primi numeri dalla storia, la scelta dell’ambientazione, abbastanza ostico e particolare visto gli altri fumetti Bonelli del periodo. E poi quelle atmosfere nebbiose e cupe di una Praga magica e misteriosa mi hanno affascinato a tal punto da fare un viaggio e vedere la città dal vivo.Disegnare Dampyr non è semplice, credo che graficamente sia uno dei personaggi più difficili da inquadrare, almeno per me.
Sono ormai quattro anni che continuo a fare prove, penso di avere almeno una trentina di tavole con gli studi dei personaggi. La soddisfazione nel mostrare le mie prove a Mauro Boselli è la certezza di ottenere dei giudizi sinceri e utili. La novità rispetto al mio primo incontro con Boselli è stata la mia crescita e di questo lo ringrazio. Spero di riuscire a comunicare notizie positive in tal senso al più presto e intanto continuo a lavorare.

Quali sono i lavori che hai in preparazione?
In questo momento sto definendo le ultime correzioni per “Il Massacro del Circeo“, un libro a fumetti edito dalla “Becco Giallo“.
Poi sto preparando alcuni progetti come del resto fanno tanti dei miei colleghi e dovrei iniziare con un nuovo lavoro di cui non posso dire ancora nulla.

Riferimenti:
Sito di : www.fabianoambu.com
Blog di : fabianoambu.blogspot.com

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