Interviste

Blatta: Ponticelli presenta il suo nuovo fumetto

Blatta: Ponticelli presenta il suo nuovo fumetto - immagine1-5015Ciao Alberto e bentornato da noi.
Facciamo presto che ho il callista tra mezz’ora.

Tralasciamo indugi e presentazioni, visto che ormai qui sei di casa, e passiamo a parlare del tuo ultimo lavoro Blatta. Ti va di spiazzare già dal nome eh?
All’inizio volevo chiamarlo “Carne in Scatola”, ma “Blatta” dice tutto della storia che volevo raccontare. La blatta sopravvive a tutto, sembra quasi un insetto immortale, eppure è uno dei più sgradevoli. una quasi contraddizione che sembra essere la giusta definizione del personaggio.

La prima domanda che viene in mente a chi legge il tuo fumetto credo sia: al di la di spiegazioni più o meno credibili, perché i protagonisti non si levano mai il casco. La “distanza” creata dal non potersi guardare in faccia è davvero così importante?
Non mi interessa troppo la credibilità di quello che succede nella storia: il casco è uno dei vari simboli presenti nella storia, nello specifico rappresenta la maschera che ogni persona indossa quando si sveglia la mattina e deve sopravvivere. è un po’ la metafora di quanto vedo oggi: siamo indotti a trasformarci sempre, per piacere al prossimo, per essere accettati.
Nella storia il casco impedisce di vedere le emozioni , mantiene al sicuro del proprio anonimato, ma è anche uno strumento che isola il protagonista dalle sensazioni esterne, come gli odori, le voci, il tatto, il gusto,ecc. inoltre è una maschera neutra, percio’ si adatta al lettore e lo fa diventare il protagonista della storia. Il casco rappresenta il filtro che permette a noi di adeguarci alla realtà senza soccombere ad essa.

Senza voler anticipare nulla si può dire che il protagonista è uno che sopravvive a se’ stesso. Eppure, nonostante le sue esperienze pregresse non sembra imparare molto dai propri errori, ha dei ricordi , ma non impara con l’esperienza. Quanto di questo è un’analisi dell’evoluzione/involuzione umana?
La storia procede per esasperazioni della realta’, ovviamente, l’incapacità di scegliersi il proprio percorso, di prendersi alcune responsabilita’, alcuni rischi, forse pericolosi ma utili a una vita migliore. Parla dell’incapacità di mettersi in discussione, un sintomo molto reale.

Il protagonista del tuo racconto ha sviluppato, nel corso della sua esistenza, una sorta di “istinto all’alienazione”. Unito ad altri concetti, quali la rinuncia alla curiosità o “la debolezza dei rapporti umani ridotti a teatrini virtuali” (citando proprio il fumetto) definisce una visione del mondo decisamente pessimistica. Da dove nasce questa tua visione del mondo?
Nasce dall’osservazione della realtà di oggi, dove tutto si auto omologa per essere immediatamente accettato. L’overdose di informazioni di cui disponiamo oggi rende paradossalmente le persone apatiche, annoiate e impigrite, poco desiderose di approfondire, di mettersi in gioco. I rapporti umani avvengono tramite internet, dove tutti aprono blog, chat, facebook e quant’altro per “incontrare” i loro amici senza doverci mettere l’anima, parlando dell’ovvio come se fosse qualcosa di spettacolare. Si risolve tutto a una comunicazione di faccine sorridenti, tristi, o quant’altro.

Pensi davvero che pur di avere un po’ di tranquillità l’essere umano sarebbe disposto a “perdere” tutto?
Hai appena definito il suicidio.

Leggere Blatta non può non riportare alla mente un tuo vecchio racconto pubblicato, tra l’altro, su Lexy Presenta: Topi. Si può dire sia qualcosa cui stavi pensando da tempo è una necessità narrativa recente?
e’ la chiusura (forse) di un ciclo-ossessione che porto avanti da anni sulla figura del “palombaro”, ovvero l’essere umano che si chiude in se stesso per difendersi da un mondo che non riesce più a capire e che sente sempre meno alla sua portata. Feci “Topi”, poi una mostra chiamata “Genesi” all’ex acquedotto di Milano, nel 2003. da lì l’esigenza di renderla un racconto, ma è stato un po’ un parto lungo e travagliato.

Non temi che la narrazione possa essere accusata di procedere troppo per simbologie, col rischio di diventare retorica (la blatta, l’amore, il parto, la morte)?
Per te cosa rappresenta la blatta, per esempio? E come hai concepito l’idea dell’amore in questa storia? Probabilmente il tuo punto di vista al riguardo non è uguale al mio.
La retorica qui c’entra poco, i simboli sono solamente grafici, proprio perché possano essere assimilati e personalizzati da chi li legge senza che gli abbia imposto un “manuale di istruzioni”.

Blatta è il tuo ritorno ad una narrazione (intesa in senso lato, storia e disegni) molto personale dopo un po’ di anni. Hai altri progetti di questo tipo o è stata una necessità del momento?
Ho altri progetti, mi interessa mettermi in gioco, altrimenti non ha senso fare un lavoro che abbia a che fare con la creativita’.

La scelta del bianco e nero e’, ovviamente, importante per la storia. E’ funzione solo del registro che volevi dare alla narrazione o parte da qualche altra considerazione?
Ovviamente l’atmosfera è inscindibile dalla storia. mi son fatto un culo così per poter creare un tipo di storia “sensoriale”, che potesse in qualche modo avvolgerti tridimensionalmente. Ho cercato di eliminare la luce per creare più silenzio possibile intorno al protagonista, spero di esserci riuscito.

Oltre a Blatta sei al lavoro per la e, di tanto in tanto, viene fuori un tuo racconto o una tua illustrazione su varie riviste (Nixon e La Scimmia Magazine). Dove trovi il tempo per tutte queste cose?
e’ sempre meglio che lavorare.

Blatta
In uscita a Lucca 2008
Leopoldo Bloom Editore
148 pagine b/n carta patinata opaca bianca
copertina brossurata su superficie dorata
prezzo 15euro
codice isbn: 978-88-89350-13-3

Riferimenti
Il blog di www.albertoponticelli.com
Leopoldo Bloom Editore: www.leopoldobloom.it

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Spazio Bianco: nel cuore del fumetto!

Inizio