Interviste

Hornschemeier, Huizenga, Nilsen, un incontro a Bologna

Hornschemeier, Huizenga, Nilsen, un incontro a Bologna - immagine1-4941LEGENDA:
V: Valerio Stive’; G: Guglielmo Nigro
P: Paul Hornschemeir; K: ; A:

V: Leggendo i vostri fumetti ho l’impressione che abbiate una cosa in comune e cioe’ che leggere le vostre opere sia un po’ come avere una conversazione diretta con voi. Per esempio tu Kevin racconti spesso la vita di tutti i giorni con “Ganges” oppure tratti anche argomenti più complessi e quasi scientifici e lo stesso può valere per voi Paul ed Anders, entrambi parlate sia della via quotidiana che di argomenti profondi. Avete anche voi questa impressione? Sentite di avere questo tipo di amicizia col lettore? Questo rapporto diretto? Magari proprio grazie al numero relativamente limitato di lettori… (RIDONO)
Scusate non intendo in senso negativo (RIDE), intendo paragonato alle pubblicazioni mainstream, può essere un aspetto positivo.
P: Sì e no. Una volta passato un certo numero, non puoi più conoscere bene lettori e fan. Ma in un certo senso si’, sento questa comunicazione e legame.

V: Forse anche perché esprimete idee e sentimenti personali…
P: Penso che pero’ sia un po’ una cosa a senso unico. Non ricevo risposta diretta da loro, quindi forse…
A: Quando sono al lavoro su una storia ho in mente un’idea di audience immaginaria, ma fondamentalmente la creo io. L’idea delle persone che leggono i miei libri… so che ci sono ma non è importante per cio’ che decido di scrivere.

G: Ma tu scrivi immaginando una conversazione con questa parte di te… un’audience immaginaria.
A: Penso sia un po’ di entrambe le cose. La ragione per cui ho cominciato a scrivere fumetti e ho smesso di dipingere è stato per avere una relazione diretta col pubblico. Il motivo per cui cominciai a fare fanzines e minicomics era perché potevo darli ai miei amici. Quindi si’, all’inizio c’e’ un senso di comunicazione diretta. Il fumetto è una forma d’arte semplice e diretta, non astratta. Disegni immagini di te o di piccoli uccelli per una necessità di intrattenere e questo è molto importante per me. E se questo vuol dire avere una conversazione col pubblico, allora credo sia possibile.
K: Il pubblico a cui penso quando lavoro ai miei fumetti è composto a sua volta di fumettisti, persone e colleghi di cui stimo il lavoro o di cui sono amico. Voglio che loro rimangano colpiti (RIDE), che gli piaccia. Se agli altri piace va bene, se non gli piace non posso farci niente.

G: C’e’ una forma di competizione con questi colleghi?
K: Siamo amici, un team (RIDE).

V: Prima pensavo anche al fatto che spesso trattate argomenti complessi nei vostri fumetti. Sentite più di dare o di chiedere al lettore? Nel senso di chiedere comprensione.
P: Penso sia più un dare al lettore. Credo di concentrarmi nello scrivere una storia, quindi di offrire qualcosa. Penso comunque che tutti i nostri fumetti si aspettino qualcosa indietro dal lettore, non credo tu possa apprezzarli appieno senza rifletterci. Mi piace conoscere l’opinione, la visione dei lettori, che magari propongono interpretazioni a cui non avrei pensato. Questa interazione è qualcosa che spero avvenga ma a cui non penso coscientemente.
A: A volte penso al buttar fuori o al tener dentro le cose, non in senso meccanico, ma per creare il senso di scoperta nel lettore, i meccanismi con cui puoi rivelargli qualcosa. Forse c’e’ questo dialogo, in questo senso, un dialogo col lettore in cui tu vuoi essere un passo avanti, ma che può dare un senso di soddisfazione nel mostrare quello che stai facendo.
P: Cerco sempre di raggiungere un punto in cui il lettore non necessiti di più letture per capire.
K: è la stessa cosa anche per me! (RIDONO)
A: E quello che consiglio e’: comprate i miei libri!

G: Trovo che nei vostri libri usiate tutti la filosofia, una certa concettualizzazione o meta fumetto, anche se non parlando del fumetto stesso ma comunque usando vari stili. Tu Kevin ad esempio parli delle relazioni col tempo. Perche’ sentite la necessità di scomporre il medium? è parte di quella sfida che dicevamo?

(RIDONO)
K: Personalmente credo di tendere ad analizzare il fumetto. Non sono interessato a storie con un plot particolare. Mi sento un po’ come un architetto, uno che costruisce. Fin dai miei primi lavori ho sentito la necessità di analizzare il medium fumetto e vedere come funziona. E poi cerco anche di creare storie umane, con vere emozioni umane e semplici esperienze di vita, non come un robot o non so, un filosofo tedesco, non Hegel insomma. Si’, questa è la mia personalita’.
A: Penso non sia solo la storia in se’ ad interessarmi, ma anche le riflessioni generali sulla vita e la morte, le grandi domande (RIDONO, per Big Questions titolo della sua serie – ndr). Fin da bambino ho sempre amato leggere favole che avessero un significato o una morale. Potrei dire che quando racconto cerco di ricreare quell’atmosfera che hai da piccolo quando leggi una storia, il vedere tutto pieno di significato e di emozioni. è difficile, ma quello che cerco di fare è evocare questo senso di significato per il mondo. Ho riflettuto molto anche sul fatto che questo non è realmente possibile perché il significato della storia è nella mia testa. Quindi l’idea di meta-fumetto, inteso come interrogarsi su quello che stai creando e facendo, è puro divertimento, un modo per vedere e scoprire quali sono le possibilità del medium.

V: Usare il fumetto come un mezzo, non come un fine. Usarlo e non essere usati.
A: Si’

V: Un’altra caratteristica dei vostri fumetti è la biografia e l’ autobiografia, e qui mi ricollego a quello che dicevo prima sul dare o chiedere al lettore. Pensate che l’autobiografia sia più un modo per offrire un’esperienza o chiedere comprensione al lettore? C’e’ un motivo per voi per offrire la vostra esperienza?
A: Credo di aver sempre cercato di star lontano dall’autobiografia perché credo ci sia una linea sottile, che sia difficile distinguere quando l’autobiografia sia un mettersi in mostra fine a se’ stesso. Quando ho creato “Don’t Go Where I Can’t Follow” avevo una chiara idea di pubblico in mente, non era per tutti. Una volta che il libro era finito, perché esistesse realmente ho dovuto pubblicarlo. Quindi il libro sta nel mezzo di quell’idea di autobiografia che dicevo prima.

P: Era qualcosa che dovevi fare, qualcosa di spontaneo. Non hai potuto pensarci a quel problema.
A: Si’, in un certo senso era creato per un pubblico specifico.
K: Il fatto è che “Don’t Go Where I Can’t Follow” è proprio diverso dalla solita autobiografia a fumetti. Tu non hai fatto di te un personaggio a fumetti, “Don’t Go Where I Can’t Follow” è più come un documento che riunisce materiale di tipo diverso. è molto diverso rispetto al disegnarti come un uccello e scrivere le tue avventura. E’ diverso da essere in una storia a fumetti con te come personaggio, ha caratteristiche differenti.
P: “Mother Come Home” per me è una storia più personale rispetto agli altri lavori, più vicina a molte cose reali della mia vita, mentre “I Tre Paradossi” può essere più avvicinata al discorso filosofico che dicevamo prima, a cose su cui riflettevo come l’aspetto del cambiamento, il lato emotivo. Quindi questo libro, in cui sono un personaggio, appare meno autobiografico di “Mother Come Home“, che all’apparenza sembra un lavoro di finzione. Quindi per me fare della vera autobiografia è una cosa molto complicata.
A: Penso che debba esserci qualcosa per il lettore, che sia fatto per il lettore, chiaramente se no sarebbe assurdo.
P: O masturbazione mentale… (RIDE)

V: Passando ad un argomento più leggero. C’e’ stato nella vostra vita un momento in cui avete pensato: “i fumetti sono la mia vita”? O in cui avete visto le opere di un fumettista ed avete pensato che quello avrebbe potuto cambiare la vostra vita? C’e’ nella vostra vita un momento del genere o un artista del genere?
P: Credo di star ancora aspettando di diventare un artista. (RIDE) No, è divertente perché ne parlavamo anche l’altro giorno e dicevo che io tendo di più a definirmi come uno scrittore, un narratore, e lui (Kevin) diceva che “narratore” è un po’ pretenzioso. Ma questo è quello a cui sono sempre stato interessato, come i libri che scrivevo da piccolo, all’inizio avevano disegni buoni per essere quelli di un bambino, ma poi evolvevano in segni più complicati che facevano capire come fossi più interessato a raccontare una storia che a disegnare. Riguardo al momento di decidere se i fumetti fossero la mia vita…

V: Non c’e’ un punto di partenza?
P: No, non credo. Di solito c’e’ un momento in cui realizzi che lo stai facendo in modo professionale, ma…
K: Non c’e’ stato un momento quando cominciavi a fare “Sequential” e hai detto: “Voglio davvero essere un fumettista”?
P: Quella sarebbe stato un po’ la fine…
K: Intendo che capita ovviamente che vedi i fumetti di qualcun altro in particolare e dici: “Oh cavolo! Questo è quello che voglio fare!
P: Si’, quando vidi “Eightball” di Daniel Clowes e “32 Stories” di Adrian Tomine. Direi “Eightball” ma era così curato e rifinito… Invece con “32 Stories” mi sono avvicinato ai minicomics. Vedere gli inizi di Adrian mi ha fatto davvero capire che si potevano fare anche cose non mainstream e popolari. Si’, questo può essere stato quel momento di cambiamento.

V: Anders, per te forse è diverso perché, come hai detto prima, possiedi un background diverso. C’e’ un fumettista che apprezzi in particolare?
A: credo ci siano 2 momenti degni di nota nella mia realizzazione come fumettista. Uno è stato quando a scuola ho lavorato a un libro per mia sorella minore. Lì ho capito di voler davvero disegnare e raccontare storie.

V e G insieme: Quindi sei stato un’influenza per te stesso (RIDONO)
A: è difficile fare un nome, ci sono molte cose. In quel periodo stavo leggendo Chester Brown e Jason Lutes, ma quello che mi fece pensare di fare fumetti dopo aver fatto il libro per mia sorella, fu John Porcellino. Stavo leggendo “King Cat Comics” e pensai che lui potesse dirmi come fare, gli scrissi e lui mi rispose. Chester Brown non mi rispose, mi spedì un catalogo. Quindi per me è stato Porcellino quello importartane in questo senso.

G: Ho questo tuo libro (mostra “Monologs from the Coming Plaugue”), che è stato il primo tuo libro che ho comprato, e pensai: “ma lui non sa disegnare!”
(RIDONO) Scherzo, ma penso anche a Jeffrey Brown o John Porcellino, sembra esserci un’estetica, un estetica del brutto? è un modo per semplificare e rendere l’essenza, la sostanza di cosa è un fumetto?
Anders: Cominciai questo lavoro dopo due o tre anni che facevo “Big Questions” e dopo “Dogs & Water“. Fare questi fumetti è stata un’esperienza così intensa, nell’immaginarmi le meccaniche del fumetto e come disegnare e rappresentare quello che volevo come volevo, che ad un certo punto, in parte perché cominciai ad incontrare altri fumettisti ed uscire con altre persone che disegnavano, cominciai a preoccuparmi meno e a disegnare e disegnare sempre di più. Facevo figure semplici, una storia e via senza preoccuparmi, senza tante domande su cosa fosse la storia e cosa disegnavo. Quindi è un metodo per semplificare il processo.

Hornschemeier, Huizenga, Nilsen, un incontro a Bologna - immagine2-4941G: Quale pensi sia l’effetto sul lettore? Voglio dire, chi legge deve immaginarsi tutto. Di chi è questa testa, di un uomo? Di Dio? Hai pensato a questo quando hai realizzato il fumetto?
Anders: No, direi che semplicemente succedeva. Il motivo per cui lo faccio è perché voglio disegnare più veloce di come il mio cervello possa capire cosa disegno. Quindi la prima volta disegnai, non ricordo, la testa e forse la disegnai bene e dissi ok, e poi volli proseguire da li’.
Paul: Riguardo a Jeffrey Brown, non è che lui non sappia disegnare, è un buon artista. Ma dopo aver pubblicato “Clumsy“, molte persone gli scrissero brutte lettere dicendogli: tu non sai disegnare! Ma io lo so che lui sa disegnare. Quello è qualcosa che gli viene da dentro.

G: Penso ad un intervista a Renee’ French che ho letto sul Comics Journal dove lei parlava di te Anders dicendo che ti invidia perché gli dai l’impressione che puoi disegnare facilmente, che lei deve far fatica e tu no.
K: Per gli altri artisti sembra sempre più facile…
A: Penso solo di sentirmi a mio agio a disegnare.
P: Anche io credo di aver pensato che per te era facile.
(RIDONO)
A: Ma anche io faccio fatica!

V: Una domanda sulla stessa linea. Cosa invidiate l’uno dell’altro? C’e’ una cosa che vorreste saper fare come un altro di voi o che vi piace e basta?
P: Per me i loro sketchbook sono così impressionanti che mi fanno venir voglia di smettere di disegnare. Ma fare la lista di quello che mi piace di loro vorrebbe dire andare avanti per 2 ore! Ci sono così tante idee e direzioni che trovo così di ispirazione! Questi due, insieme a Daniel Clowes e Chris Ware e direi anche Sammy Harkam, e pochi altri, sono gli autori che voglio leggere e dopo mi sento come se non volessi più disegnare e ancora dopo vorrei disegnare migliaia di fumetti!
K: Grazie mille.
A: Quando vidi i fumetti di Paul mi chiesi come facesse ad avere tutto il tempo di colorarli. (RIDONO)
K: Non mostrero’ debolezze. (RIDONO) Non mostrero’ debolezze in pubblico.

G: In Italia parliamo molto del concetto di Graphic Novel.
K: Come lo chiamate? Avete un nome?

V: Usiamo la stessa parola.
G: O la traduzione letterale. Per molte persone la Graphic Novel è solo un termine per fare pubblicita’, marketing e non un movimento. Ma io credo che sia un movimento, nel modo in cui le persone si approcciano al fumetto, a come pensano ad esso. Negli Stati Uniti c’e’ la questione del formato comicbook mentre in Italia abbiamo un altro formato popolare che ha 96 pagine in bianco e nero ecc… Cosa ne pensate della questione della Graphic Novel?

K: Non voglio che il termine Graphic Novel sia un termine di marketing, un cavallo di Troia su cui portare i fumetti al pubblico. Ma d’altra parte c’e’ un livello diverso a cui sta portando i fumetti. Intendo che cio’ che conta è l’estetica del fumetto.

V: Intendi un livello diverso per il mercato o per chi legge fumetti?
K: Noi ci approcciamo al fumetto non come ad una forma di intrattenimento o come ad un modo per fare soldi, ma come artisti, esteti.

V: Un puro approccio artistico, una pura forma d’arte…
K: Si’, una forma d’arte. è questo il movimento che intendo, c’e’ da molto ma ora è sulla cresta.
A: C’e’ una maturazione del medium data dalle tematiche affrontate.

V: Questa è stata una definizione interessante. Voglio dire, non è solo una questione di forma o tematiche ma è più un fatto di approccio, un approccio puramente artistico.
K: Il fatto è che in America i fumetti vengono dal basso, sono fatti per divertire, per i ragazzi. Quindi c’e’ una tensione, ci sono intenti artistici ma allo stesso tempo non vuoi essere troppo pretenzioso, vuoi sia divertimento che serieta’.

G: Riguardo all’idea di movimento. Sentite una connessione tra voi tre? Voglio dire, quando vi hanno detto che vi volevano tutti e tre in Italia per presentare i vostri lavori, avete pensato che fosse naturale?
P: Si’, potrebbe essere. Vedo similitudini tra i nostri lavori, ma allo stesso tempo no.

V: Un approccio simile…
K: Si’, ma ce ne sono molti altri di fumettisti americani con un approccio simile al nostro che non sono pubblicati in Italiano.
A: Ci sono modi diversi di descrivere delle persone, in questo senso forse è giusto.

V: Vi sentite di appartenere ad una new wave fumettistica? Ci sono modi per i critici di raggruppare, a volte in modo ciclico, magari in decadi. Per esempio all’inizio dell’underground c’era Robert Crumb, Love & Rockets negli anni 80, i canadesi (Seth, Chester Brown) e Clowes negli anni 90, e adesso vi vedete come una nuova generazione in ascesa o in corso?
K: Credo che la nostra generazione non guardi molto indietro come succedeva prima. Siamo in grado di sentire come se gli altri avessero fatto molto per noi e adesso possiamo pero’ dire il nostro.
A: Prima qualcuno mi chiedeva perché i nostri fumetti sono così tranquilli e non propongono situazioni strane, esplosioni o sesso; è che tutto questo è già stato esplorato ed il resto è novita’.
P: Paragonati ai fumetti del passato, noi non abbiamo pressioni perché non abbiamo bisogno di ribellarci. Nel passato c’era una certa necessita’, politica o sessuale ecc..

G: Ogni anno facciamo una top-ten dei migliori fumetti pubblicati in Italia durante l’anno, tu Paul sei in classifica quest’anno con “Mamma Torna a Casa“, adesso qui da noi è uscito il tuo libro “I Tre Paradossi“. Qual è la differenza tra i due libri?
K: Qual è il più bello? (RIDONO)
P: Ah, non me lo chiedere! “I Tre Paradossi” mi piace di più. Non saprei dire la differenza tra i due, è strano perché da una parte credo che non potrebbero essere più diversi, ma dopo averli scritti mi sono reso conto anche delle loro similitudini. Entrambi hanno a che fare con la relazione padre-figlio e la esplorano guardando indietro, ovviamente tramite esperienze diverse del bambino. Ci sono altri temi ma una delle cose che volevo fare con “I Tre Paradossi” era coinvolgere più esperienze umane. Voglio dire, “Mamma Torna a casa” non ha humour, è un pacchetto unico di sentimenti. Esplora cose specifiche e volevo che invece “I Tre Paradossi” fosse più ampio, con più sentimenti. “Mamma Torna a Casa” è onesto ma credo che con le esperienze non lo sia completamente, perché non c’e’ solo tristezza nella vita, non è tristezza costante. Questa è la differenza principale.

G: So che sei stato in ritardo con i tempi e le consegne realizzando “I Tre Paradossi”…
P: Questa è la cosa simpatica del fare un libro a proposito dell’essere incapaci di concludere un libro ed essere incapaci di concludere… Ed è divertente perché nel libro non riesco a finire la storia a causa di problemi personali concettuali, avevo chiuso col mio lavoro regolare e cercavo di diventare artista a tempo pieno, cominciavo a lavorare ad un altro libro e cercavo di vivere di questo, era dura. Ecco perché c’e’ voluto molto.

V: Prima (nell’intervista precedente con Paul Gravett) avevate espresso una vostra idea di vita come qualcosa che non è solo e sempre urla e rumore. Insomma direi è qualcosa di un bel po’ più complicato, la vita di tutti i giorni, come diceva Harvey Pekar. Da qui, perché parlare della vita reale? Ognuno di voi racconta momenti semplici della vita di tutti i giorni, perché scegliere questo tema e non parlare di finzione?
P: La vita di tutti i giorni opposta a cose o vicende strane?
K: Anders, i tuoi fumetti non parlano di vita di tutti i giorni.

V: Anche di quello come in “The End“, ma non vorrei parlare di un titolo in particolare…
A: Sono indeciso, perché parlare della vita di tutti i giorni non è il mio obiettivo principale ma mi interessa comunque il contrasto tra la vita di tutti i giorni e i grandi eventi. Raccontare in ogni modo, nella cultura, nella musica, coinvolge esperienze intense, ma non puoi raccontare una storia che sia solo momenti intensi, possono invece esser capiti meglio se visti in contrasto con piccoli momenti. Penso che gran parte del nostro lavoro stia nel vedere le esperienze di tutti i giorni in un modo diverso e nuovo e una delle cose più importanti per me è rendere la vita normale significativa e vedere quanto profonda sia.
K: Come svegliarsi.
P: Si’

G: Stiamo per chiudere. Viviamo in Italia che è molto cattolica. Tu Kevin hai scritto una storia intensa a proposito del fondamentalismo cattolico.
K: Qual’era?

G: In Maledizioni. Nel mondo c’e’ un crescendo di fondamentalismo, credo che tu nella storia lo abbia raccontato bene. Hai un background a riguardo? E la seconda domanda e’: cosa sta succedendo a proposito di fondamentalismo nel mondo?
K. Sono cresciuto come protestante, di protestantesimo ne so abbastanza, mia moglie invece è cattolica, ma non sono mai stato in una chiesa cattolica. Quindi questa storia parla più del presente in generale. Mi domandavi perché il fondamentalismo sta crescendo?

G: Si’
K: Penso che da una parte sia a causa dell’interrelazione della vita moderna, tutto succede velocemente e la gente cerca qualcosa per dare struttura alla propria vita. Molta gente guarda alla religione per cercare risposte, ma allo stesso tempo serve a fare soldi. Persone con poche opportunità economiche possono aggregarsi ad una chiesa e trovare lavoro. Quindi penso sia una questione sociale.

G: L’intervista è finita, vi ringraziamo molto per il tempo che ci avete concesso.

Riferimenti: :
Il collettivo di Hornschemeir e Nilsen, The Holy Consumption: www.margomitchell.com
Il blog di : themonologuist.blogspot.com
Uss Catastrophe, sito di : www.usscatastrophe.com
Il blog di Kevin Huizenga: kevinh.blogspot.com
Coconino Press: www.coconinopress.com
Tenue’: www.tunue.com
Comma 22: www.comma22.com

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