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L’inchiostro di Paola: intervista a Paola Cannatella

L'inchiostro di Paola: intervista a Paola Cannatella - immagine1-4891Vorrei iniziare questo scambio sull’onda della suggestione…qual è il tuo primo ricordo legato al fumetto, il primo che hai letto, gli autori e i personaggi che ti hanno colpito all’inizio e che ti sono rimasti dentro?
Porca miseria mi devo spremere troppo il cervello per una cosa cosi’… (qualche minuto a pensare) Beh, di sicuro all’inizio c’e’ stato Topolino. Quando ho iniziato a disegnare fumetti, alle scuole medie, più o meno a dodici anni, disegnavo i miei personaggi (ovviamente autobiografici) un po’ alla Walt Disney, con il becco o con il muso di topo, e nella mia stanza sono rimasti appesi per anni due bellissimi poster di Paperino e Zio Paperone. Mi ricordo ancora molte sequenze e le battute dei fumetti a memoria, ma a parte Cavazzano, non mi chiedere i nomi degli autori, perché a quei tempi non mi interessava affatto saperli e ad oggi non me n’e’ rimasta traccia…

Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a credere di poter diventare un’autrice?
Maaaah… ho sempre disegnato a fumetti per raccontare e con il presupposto di realizzare qualcosa che in futuro io stessa non mi annoierei a rileggere. Con un po’ di cieca presunzione, ho anche creduto di essere una delle poche al mondo in grado di progettare e portare a compimento storie a fumetti di centinaia di pagine…

Parlando del tuo percorso come autrice di fumetti, sei nata a Catania dove hai trascorso l’adolescenza. Come e in che modo questo ti ha influenzato?
Eeeh… a Catania ci sono rimasta quasi per 29 anni, altro che adolescenza! A mio avviso, si tratta di una città in cui traboccano storie da tutte le parti, da cui traggo ispirazione per i miei fumetti: le sue contraddizioni e le sue stratificazioni, il senso dell’isolamento, la suggestiva vicinanza al mare e all’Etna, la personalità e l’umanità degli abitanti, mi vergogno un po’ a dirlo, ma spesso mi hanno fatta sentire come se ci fosse sempre una sottile comunicazione fra me e il resto del mondo. Per esempio, è un po’ come riferisco in Inchiostro di Jack, quando la protagonista, in un momento di solitudine, girovaga in “posti impregnati di storia e bellezza, ma abbandonati a se stessi”, confrontandosi con la solitudine della sua stessa citta’. Dal punto di vista pratico, c’e’ stato il problema che dalle mie parti il settore dei fumetti non è quasi per nulla sviluppato… E questo mi ha influenzato aggravando le mie fatiche a confrontarmi con altri fumettisti, coltivare una formazione e comprendere le regole del mercato. E lì ho scoperto la mia testardaggine…

Venendo da un’area del paese logisticamente svantaggiata rispetto ad altre nel rapporto col mondo editoriale e degli addetti ai lavori, come si sono svolti i tuoi contatti? Hai trovato difficolta’?
Sei anni fa, mentre stavo pensando a cosa preparare per la tesi di laurea in economia e commercio, trovai l’argomento da “due piccioni con una fava”. Effettuai un’analisi di settore dei fumetti negli anni 2002 e 2003, andando in giro per fiere ad intervistare gli addetti ai lavori, e gli altri li contattai telefonicamente, inviando loro dei questionari da compilare. Oltre a farmi un’idea delle regole e dei personaggi che si aggiravano per il mercato, mi rimasero un bel po’ di contatti…

Nel tuo stile si notano delle similitudini con quello di Luca Enoch e Terry Moore. Solo un caso o sono fra le tue influenze artistiche? Piu’ in generale quali sono gli autori di fumetti che ti hanno influenzato maggiormente come autrice?
Fino ad un annetto fa, non ci pensavo minimamente alle mie influenze, perché immagino che siano tutte sub-inconsce. Dopo aver pubblicato IDJ, un sacco di gente mi ha detto che somigliavo un po’ a qualcun altro. E allora me lo sono chiesto… Posso dire che per i disegni del mio stile realistico mi è capitato di osservare Luca Enoch, Vittorio Giardino e Takehiko Inoue. Davvero somiglio a Terry Moore? Lo conosco ma non l’ho mai letto!… Per le storie, mi hanno influenzato un mucchio di grandi autori famosi, di varie nazionalita’, ma non perché alla fine ci somiglio -figuriamoci-, ma perché li ho messi sull’altare, la loro esistenza mi dà gioia, perché so che col fumetto si può sorprendere e commuovere: per l’elenco completo, ti rimando al mio blog perché di sicuro così su due piedi me ne scorderei qualcuno. Comunque, di certo mi fanno da esempio Hayao Miyazaki, Neil Gaiman, , , Takehiko Inoue, Frederick Peeters, Rumiko Takahashi, , Osamu Tezuka

I tuoi personaggi sono molto umani, tanto che è facile riconoscere se stessi o qualcuno che abbiamo conosciuto. Nelle tue storie quanto pesano l’elemento autobiografico e l’invenzione di personaggi e situazioni?
Diciamo cinquanta e cinquanta.

Sei un’autrice in un mondo, il fumetto italiano, in larga parte maschile. Ai miei occhi il tuo punto di vista nel racconto si connota per una molteplicità di sfumature psicologiche che non riscontro tra gli autori, solitamente diretti secondo tensioni emotive costanti. è così oppure è solo una mia impressione?
Per quanto riguarda il mio modo di raccontare, beh, cerco sì di personalizzare meglio che posso “introspettivamente” i miei personaggi, con il risultato delle connotazioni psicologiche che hai notato. Per quanto riguarda gli altri autori maschi italiani, non saprei, credo di non averne letti abbastanza… pero’ è vero che per la caratterizzazione dei personaggi ho imparato di più dai fumetti giapponesi che non da quelli italiani.

Fumetto al femminile…qual è il tuo punto di vista in proposito?
Mi interessa, soprattutto in Italia. Provo a tenere d’occhio il fenomeno. Come dicevo prima, non ho letto abbastanza, e ho l’impressione di conoscere pochissime autrici complete, come Gabriella Giandelli, Francesca Ghermandi, Leila Marzocchi, … D’altra parte, ho riflettuto su autrici come Rumiko Takahashi (Ranma

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