Interviste

Ernest,: fumetti invecchiati in barrique

Ernest,: fumetti invecchiati in barrique - immagine1-4855Con colpevole ritardo, pubblichiamo ora un’intervista iniziata durante Napoli Comicon 2007 e terminata solamente ora via mail per aggiornare certe parti. La colpa sta dalla parte dell’intervistatore, non certo degli intervistati, ovvero e , ai tempi dell’intervista due terzi del progetto editoriale “,” (poi allargatosi), una delle sempre più valide proposte di autoproduzione che si stanno facendo spazio nel mercato italiano, non con i numeri ma con la qualità e la voglia di raccontare. Il blocco principale dell’intervista si è tenuto in uno degli affollati corridoi di Castel S. Elmo, accanto allo stand di , composto solamente da tre strutture cubiche di legno, che scopriremo essere esse stesso un prodotto in vendita (!!), davanti ai due giovani autori leggermente provati dal non aver fatto colazione e dall’orario di pranzo che si avvicinava inesorabilmente. Una chiacchierata molto informale e rilassata, che ha lasciato all’intervistatore una ottima sensazione addosso, una vibrazione positiva, che spera emerga da queste pagine virtuali…

Come e perché nasce il progetto ?
: Per parlare di come nasce Ernest bisogna parlare di Vincent Filosa, il terzo fondatore di Ernest, che qui a Napoli Comicon non è potuto venire perché in viaggio in Giappone, da dove ci sta mandando il suo diario di viaggio che sarà probabilmente una nostra prossima pubblicazione (“Pictures from life’s japanese style”, pubblicato l’estate scorsa, ndr). Tornando alla storia, Vincent aveva organizzato una mostra di giovani autori tra cui anche Francesco; in quell’occasione ci ha ospitati in casa sua e tra noi si è creato subito un feeling empatico.
: Da subito la filosofia Ernest si è svegliata, ancor prima di Ernest. Abbiamo dovuto solo dargli un nome.
SP: Il nome è nato in un modo un po’ strano. Io e Francesco stavamo chiacchierando di questo progetto che ancora non ne aveva uno. Lui alza gli occhi, non al cielo ma alla libreria (risate), e vede l’edizione Meridiani di Ernest Hemingway. Da lì è venuto fuori Ernest, che abbiamo poi ricollegato all’opera teatrale di Oscar Wilde, “The importance to being Ernest“, con il doppio gioco sull’essere franco, che è non solo una bella parola, ma pure un bel nome, da salumiere (e’ lo stesso gioco di parole che permette “ernest/Ernest” in inglese, appunto). Questo rispecchiava la nostra filosofia: noi vogliamo essere semplici, diretti, parlare del reale.
FC: Ci proviamo, comunque: il nostro intento e il nostro muoverci vanno in questa direzione.

Come mi spiegava prima Sara, dietro a ogni vostra pubblicazione c’e’ una storia; è la storia, o la persona, il punto di partenza che trova un modo per esprimersi nel fumetto o nel racconto o in un oggetto addirittura.
FC
: Sicuramente! All’inizio il nostro slogan era “Dietro alle cose ci sono le persone”, poi ci sembrava un po’ troppo “borioso” e l’abbiamo eliminato.
Questa idea non deve togliere niente al prodotto, ma avevamo l’impressione che sottolineare il retroscena che lo ha reso possibile potesse rendere più caldo il rapporto che il lettore ha con l’oggetto. Potrebbe sembrare un limite all’immaginazione, ma è invece un input a visualizzare e sentire in un altro modo l’oggetto stesso.
SP: Anche perché non è mai un’interpretazione dell’opera. Quello che ci preme è raccontare come noi abbiamo deciso di fare proprio quell’albetto, quel fumetto piuttosto che quel bottone. Certo curiamo tantissimo anche il lato estetico, per quanto ci è possibile economicamente. Da qui nasce l’altra nostra grande forza. Non abbiamo un budget, pero’ abbiamo delle idee e possiamo realizzarle al meglio e con poco.
FC: Ernest è nato come idea intorno a settembre/ottobre scorso, ma soltanto nelle ultime due/tre settimane prima di Napoli Comicon è nato come “oggetto”, scontrandosi con i limiti economici, di tempo, di possibilita’; ci trovavamo ogni volta a ragionare su come superare i problemi al meglio. Per Napoli volevamo portare 10 Gorilla Box, ma per il viaggio in treno erano troppe e allora ne abbiamo prese solo tre. Pero’ alla fine con tre il banchetto è forse più bello, più strano, si valorizza di più.
SP: Quindi alla fine i nostri limiti diventano i nostri punti di forza.
FC: Per quanto riguarda le nostre edizioni, le limitazioni economiche ci hanno portati a ragionare e trovare delle soluzioni un po’ particolari; rispetto alle copertine per esempio, abbiamo eliminato le immagini usando un cartoncino molto bello ed evocativo che ricorda un po’ un quaderno di scuola, o un moleskine, oggetti di per se’ caldi perché possono ricordarti l’infanzia o il posto dove scrivi le tue cose, il tuo diario di viaggio. Questo per noi è più importante che mettere un’immagine in copertina. E’ vero, l’idea è nata da un’esigenza economica ma alla fine, magari a livello inconscio, si è rivelata la più adatta.

Storie contenute in una sorta di taccuino, qualcosa che il lettore è già propenso a riempire, in un certo senso…
SP
: Esatto. Qui a Napoli abbiamo incontrato altri amici e artisti conosciuti nel corso degli anni, e avvicinandosi al nostro progetto, venendo a sapere qual è la nostra filosofia, hanno iniziato a macinare idee. Si vede che il nostro atteggiamento stimola una creativita’.
FC: E’ una cosa incredibile perché come mi aveva fatto notare Sara qualche giorno fa, quando cerco di spiegare in che modo vogliamo fare questa cosa, la gente subito risponde a questi stimoli, tira fuori idee, persone che conosce; per esempio, un autore – Manuele Fior – ci ha raccontato dei disegni di sua nonna…
SP: Gia’, e siamo in “competizione” con una fanzine di Oslo per pubblicarli!
FC: Così molta gente, non solo disegnatori, sembrano sentire il bisogno di rispondere al nostro progetto con il loro calore umano.
SP: E’ un po’ come essere in uno di quei paesini piccoli, dove arrivi, se ti manca lo zucchero vai dal vicino e ti da lo zucchero, ti capita si rompa il lavandino, ti consigliano di andare da Giovanni che ti può aiutare e così via, e piano piano le cose diventano semplici perché le persone ti aiutano. Il nostro atteggiamento, anche serio e vincolato alla produzione, cerca di creare questo legame; a volte anche una grafica semplice può diventare asettica, ma noi nella nostra semplicità vogliamo mantenere sempre il calore del contatto con le persone. Da qui siamo partiti, il nostro progetto non nasce da ambizioni a livello editoriale, è soltanto una valvola di sfogo per quelle cose che altrimenti non avrebbero voce e mercato.
FC: Comunque, l’aver ricevuto tante proposte e idee non significa che ora faremo cose più elaborate, manterremo una nostra “quiete”, non c’e’ bisogno di frenesia per fare le cose bene.
SP: Infatti. Nella definizione del nostro progetto c’e’ che Ernest è come una festa in giardino. La fatica che ci vogliamo fare è la stessa che ci vuole per una festa in giardino, dove bisogna metter le luci, preparare da mangiare, organizzarsi il giorno prima, questo è il massimo dello stress che vogliamo.

Se ho ben capito Ernest è un progetto orientato a valorizzare le piccole cose, in un certo senso, dove il fumetto intimista invece tende a drammatizzarle. Un progetto per sottolineare la bellezza della semplicità della vita vera, senza cercare di enfatizzarla.
SP
: Piu’ che raccontare cose “piccole”, cerchiamo di parlare di cose che per esempio non ti aspetteresti da certe persone, dei moti di creatività in contesti strani. Per dire, un albetto di disegni è realizzato da questo signore, Giuseppe Carletti, che ha 45 anni e disegna per se’ stesso senza essere un disegnatore in senso stretto. La pubblicazione dei suoi lavori non ha pero’ uno scopo documentaristico, non ci interessa pubblicare tutti i disegni dei quarantacinquenni, i disegni devono avere un loro valore a prescindere. I nostri fumetti non saranno, che so, il racconto di uno che si alza la mattina e si fa un caffe’, non è questo l’intimismo che noi, o almeno io, ho interesse a vedere realizzato.
FC: Penso che si debba stare molto attenti a questa cosa dell’intimismo; io vorrei vedere qualcosa di nuovo nel fumetto, nel senso che l’intimismo, per me, è ormai imprescindibile… pero’ penso che insieme all’intimismo si dovrebbe trovare anche un modo di raccontare le azioni.
SP: Azioni intese come persone che fanno delle cose nei momenti della loro vita.
FC: Questo senza voler dare accezione negativa all’avventura; deve esistere l’avventura ma con un modo di raccontare che va rinnovato.

Avevamo accennato ai disegni di Carletti, e tu Sara mi avevi raccontato come eri entrata in contatto con questo signore…
SP
: Noi badavamo al suo cane, tra l’altro un cane molto particolare, anzi una cagnolina, Wilma, psicolabile, non ci sono altri termini.
FC: E’ come se vivesse in continua crisi epilettica. E’ piccola, sembra una specie di elastico, insegue sempre il suo pupazzetto. Lei ha questo grande potere, sa lanciare le cose con la bocca ed è capace di farlo per tutto il giorno mentre tu fai altro.
SP: E in questa casa abbiamo visto: le “Gorilla box”, i disegni, il vino, sempre di Giuseppe… un vino molto buono invecchiato in barrique. Il barrique è un metodo di invecchiamento del vino che consiste nel tenerlo dentro delle botti fatte di un rovere tostato.
FC: Così come per il vino si può fare attenzione al fatto che sia invecchiato in barrique, quindi fare attenzione alla sua genesi, a come nasce, trasmettendogli il calore di un certo tipo di legno piuttosto che di un altro… perché non può essere così anche nei confronti di un’opera narrativa?
SP: Potremmo dire che i nostri sono fumetti invecchiati in barrique.
FC: Eh, magari! Vorremmo!
SP: Quando avremo una cantina seria allora potremo farlo!

Un’altra genesi particolare è quella di questo foglio ripiegato in stile “busta del supermercato”, come facevano le nonne: un poster che viene piegato fino a essere un triangolino molto piccolo e cicciuto.
SP
: Lo scopo è di richiamare la forma del tramezzino perché è un’intervista che abbiamo fatto a questo signore che abita sempre nel mio paese, Sacile, in provincia di Pordenone, quello di Carletti, del cane, le Gorilla box ecc… Proprio nel periodo in cui badavamo al cagnolino e lo portavamo a passeggio abbiamo scoperto questo bar, il classico bar friulano dove ci sono i vecchi che vanno a bere le ombre (trad: i bicchieri di vino, i gottini) e giocare a carte. Mai ti immagineresti che il proprietario applicasse i criteri della nouvelle cuisine ai tramezzini del bar. Ed è una cosa che fa per se stesso perché quando aprì il bar la gente chiedeva i classici panini con gamberetti e maionese mentre lui invece li aveva con gli sfilacci di cavallo e il pesto alla genovese, per esempio. Tanto che agli inizi lui proponeva ai clienti di assaggiarli, e se erano soddisfatti li pagavano altrimenti li offriva lui. Un po’ come potrebbe avere difficoltà un giovane fumettista che si autoproduce. E’ dura far capire qual è il tuo punto di vista sulle cose, e lui è così con il bar, ha un suo punto di vista, un suo modo di curare quel che fa. Riesce a creare dei percorsi attraverso il panino, attraverso il gusto. Mangiandoli scopri i vari strati e i vari contrasti, come quello tra amaro e dolce che per lui è fondamentale…
Come per tutti i nostri “oggettini”, per poveri che siano, anche questo ciclostile ha dietro la propria idea di presentazione; ci siamo inventati questa piegatura a triangolo ispirata ai metodi delle nonne di piegare le sportine del supermercato, un origami occidentale direi.
FC: La cosa incredibile è che tutti quanti vedono questa cosa e dicono “No, non sono capace”, e io invece dico a tutti, come mia nonna diceva a me “Ma no guarda, invece basta che fai così e dopo impari.”

Non è la cosa migliore di cui parlare per chi non ha fatto colazione!
FC
: E’ vero!
SP: Averne di quei tramezzini ora!

Continuando a parlare delle idee dietro alle opere, visto che Ernest non nasce esclusivamente per fare fumetti, ma per comunicare: interviste, opere di narrativa, le scatole, in un certo senso… Ecco, parliamo proprio delle scatole: che “messaggio” avete visto dietro queste strutture di legno?
FC
: La casa di Carletti è praticamente un’enorme open space. Lui ha inventato queste Gorilla box non per proporle al mercato, ma per usarle. Come per i suoi disegni, le cose di sua creazione e di sua ideazione le tiene in casa, per se’, a differenza di quando lavora per altri come designer.
SP: Un po’ come un nerd! Anche se lui ha la faccia da fricchettone. Veste come un architetto, animo e faccia da fricchettone, come quando parte a raccontare dei boschi, dell’i-ching e quant’altro, spirito artistico assolutamente contemporaneo, moderno.
FC: Una cosa curiosa… prima il nome era declinato al maschile, “i” gorilla-box. Poi con il tempo tutti, anche Giuseppe, abbiamo cominciato a chiamarle al femminile. Chissà perché poi.

Ernest,: fumetti invecchiati in barrique - immagine2-4855Sembra il nome di un gruppo musicale!
SP
: Che faremo! Ernest e le Gorilla-box! (risate generali).
FC: Vorrei dire qualcosa anche sui disegni di Giovanni. Il suo segno ha qualcosa che si trova in molti altri giovani autori, un segno attuale che abbiamo trovato in un contesto alieno; lui non sa niente del nostro mondo, probabilmente non ha mai letto un fumetto, men che meno fumetti underground. Questo ha certamente aumentato il senso di stupore che ha… provocato nei nostri cuori! (risate)

Ora possiamo parlare finalmente dei fumetti. Parliamo dell’albo di Cattani, “Barcazza”, che ho avuto modo di vedere in “protoversione” al Bilbolbul 2007 di Bologna. Come si inserisce nel progetto Ernest?
FC
: Avevo deciso di scrivere questa storia dopo una discussione avuta con mia zia, che è un po’ il tema del racconto; lei mi chiedeva di aiutarla con suo figlio in pieno bullismo quattordicenne… io ho provato a parlarci, ma in realtà è stato impossibile. Quello che ho notato subito è il divario di mentalità tra me e lui, dieci anni di differenza eppure è un altro mondo. Mi è venuto subito da ricondurlo a un’etichetta, mi sono detto “eh, ma questi sono di una generazione che ha i microcellulari, le microcamere, un altro modo di gestire la realta’”. Hanno la De Filippi, queste cose qui…
SP: “Hanno la De Filippi” secondo me dice tutto! (risate). Se posso sottolineare una cosa, Francesco sta raccontando la spinta emotiva che l’ha portato a scrivere questa storia. Con Ernest non facciamo biografie o diarietti delle nostre cose. Le storie possono essere romanzate, certi dettagli possono essere eliminati per renderli più comunicabili agli altri. In questo fumetto si trova sì una zia che sta parlando di una cosa simile a quella originaria, ma si tratta di un’altra persona.
FC: E’ cosi’. Infatti con mia zia ci ho parlato ma eravamo in montagna, non al mare; pero’ le dinamiche che sono emerse mi hanno scosso. Così sono partito scrivendo i dialoghi tra me e lei, anche se l’ho fatto dopo due settimane, cercando di ricordarmeli costruendo un nuovo filo logico. Io desidero riprodurre la realta’, non quella visiva ma le dinamiche reali in cui una persona varia la realtà quanto può farlo l’ambito, il contesto… tutto quanto in qualche modo varia il reale, lo condiziona. Tutte cose che pero’ scelgo mano a mano che disegno i personaggi e individuo guardandoli in faccia, se capisci cosa intendo. Avevo la traccia, che era questo dialogo, e mano a mano che andavo avanti, con piacere mi sono scoperto a togliere molte parti di dialogo perché nella piccola realtà che avevo costruito, quella di un gommone in mezzo al mare e non più quella di una casa di montagna, le persone si interrompevano, cambiavano discorso, a volte per caso a volte perché era la loro personalità a guidarli. Per fare un esempio, c’e’ una cosa che mi diceva sempre mio padre che io avevo montato nei dialoghi di “Barcazza”, l’avrebbe dovuta dire il ragazzo per rispondere a sua zia ma poi non è rientrata nel racconto. Mio padre sosteneva che un genitore non può decidere per suo figlio cosa è giusto fare, pero’ ha il dovere di mettere dei paletti, dei punti oltre i quali non deve andare perché altrimenti può ledere la sua persona, e l’importante è spiegarglielo. Penso sia una cosa importante, il dialogo, lo spiegare e non imporre le cose. Questo lo dico nonostante io sia stato un figlio molto spericolato, o forse proprio per questo! Purtroppo o per fortuna, nel fumetto la zia ha cambiato discorso e questa cosa si è persa!
SP: E’ come se fosse un finto documentario di una situazione che non c’e’ mai stata.
FC: Certo, perché al di là dello spunto di partenza, il cambiare la situazione cambia tutti i personaggi. Le facce sono diverse da quelle di mia zia e degli altri, tranne un poco la mia, ma quel personaggio non sono assolutamente io.
SP: Naturalmente poi il fumetto non l’abbiamo fatto leggere alla zia (risate).
FC: Si, questa è una zia troppo antipatica!
SP: Io la odio!
FC: Sai, riguardando ora questo racconto e dopo aver detto tutte queste cose, mi sembra ancora più visibile la mia volontà di dire certe cose, ma io voglio che diventi invece invisibile.
SP: Secondo me, ora che parlandone lo abbiamo razionalizzato può sembrare un esercizio di stile, ma quando lo hai scritto non ne eri consapevole. Non mi sembri così rigido nel costruire il racconto.

Beh, più che un esercizio di stile mi sembra l’applicazione di uno stile, la ricerca del raggiungimento di un obiettivo.
SP
: Anche perché lui ha lavorato alla storia come un cuoco che sala l’acqua fin quanto basta ma non a peso, a gusto. E poi quasi quasi voglio essere io la razionale di Ernest, visto che Francesco non è razionale e men che meno Vincent! (risate).
FC: Io sono sinceramente contento di questo fumetto. Anche perché come sempre, a meno che tu non sia Gipi o Igort, autori che hanno il proprio stile e lo si vede, si tende sempre a inseguire lo stile di altri. Invece io qui sento di aver ripulito molto il segno.

Quindi è parte di una ricerca del tuo stile.
FC
: Si’, assolutamente. Agli inizi sono partito con molti condizionamenti e con idee diverse da ora. Prima utilizzavo il computer per i grigi, che è una cosa terribile, una violenza per me.
SP: Ora i grigi fatti al computer sono una moda, sono un po’ come in musica la pianola per gli anni ’80 (risate).
FC: La usava anche Paolo Conte la pianola, pero’ lui la sapeva usare!
SP: La usava perché erano gli anni ’80, ma noi siamo nel 2007 e i disegnatori usano i grigi al computer, punto. Lui si è chiesto se i grigi al computer fossero suoi o fossero solo una moda.
FC: Mi sono chiesto, voglio essere anni ’80? No! (risate)
SP: E io invece, voglio essere anni ’80? Si, perché adoro gli anni ’80! (risate)

Una curiosità sul vostro simbolo, il bottone che avete come logo e che vendete anche come spilla e come orecchini. Come è nata l’idea e come sono nati i bottoni?
FC
: Da subito abbiamo trovato questi bottoni magnifici, una giacenza degli anni ’60…
SP: Come lo stimolo per unirci in gruppo è nato dall’incontro con Vincent, lo stimolo per questo logo è nato dall’aver visto questi bellissimi bottoni in una vetrina.
FC: E’ vero! Dovevo andare a far mettere una cerniera alla giacca di mia madre, io odio queste cose pero’ mi tocca farle. Sono andato in questo negozio sotto i portici e in vetrina ho visto questa serie di bottoncini magnifici. Abbiamo capito che il nostro logo non poteva più essere come pensavamo all’inizio, la carpa dei giapponese… l’immagine di questo pesce maculato è molto bella, ma talmente legata alla cultura giapponese che noi non potevamo appropriarci di una cosa che non ci appartiene, era contro il nostro spirito. Per fortuna poi, quando sei in cerca, le cose ti si presentano davanti e abbiamo trovato questi bottoni costosissimi… abbiamo cercato quattro giorni per trovarne altri a un prezzo più basso, ma alla fine siamo andati dalla tipa a chiederle “Senti, facceli a meno…”
SP: E lei ci ha guardati, con la bocca di traverso, e ci ha chiesto (con tono da cospiratrice) “Maaa… non vi serve lo scontrino, vero?” (risate).
FC: E quindi ci ha fatto uno sconto del 28%.
SP: Quando li abbiamo visti, pensavamo di fare una spilla con l’immagine del bottone, ma poi abbiamo pensato di farla usando il bottone stesso. Pero’ ci abbiamo messo il filo perché così tu puoi metterlo in posti strani e sembra che ti sia cucito un bottone sul vestito.
FC: E anche li’, la scelta del colore del filo, pignoli come siamo…

Insomma, sempre alla ricerca della cura del particolare
FC
: Esatto. Noi non abbiamo mai pensato che il mercato fosse in un certo modo e quindi dovessimo fare le cose fighe e ricercate… E’ che secondo me siamo proprio pignoli…
SP: Bisognerebbe vedere la nostra valigia! Francesco Cattani ripiega, esattamente come faccio io da prima che ci conoscessimo, anche la biancheria e le magliette usate, e questo secondo me divide in due l’umanità (risate), tra gente che ripone in valigia le cose usate scompigliate e chi le ripiega.

Un domanda, che non può mancare, è quella sui progetti futuri.
SP
: Beh, speriamo di rubare a questa rivista di Oslo i disegni della nonna di Manuele Fior.
FC: Pero’ detto pubblicamente, noi vogliamo anche i disegni di Manuele Fior… Io pensavo di copiare spudoratamente i miei amici di Inguine che hanno fatto la serie di pubblicazioni “Venticinque disegni”, e far fare a Manuele e sua nonna un double face con i loro disegni, magari non 25 senno’ lei lo uccide… (risate). Dipende se avrà tempo, d’altra parte. Anche per questo motivo tendiamo a chiedere lavori già fatti. Per esempio quest’estate ero con Sara a casa di Davide Toffolo, che era tornato da New York con un taccuino di disegni…
SP: I classici taccuini privati in cui noi andiamo a sbirciare!
FC: Ed era pieno di disegni veramente favolosi, disegni che aveva fatto per se’…
SP: Era uno stile diversissimo dai suoi fumetti, non dico irriconoscibili, ma che magari in un lavoro professionale non si azzarderebbe a usare perché non ha la sicurezza di come sarebbe la resa.
Ora il problema sarà raccogliere piano piano i soldi per poter stampare Fior o Toffolo con un’edizione che renda merito a dei lavori a colori, per questo sono progetti molto futuri! Per il futuro più prossimo abbiamo delle cose… segretissime! Racconti erotici scritti da persone che non vi immaginereste mai, che non svelo perché quando usciranno sarà un colpaccio; oppure teoremi matematici di altri personaggi insospettabili… Tutte grandi personalità del fumetto, editori, autori, critici… Persone che, quando siamo andati a raccontargli il nostro progetto, hanno tirato fuori aneddoti sulla loro vita…
FC: …in maniera naturale hanno espulso qualcosa sulla loro vita che noi abbiamo raccolto al volo.

Come dicevate prima, chiacchiere da festa in giardino…
FC
: Esatto. Poi, è una cosa incredibile come ci abbiano accolto queste persone. Sono felice di questo.

Che sia anche un sintomo della forza dietro all’idea?
FC
: Speriamo! Io penso che per ora stia funzionando, rimanendo sul suo binario…

Quali sono gli ultimi “movimenti” di Ernest e quali i prossimi?
SP, FC:
Gli ultimi movimenti di Ernest sono stati la pubblicazione della prima antologia, Ernest 1 appunto, che raccoglie i lavori di quello che è diventato Ernest in un anno quindi non più solo i lavori di Francesco Cattani, Vincenzo Filosa e Sara Pavan ma anche quelli di Alessandro Lise e Alberto Talami.
Abbiamo partecipato con successo all’edizione del 2008 di BilBOlbul (vedi sul sito gli apprezzamenti che abbiamo ricevuto per l’antologia e in particolare per il lavoro di Francesco Cattani da Paul Gravett).
La nostra prima pubblicazione (Barcazza di Cattani) presentata al Comicon del 2007 è in nomination come miglior storia breve al Comicon di quest’anno. E Vincenzo Filosa è in mostra con il Futuro Anteriore di quest’anno. Insomma pare che non abbiamo scelto una cattiva strada!
All’ultimo Comicon sono usciti il primo episodio de “i Palombari” di Cattani , e la raccolta di tutti i “Picture’s from life Japanese side” di Vincenzo Filosa e presenteremo ufficialmente “NY“, il taccuino di viaggio di Davide Toffolo che abbiamo appena curato.
La grande novità comunque è che stiamo cercando di organizzarci come un vero gruppo di lavoro, per cui ora abbiamo anche un capo super organizzatore , Samantha Luciani, che molti conoscono perché scrive recensioni per Flash Fumetto, collabora con Hamelin ed ha fondato un’Associazione Culturale con il bravo Claudio Nader che sta facendo molti incontri interessanti alla Feltrinelli di Bologna. E’ anche fumettista ma noi ragazze del gruppo disegniamo con più parsimonia dei colleghi uomini quindi dovremo aspettare ancora un po’ per vedere finito il suo fumetto, posso solo dire che c’e’ in programma una nuova antologia per il Comicon 2009…

Grazie a Sara e Francesco per la simpatia e la pazienza!

Riferimenti:
Ernest, il blog: ernestvirgola.blogspot.com

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Spazio Bianco: nel cuore del fumetto!

Inizio