
Tutto molto semplice (e, come già detto, ripetitivo, solo che allora con la fame di avventura che il pubblico aveva in fondo in fondo non si accorgeva neppure di assistere sempre o quasi alla stessa recita!) e shakerato in bello stile per un pubblico molto giovane che affollava le sale. Certo i grandi, da John Ford a William Wellman, erano fuori da questo tipo di costruzione (anche se in certi film…), ma gli altri si basavano su elementi che avremmo rapidamente ritrovato nel fumetto: il costume dell’eroe, il suo cavallo bianco e o nero, l’abilità con la pistola e con il lazo…; questi elementi adatti ad un pubblico di adolescenti li ritroveremo anche nelle storie di carta, quelle dei comic books, che respiravano come ossigeno la ripetitività di ciò che proveniva dallo schermo e che proprio per questo presero subito a prestito uno degli elementi inseriti nella storia per creare le giuste pause con il sorriso: le cosiddette “macchiette” western da Fuzzy St John e Gabby Hayes in avanti.
I comic books avevano poche pagine (dopo i primi anni in cui le avventure erano più dilatate e gradevoli) per svolgere il loro tema e questo spiega i personaggi tutti di un pezzo, con le psicologie tagliate con l’accetta, perché non c’era spazio per sviluppare dubbi e problematiche: l’eroe era l’eroe e basta, pero’ accanto a lui ci potevano essere delle figurette umoristiche (in Italia basterebbe pensare a Doppio Rhum e al dottor Salasso o al Davy Crockett del Pecos Bill mondadoriano per capire che cosa intendiamo).
Ed ecco il primo vero momento di crisi del racconto western a fumetti: se il lettore finisce per aspettare più i siparietti comici che gli inseguimenti e le sparatorie…; quando il cinema se ne accorse ecco che il western cominciò a farsi più problematico: cow boy con problemi molto prima della intuizione di Stan Lee per il genere superomistico. Da Il cavaliere della Valle Solitaria in avanti gli eroi pensano molto e sparano poco, sotterrano la pistola sotto terra per riprenderla fra le mani solo per una giustizia da effettuare, riflettono e uccidono l’avversario proprio se ci sono tirati per i capelli. Di questa variante problematica, altro “crepuscolo” del genere, il fumetto americano raccolse veramente poco e, anziché tramutarsi in un genere più adulto, le sue storie si fecero ancora più brevi, dei veri moncherini di avventura (pensiamo a Kid Due Pistole, a Kid Colt, a Kid Pelledura… all’interno della produzione Atlas anticipatrice della Marvel), che sviluppavano solo un flash di quella che poteva essere la vera storia; che so io: l’eroe arrivava davanti ad un banca che era rapinata, inseguiva i banditi, cadeva loro prigioniero, con l’astuzia si liberava e li catturava tutti. Con questi schemi banali il genere rischio’ di essere affossato del tutto!
Ma ci pensarono gli italiani ad inventare lo spaghetti western, portando all’esagerazione (e quindi al sorriso) le cose che erano alla base di questa narrativa semplice: gli spari da difficili diventano miracolosi, l’eroe quasi morto risale la china e distrugge l’intera banda di outlaws, le scazzottate diventano occasione di gags farsesche e così via; è lo schema di Trinità e Bambino, ma anche la base dei racconti più truculenti come Django, dove la violenza diventa talmente iperbolica da smitizzane la portata. Su questo nuovo modo di raccontare gli americani furono poco attenti; proprio loro che avevano amministrato il sorriso di Cisco Kid di Reed e Salinas o quello di Buffalo Bill di Meagher, non seppero salire sul treno e continuarono a scannarsi a suon di supereroi.
Il western all’italiana trovo’ la sua giusta eco ovviamente in casa nostra quando nomi come Sabata, Sartana, Trinità & c. per un decennio monopolizzarono le edicole. Ma forse quello dell’esagerazione, del sorriso che sfumava nella farsa poteva essere l’ultimo atto di una narrativa che al di là di alcuni capostipiti da Tex a Zagor tuttora in proficua attività, non riesce più a trovare nuovi personaggi. In fondo anche da noi l’unico veramente nuovo è Magico Vento, che mischia leggenda, magia e storia in un calderone ricco di fascino. Il resto è silenzio.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul numero 62 di FUMETTO, la rivista trimestrale dell’ANAFI (Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione), distribuita solo ai soci della medesima. Punto di riferimento degli appassionati di fumetti fin dal lontano 1971, FUMETTO è uno dei benefici di chi si associa all’ANAFI; infatti, ogni anno, oltre ai quattro numeri della rivista, vengono poi destinati ai soci almeno due volumi omaggio appositamente editi.
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