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30 giorni di buio

30 giorni di buio - immagine1-4732La prima ondata di film ispirati ai fumetti è passata e mentre la marea ristagna in attesa dei nuovi titoli annunciati, sospinto da acque tranquille approda nelle sale italiane 30 giorni di buio, pellicola omonima (almeno in originale) della miniserie di e , pubblicata nel 2002. L’opera, molto interessante, si segnalava prevalentemente per la nuova caratterizzazione data al personaggio del vampiro e per la realizzazione grafica, un misto di tecniche tradizionali e colorazione-rielaborazione al computer, prerogativa non esclusiva del disegnatore, ma da questi utilizzata con stile personale e risultati degni di nota. Furono proprio questi aspetti ad impressionare , secondo il quale sarebbe stato possibile produrre un film horror ben diverso da quelli realizzati negli ultimi anni. Da qui la scelta di portare la storia sul grande schermo e, soprattutto, di puntare prevalentemente sulla sua fedelta’, sia narrativa che stilistica e iconografica, al fumetto originale, più che sull’ingaggio di nomi altisonanti e operazioni di marketing serrato. Sempre da qui la decisione altrettanto felice di affidare l’adattamento dell’opera allo stesso Niles. Ironia della sorte – o rivincita, se preferite – un’idea nata espressamente come bozza di copione cinematografico e trasformatasi in fumetto per mancanza di interesse da parte dei produttori cinematografici, è poi divenuta modello ispiratore per un film. Opera che, come dicevamo, non trae ispirazione solo dalla trama, ma in pari grado dall’apparato grafico del modello stesso.

Obiettivo raggiunto? Direi proprio di si. Ma è il caso di dare un’occhiata più da vicino al risultato. La trama è molto semplice: un gruppo di vampiri si da appuntamento a Barrow, tranquilla cittadina dell’Alaska immersa nei ghiacci polari, per quella che è una vera e propria battuta di caccia all’umano. La notte invernale è alle porte, infatti, e per trenta giorni l’abitato resterà al buio, non lambito dai raggi solari: niente di meglio per esseri costretti ad un’esistenza di tenebre dato che, come narrato da tutte le leggende, la minima esposizione alla luce del sole risulterebbe per loro fatale. Il piano è organizzato nei minimi dettagli: un emissario del branco (Ben Foster) anticipa la caccia, sabotando ogni apparecchiatura di comunicazione (dalle radio ai telefoni cellulari) e di trasporto, di fatto isolando completamente gli abitanti dal resto del mondo. Assisteremo poi all’inizio dell’eccidio ed alla strenua resistenza dei sopravvissuti, capitanati dallo sceriffo Eben Oleson (Josh Hartnett) e da sua moglie Stella (Melissa George). Ben poche sono le variazioni rispetto al fumetto, come dicevamo, e qualche attimo di timore si ha all’inizio del film per la presentazione dei protagonisti, guarda un po’ nel bel mezzo di una crisi familiare: Stella ha abbandonato Eben e si trova solo accidentalmente a Barrow, dove rimane bloccata per un imprevisto che la costringe a perdere l’ultimo volo prima del buio. Ma i topoi hollywoodiani si limitano a questo e ben poco altro, mentre originalità e punti di forza della pellicola non tardano a venire a galla. Prima fra tutti l’ambientazione, caratterizzata dai grigi e bianchi della neve, dei ghiacci e del cielo: uomini e mezzi si muovono in scenari neutri dal punto di vista cromatico, quasi come disegni sulle tavole di un fumetto, creando nello spettatore una sensazione di straniamento e inquietudine. A cio’ si aggiunge il buio, il nero, la notte del titolo, appunto, che fa risaltare per contrasto la neve e contribuisce ad aumentare il senso di fatalità e minaccia incombente che pervade la pellicola. E se le tenebre vengono squarciate dalla luce dei fanali e dei lampioni e, soprattutto, dalle fiamme che iniziano ad essere appiccate, a macchiare il candore del paesaggio ci pensa il rosso vivo del sangue, che comincia ben presto a scorrere a fiumi. Veramente ben fatte le scene della prima battuta di caccia: il regista, David Slade (qui alla sua seconda prova dopo la pellicola indipendente Hard Candy e – guarda un po’ – autore di numerosi videoclip musicali), gira una sequenza in cui le immagini di vittime e carnefici si alternano a scene di vera e propria guerriglia urbana, con una rapida successione di primi piani, inquadrature ravvicinate, campi più larghi e inquadrature dall’alto. E proprio mentre gli scontri raggiungono l’apice la visuale si allarga e passa ad un’inquadratura da elicottero che, con un breve piano sequenza, sorvola una delle strade di Barrow. Proprio come in un reportage di guerra assistiamo al brulicare nelle strade di uomini e vampiri, di corpi trascinati, dilaniati, di colpi esplosi e sangue che si sparge sul suolo innevato. Si tratta, per quel che mi riguarda, dell’apice del film: brevi istanti, ma dall’impatto visivo notevole.

30 giorni di buio - immagine2-4732A dare man forte a tutto cio’ l’iconografia dei vampiri delineata dagli autori del fumetto, qui ripresa fedelmente: non siamo più di fronte ai personaggi nobili e barocchi a cui letteratura e cinema ci hanno abituato (si pensi al di Coppola, dandy più che mostruoso, o al Lestat di Intervista col vampiro): le creature vengono dipinte da Niles come esseri che di umano hanno mantenuto corporatura e tratti fisiognomici di base, ma che palesano in questi stessi tratti la loro mostruosita’. Il modello è senza dubbio il nosferatu, il vampiro dalla pelle color cera, dai canini sporgenti e dalle lunghe falangi nodose e acuminate. Anche l’arguzia e i modi del vampiro ottocentesco vengono ben presto accantonati: sono indubbie le doti tattiche e strategiche degli esseri, che pianificano l’assalto a Barrow nel minimo dettaglio, ma questo aspetto ci viene soltanto suggerito. Una volta che le creature varcano i confini della città e danno inizio al massacro la loro ferinita’, il loro lato animalesco e selvaggio si manifesta in tutta la sua potenza: i membri della comunità diventano solo e soltanto prede con cui giocare sadicamente, esseri indifesi da trucidare per sfogare i propri istinti brutali più che fonte di nutrimento. Carne da macello, insomma. “Una delle cose che io e Ben desideravamo veramente era mostrarvi di nuovo dei vampiri veramente spaventosi” – commenta Niles. “Ho pensato a qualcosa di assolutamente selvaggio, con un leggero accenno agli alieni. L’immagine classica del vampiro è quella del vandalo romantico; io invece volevo delle autentiche macchine divoratrici” . Che risultino di fatto spaventosi sta allo spettatore; quel che è certo è che assai rari sono stati i tentativi, che io ricordi, di mostrare gli effetti della frenesia e della sete di sangue con tale intensita’. E questo è di certo un merito.

A supporto di tale volonta’, Rob Tapert e hanno ingaggiato una squadra di specialisti selezionati, commissionando la trasposizione dei vampiri di Templesmith allo studio neozelandese Weta Workshop, realizzatore delle creature di film quali Il signore degli anelli e Le cronache di Narnia. La revisione e l’ampliamento della sceneggiatura di Niles sono invece stati affidati dapprima a Steve Beattie, uno degli autori di Pirati dei Carabi: la maledizione della Perla Nera, e, in seguito, a Brian Nelson, autore della sceneggiatura del citato Hard Candy. Va sottolineato, peraltro, che il grosso del lavoro era già stato fatto da Niles e che il merito principale degli sceneggiatori successivi è stato quello di limitarsi a minime variazioni dal modello nonche’ di modificare un poco il finale, rendendolo più consono alla storia narrata ed evitandone il lato un po’ eccessivo presente nell’originale.

Come anticipato, invece, minore è stato l’investimento sul cast: gli attori principali non sono certo alle prime esperienze ed, anzi, possono vantare partecipazione a film importanti e di successo, almeno commerciale, pur senza ruoli di primo piano. La recitazione, tuttavia, non eccelle e lascia, in alcuni punti, un po’ a desiderare. Un paio di nomi importanti, non in quanto icone o di grido, ma proprio per qualità di recitazione, avrebbero indubbiamente aggiunto spessore al film, che si basa invece prevalentemente sull’impatto scenico, come detto. Del resto è proprio della natura di queste produzioni il puntare prevalentemente all’effetto più che alla interpretazione ed, anzi, un ulteriore merito è proprio costituito dal fatto di non aver affidato al marketing il successo della pellicola (cosa che, di recente, non accade così di rado) e di essersi limitati a richiamare l’attenzione del pubblico col nome di Sam Raimi.

Forse proprio per la consapevolezza che la pellicola qualcosa da dire ce l’ha: ci troviamo infatti di fronte ad un film onesto, piacevole da vedere e ancor più da guardare, anche a dispetto del consueto calo di tensione nel finale. La trama potrà non piacere così come delusi resteranno i fan dello splatter e delle emozioni forti, ma se siete in cerca di un horror diverso dal solito, di una pellicola che riempia lo sguardo con le sue scenografie ed i suoi giochi cromatici o, semplicemente, avete letto il fumetto e volete vedere una trasposizione cinematografica una volta tanto degna di questo nome, 30 giorni di buio è il film che fa per voi. Un’ultima raccomandazione: se potete, sceglietevi una sala tradizionale e uno spettacolo semi deserto, privo dell’invasione di tacos scricchiolanti, chiacchiere continue e cellulari accesi durante le proiezioni, trend che sembra aver preso massicciamente di mira le sale italiane. Solo così potrete gustarvi appieno questo film (come tutti gli altri, del resto) e farvi rapire dalla neve, dalle urla e dai silenzi, avvolti dalle ombre e dalle tenebre di Barrow. Per quel che mi riguarda, andro’ a vedere il prossimo spettacolo solo alla fine dei trenta giorni di buio, a massacri avvenuti. Chissà che non riesca finalmente a vedere un film nel silenzio assoluto…

(Recensione originariamente apparsa su http://www.cineboom.it)

Riferimenti:
Sito ufficiale: www.sonypictures.com/homevideo/30daysofnight
Sito italiano: www.30giornidibuio.it
Il film su Imdb: www.imdb.com/title/tt0389722/

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