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La pazza del sacro cuore

La pazza del sacro cuore - immagine1-4422Irriverente e ambiguo come il primo piano che sta sulla copertina, questa storia unisce due maestri riconosciuti del fumetto francese e mondiale in una veste probabilmente diversa da quella che ci si aspetterebbe. Lontani dalla fantascienza e dal western, i due autori offrono un racconto fatto di umorismo grottesco, azione movimentata, derive mistiche e un mix di sacro e pagano assolutamente folle eppure al tempo stesso lucido. Ma anche profondamente metaforico e allegorico, carico di significati intuibili.

Un racconto figlio innanzitutto di .

Nato in Cile nel 1929, Jodorowsky è una figura sicuramente degna di nota, come autore e come personaggio. Regista, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore per teatro, cinema e fumetto, è stato uno dei principali allievi di Marcel Maceau; ma è stato anche, nel suo girovagare, clown, marionettista, campione di karate, musicista pop.
Nel campo cinematografico ha diretto le sue opere più note, in particolare modo El Topo e La montagna sacra, film surreali e magici. E proprio nella ricerca del surrealismo si fonda la sua idea di “psicomagia”, una forma d’arte ispirata alle gesta di guaritori e santoni che ha come ragion d’essere la guarigione di chi la accoglie. La psicomagia agisce attraverso atti apparentemente privi di senso, internamente sovversivi, ma che mirano a un processo catartico, a provocare una reazione forte, a spezzare il quotidiano, a prendere coscienza dei propri problemia a un livello diverso. La psicomagia trae ispirazione dalla tradizione esoterica, dalla psicoanalisi, dalla magia, dalla spiritualita’, dalla filosofia, dallo sciamanesimo, dalla psicologia, etc…
Ma Jodorowsky è ancora più di quanto si possa raccontare in poche righe, vive ai margini del palcoscenico dello spettacolo e al tempo stesso ne è sapientemente al centro. Come non citare la celebrazione da lui officiata per il matrimonio tra la rockstar Marilyn Manson, suo caro amico, e Dita Von Teese, regina del soft-porno fetish.

La pazza del sacro cuore è un racconto nato senza disegnatore, un racconto che pone l’autore stesso, nella figura di Alain Mangel, filosofo razionalista alla Sorbona, come protagonista. Un protagonista sicuramente involontario, un santone-intellettualoide che vede cadere tutte le sue convinzioni e le sue pose, catapultato in situazioni che non accetta ma che subisce, afflitto da mali umilianti (e smaccatamente comici) e che deve fare i conti, oltre che con i suoi fanatici compagni di avventure (che scoprirà essere meno assurdamente creduloni di quanto creda), con il suo doppio, una creazione della sua mente che cerca di salvarlo dalla sua castrazione dei sensi, di risvegliare il lato animale in lui, il lato egoista, il lato che vuole godersi la bella vita. Sballottato tra derive mistiche, sentieri iniziatici, visioni, rincorso dalla polizia e dai narcotrafficanti, costretto a riparare tra i guerriglieri sudamericani, quello di Mengel è un percorso impervio, bizzarro e pieno di ribaltamenti di scena, ma che lo porterà a rinascere, a riunire il suo io scisso in due e a trovare infine un equilibrio, se non perfetto comunque degno di esser vissuto.

I punti e i temi che possiamo immaginare autobiografici sono tantissimi e nascono probabilmente dalla contrapposizione tra il Jodorowsky personaggio e il Jodorowsky persona, dalla valutazione delle sue opere, delle sue idee, dei suoi fumetti e dei suoi film. Sulla fiducia verso il destino, sulle sue idee sulla religione, sulla libertà individuale, sull’imbarbarimento culturale e sociale, sull’ossessione della ragione. Tra i tanti personaggi, scene e situazioni non mancano di certo gli spunti per approfondire i pensieri e le idee dell’autore, da quelli più diretti ed espliciti, come gli accenni alla guaritrice messicana (Paquita, che gli è stata d’ispirazione per la sua “psicomagia”) a quelli più criptici e appena intuibili. Tra le tante situazioni assurde, fuori dall’ordinario, estreme e fantastiche, quello che emerge maggiormente è la natura profondamente umana del protagonista, il suo essere carne, sangue, anima, cervello, il suo essere imperfetto, il suo essere vivo.
Una imperfezione che si può riscontrare nel racconto stesso, nel suo essere tanto personale da perdere a volte di vista la coerenza della storia. Certe considerazioni appaiono di una banalità quasi sconfortante, il finale sembra incanalare forzatamente l’esplosione di disavventure farsesche verso un risultato scontato, la lettura non sempre scorre quanto nei punti più indovinati, ma si appesantisce e costringe a una lettura frammentata nel tempo, così come appare evidente lo stacco tra le prime due parti e quella finale. Ma questi difetti sono essi stessi ossatura del racconto, testimonianza della sua natura non mediata, non filtrata, e perdono di rilevanza nella visione d’insieme.

La parte grafica di tutto questo forse non poteva che essere destinata a uno dei più grandi maestri riconosciuti del fumetto.
Difficile non conoscere , ovvero . Arrivato alla celebrità fumettistica attraverso l’eopea western di Blueberry con il suo nome di battesimo, attraverso il nome d’arte di Moebius ha potuto dare sfogo alla sua creatività e voglia di osare. Nel 1974, assieme a , Jean-Pierre Dionnet e Bernard Farkas, fonda il gruppo Les Humano

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