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Dragonero

Dragonero - immagine1-4142L’albo che vara la serie dei Romanzi a Fumetti Bonelli è un omaggio alla tradizione del fantasy più classico. Il fantasy de “Il Signore degli Anelli” per intenderci. Si sa che in via Buonarroti questo genere, per precise scelte dell’editore, non è mai stato trattato in maniera adeguata.
e Stefano Vietti, due sceneggiatori tra i più amati del parco Bonelli, sopperiscono a questa lacuna con un’avventura di ben 286 pagine, narrandoci le gesta di Ian Aranill, uccisore di draghi, e del suo amico Gmor, un orco amico degli umani (per i puristi del fantasy, una bestemmia).
Il risultato è una storia che convince, purtroppo, solo a meta’.

Il lavoro che c’e’ alle spalle di Dragonero è notevole, la lunga gestazione è facilmente intuibile (Enoch maturava questa idea da più di dieci anni, come dice anche nell’intervista correlata); ma chiudendo l’albo, la sensazione di un’occasione sprecata per gli autori è forte. L’intreccio e’, senza mezzi termini, banale, già visto, prevedibile nei suoi sviluppi. Ma l’originalità non è tutto in un fumetto, per fortuna: ci sono i disegni, i personaggi, l’atmosfera…
Parole sacrosante, ma analizziamo con più calma questi punti.
Per quanto concerne i disegni, alziamo le mani: si rivela, in questo suo esordio per la Bonelli, un vero professionista. La prova che dà della sua bravura su queste pagine lascia ben sperare per la storia da lui disegnata di Volto Nascosto.
Il segno di Matteoni, così dannatamente bonelliano, si adatta perfettamente a raffigurare demoni, elfi, villaggi, montagne, boschi incantati e mostri spaventosi, dosando bianchi e neri con maestria, padroneggiando l’uso del tratteggio come un Giraud dei giorni nostri. E non è un caso l’accostamento col disegnatore di Blueberry: i disegni di Dragonero incantano (quasi) quanto le tavole di (ecco l’ho detto. Perdonatemi se non siete d’accordo, ma se mi veniva da pensare a Moebius durante la lettura di Dragonero, un motivo ci sarà stato!).

Passiamo ora all’analisi dei personaggi: dei sei protagonisti di Dragonero, almeno tre sono inutili. Forse un trio sarebbe stato più facile da gestire rispetto a un sestetto; fermo restando che i veri protagonisti sono Ian e Gmor, si sarebbe potuto affiancare loro una versione meno goffa di Alben, oppure una Myrva con più personalita’, o addirittura una Sera un po’ più intraprendente. Di certo Ecuba è il personaggio più inutile di tutti.
Sei personaggi insieme pesano molto sull’economia del romanzo, prendono troppo spazio alla narrazione; per gran parte del tempo assistiamo a lunghi dialoghi tra i vari componenti, dialoghi che sarebbero stati più agili se si fosse trattato di un trio o al massimo un quartetto. E con questo discorso ci riallacciamo a quanto detto all’inizio: perché sprecare tanto lavoro per caratterizzare (piuttosto male) sei personaggi diversi che non rivedremo mai più in nessun’altra serie, quando invece questo stesso lavoro poteva essere finalizzato alla costruzione di un intreccio meno banale e prevedibile?

Per questo motivo considero l’intera operazione dei Romanzi a Fumetti Bonelli una scommessa troppo distante dalla filosofia bonelliana, e non certo per il rischio di un fallimento in termini economici (anzi, il solo fattore curiosità è un ottimo incentivo all’acquisto, soprattutto perché si tratta di pubblicazioni “one shot”). L’azzardo sta proprio nel sottovalutare uno dei cardini del successo delle testate bonelliane: il potere dei personaggi.
Sappiamo tutti perché amiamo i personaggi Bonelli: perché sono forti ma non nascondono le loro debolezze, perché sanno cavarsela sempre da soli ma a volte è necessario l’aiuto della loro fedele “spalla” (quasi sempre comica), perché sembrano tutti uguali tra loro e invece sono tutti diversi… Ogni titolare di testata ha un fascino talmente forte che spesso, anche quando le storie di quel personaggio iniziano a stancarci, continuiamo a leggerle solo perché ormai abbiamo stabilito un legame troppo forte con il protagonista di quelle storie.

Dragonero - immagine2-4142Il fumetto bonelliano è e resterà sempre legato al concetto di serialita’. Una scommessa come quella dei Romanzi a Fumetti può essere certamente interessante, ma poi non c’e’ da stupirsi se, come ammette lo stesso Enoch nella nostra intervista, la collana “nasce già morta” (sono previste solo altre quattro uscite).
Persino il “predecessore” dei Romanzi a Fumetti, le mitiche storie di Un uomo, un’avventura, pur non essendo una vera e propria serie, presentava almeno una struttura caratteristica che si ripeteva di volta in volta (avventure di uomini coinvolti in celeberrime battaglie). Il paragone è alquanto improprio, ma serve non solo a ricordarci che i Romanzi a Fumetti Bonelli non sono completamente “nati dal nulla”, quanto piuttosto a fare dei doverosi parallelismi.
Le storie di Un uomo, un avventura erano più assimilabili a dei Racconti a Fumetti, piuttosto che a dei Romanzi: la loro lunghezza era circa un sesto, rispetto a un malloppone come Dragonero. Le vicende narrate erano meno ad ampio respiro, più concentrate. C’era inoltre maggiore sperimentazione, nei testi come nel disegno (tra gli autori che collaborarono con un episodio alla serie c’era addirittura !). I nuovi Romanzi a Fumetti, invece, sembrano voler fare un balzo in avanti, rompere la granitica tradizione bonelliana della serialita’, ma allo stesso tempo indietreggiano di qualche passo.
Innovare ma senza esagerare: qualcuno forse potrebbe scontentarsi. Non osano abbastanza, e ho paura che forse un giorno pochi lettori li ricorderanno con lo stesso affetto di Un uomo, un’avventura.

Con queste argomentazioni non voglio dire, pero’, che Dragonero sia un cattivo fumetto: nonostante le critiche verso il soggetto e i personaggi, non posso non spendere due parole sull’ambientazione in cui si svolge la vicenda. Un mondo fantasy egregiamente ricostruito, figlio indubbiamente dei libri di Tolkien come di gran parte delle opere più importanti di questo genere. Ottima l’idea di aggiungere, alla fine dell’albo, un glossario con il significato dei termini in Lingua Antica, l’idioma inventato appositamente per questa storia (che peraltro, ha linguisticamente una logica ferrea). Belle le splash-page che narrano la storia dei Draghi, bellissime le mappe che separano i vari capitoli. La cura espressa in questi dettagli fa (quasi) dimenticare i lati negativi fin qui esposti.

Globalmente, percio’, si può affermare che Dragonero è un buon fumetto bonelliano, molto in linea con i suoi standard narrativi, e quindi, di contro, non rappresenta certo una novità nel parco testate dell’editore lombardo. Se l’idea alla base di questo esperimento era, tra le altre, di allargare a un nuovo target di lettori, non si può dire che il tentativo vada nella giusta direzione: quantomeno per stile, confezione e distribuzione.

Riferimenti
Il sito della Bonelli: www.sergiobonellieditore.it

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