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Ferragosto

Ferragosto - immagine1-4098Con enorme ed imperdonabile ritardo mi accingo a recensire l’ultima fatica di presentata, se non erro, ad aprile al . Si sa, il mestiere del redattore di LSB non porta utili (anzi) e quindi tutto viene procrastinato al primo buco durante la settimana, eventualità sempre più rara. Inevitabilmente la pila dei fumetti che ci si ripropone di recensire aumenta in maniera tanto incontrollata che anche le piccole gemme finiscono per essere (quasi) dimenticate. E cosi’, preso da un’insana voglia di portare la mia scrivania a livelli di decenza sostenibili, ogni tanto mi diverto a pescare in fondo dalla pila, facendo crollare il resto.

Meno male che ogni tanto lo faccio perché, cogliendo dal mazzo e rileggendolo, mi accorgo che forse avevo sottovalutato un po’ questo Ferragosto, edito dalla benemerita . Non siamo nel campo dei capolavori o al cospetto di quei fumetti che fanno fare un salto in avanti, o di lato, al nostro amato medium, ma credo che nella personale carriera del fumettista trevisano si possa considerare una tappa certamente importante e forse decisiva per la definizione di uno stile personale e finalmente maturo.
In questo libricino di una sessantina di pagine fanno la ricomparsa Norman, Marcello e Lenny, incontrati per la prima volta nel 2001 in Della nebbia e altre storie, l’opera prima che ci aveva fatto conoscere Genovese, poi rincontrati nel successivo Zero Ze’lo del 2003. Al confronto con i due episodi precedenti il cambio di registro e di passo è evidente, segno che in questi quattro anni il lavoro svolto dall’autore ha lasciato il segno.
Prima di tutto in un approccio più organico al racconto, che in questo caso, pur mantenendo alcune sfumature oniriche e fantasiose – decisamente l’elemento preponderante degli esordi – riesce a equilibrare con buoni risultati tutti gli elementi di cui è composto. Tenendo la barra dritta su un mood carico di malinconia per qualcosa che sembra irrimediabilmente perso, la sceneggiatura procede sicura verso il crescendo finale nel quale tutto sembra, ma in realtà è il contrario, tornare al punto d’inizio.
In secondo luogo ci troviamo di fronte a un disegno più sicuro, capace di sfornare delle pagine complesse e allo stesso tempo leggibili, con un tratto sporco che riesce abilmente ad alternare, alla bisogna, i pieni e vuoti di un ripasso a china virato in un mezzo tono di azzurro. Tutte qualità che già si erano intraviste nei recenti The Awakening e Il Fuoco segreto, ma che qui troviamo amplificate. Il semplice disegno dei personaggi e degli animali, poi, è una delizia per gli occhi. Mai, a mio parere, Genovese era riuscito a caratterizzarli con una riuscita sintesi di realismo e caricatura, con lo sfoggio di un segno tanto semplice e istintivo quanto maturo e consapevole delle proprie potenzialita’.

Tornando al racconto, è basilare osservare come anche il significato, la “morale” della storia, porti a pensare che per l’autore questa prova sia da considerare come uno spartiacque. Dietro un racconto che mischia una certa nostalgia tardo adolescenziale (termine che uso in senso positivo), situazioni rocambolesche e un po’ surreali, animali parlanti e amori in crisi, aleggia la netta sensazione che l’aria di cambiamento colpisca i protagonisti di Ferragosto, consapevoli che qualcosa è per sempre finito e che una nuova esperienza deve nascere. Il trio di amici è cresciuto e non può più rimanere ingabbiato nel recinto dei propri sogni, come dimostra uno scambio di battute nel finale:
– E’ cambiato tutto così in fretta, Marcello…ci vorranno mesi, anni…E tornerà tutto come prima?
– No. Non tornerà come prima. Magari anche meglio, no? Vita nuova!

La dedica finale e una chiacchierata che ci siamo fatti qualche mese fa confermerebbero la presenza di elementi autobiografici in questo racconto, anche se non è determinante capire a cosa e chi l’autore voglia riferirsi.
S’intuisce, pero’, che il giro di boa metaforizzato con la data di mezza estate abbia valenza per gli interpreti raccontati da Genovese e per l’autore stesso che, credo, in qualche modo voglia comunicare la sua intenzione di narrare storie un po’ meno legate alle tematiche degli esordi.
Sapremo con le prossime prove se egli avrà intenzione di slegarsi definitivamente dal raccontare gli struggimenti di questa specie d’interregno prolungato che è l’adolescenza dei giovani connazionali. Non so se augurarmelo o meno, visto che non sono poi molti gli autori italiani di un certo peso che si siano sporcati le mani, con buoni risultati, con quest’argomento.
Certo è che l’autore, a mio parere, si trova in mano tutte le carte, sia a livello narrativo che grafico, per cercare di andare oltre al già visto e raccontato e trovare altre strade per esplorare il racconto a fumetti.
“I ricordi sono nel passato! Vuoi vivere nel passato? Beh, io no, guardo avanti!” si legge in quarta di copertina, quasi fosse una dichiarazione d’intenti.
Se il futuro è un’ipotesi, il presente ci ha confermato la bravura di Luca Genovese. Per ora, a me questo basta e avanza.

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