Interviste

Da Topolino a Dylan Dog: Fabio Celoni

Da Topolino a Dylan Dog: Fabio Celoni - immagine1-3912Cosa accomuna Dylan Dog a Paperino, Nemrod a Mostri, Topolino a Brad Barron? La risposta è : un talento fuori dal comune, con uno stile personalissimo e soprattutto malleabile, che gli permette di passare con disinvoltura dal realistico all’umoristico, al grottesco. Insoddisfatto dell’essere “solo” un ottimo disegnatore, Fabio si è anche cimentato nella scrittura tout-court e, soprattutto, nella sceneggiatura: presto, infatti, lo vedremo all’opera come autore dei testi di Dylan Dog e di una nuova serie Star Comics, Nemrod (in tandem con Andrea Aromatico). Che altro aggiungere? A te la parola, Fabio.

Dunque, iniziamo col parlare della tua carriera: a 36 anni puoi già vantare un buon decennio trascorso con la e sette anni di collaborazione con la Bonelli, per la quale hai portato avanti ben due serie in veste di disegnatore, copertinista e presto anche come sceneggiatore. Ora, il tuo debutto con la Star Comics. Per non parlare del recente libro che hai scritto sui misteri di Milano. Ma non ti fermi mai? No, scherzo, la vera domanda e’: cosa ti ha dato ognuna di queste esperienze?
Beh, innanzitutto – e per ben 3 mesi ancora – di anni ne ho 35, dunque bada a come parli! Ma scherzi a parte, e malgrado di cose ne abbia già fatte tante, per la mia età (calcola pero’ che praticamente ho esordito a 18 anni circa), sono forse di più le cose che ho fatto e che non hanno mai visto la luce editoriale che quelle che ho pubblicato. Fumetti, illustrazioni, romanzi, scritti vari, progetti, progetti, e ancora progetti: ogni tanto do’ loro una sgrossata, sul modello dello sculture e del pittore frustrati che avevano solo pochi secondi al giorno per portare avanti i ritratti di Adenoide Hinkel/Chaplin nel “Grande Dittatore”… ecco più o meno funziona cosi’. Un’infinità di roba – in cui credo molto – che è li’, sepolta tra il resto del materiale, a cui ogni tanto faccio una carezza e a cui più spesso do’ una cesoiata netta e che modifico, infinitamente, tra un’ora di sonno e un’altra. E che, mi dico a volte in un eccesso di ottimismo, un giorno riusciro’ anche a finire.

Se escludiamo Enna, Faraci e forse qualche altro, sei uno dei pochi fumettisti ad aver lavorato sia con la che con la Bonelli. Quali sono le differenze tra questi due colossi del fumetto italiano?
Entrambi danno certamente una relativa tranquillita’, soprattutto per cio’ che riguarda la continuità lavorativa. Naturalmente, in entrambi i casi, è richiesta una professionalità davvero alta, cosa che mi pare insindacabile. Per parlare delle differenze, la prima che mi viene in mente ora è che la Disney si muove su un mercato internazionale che non può prescindere da tutta una serie di contingenze e ramificazioni, da strategie di marketing che possono trasformare un prodotto da un continente all’altro, la Bonelli è una realtà naturalmente più piccola, che punta soprattutto sul mercato italiano e sul media fumetto, concentrando su quello i suoi sforzi creativi.

Com’e’ iniziata la tua carriera? Come hai esordito?
Come disegnatore di fumetti (pagato!) ho esordito su una testata che potrei definire di satira politica, “I fantastici 3 Supermen”, un abisso di anni fa, ero appena uscito da scuola ed ero un pivellino che regolarmente è stato preso per il naso, con compensi ridicoli che diminuivano di pagina in pagina pretestuosamente: infatti ho mollato subito, dopo qualche decina di tavole a matita. Da lì passai a disegnare “Mostri”, per la Acme di Silver: una rivista di fumetti horror per cui realizzai 5 storie su testi di Peppe Ferrandino (ne furono pubblicate pero’ solo 3 perché poi la rivista chiuse). Mi ero avvicinato alla Disney durante la lavorazione delle storie di “Mostri”, ma non avevo il tempo di dedicarmici quanto avrei voluto perché avevo delle consegne: da lì a poco ebbi pero’ la possibilità di applicarmi a una cosa sola anima e corpo, e nel giro di qualche mese ebbi in mano la mia prima sceneggiatura per “Topolino”. Era il ’90-’91, avevo 19 anni.

In che modo sei approdato alla Bonelli?
Grazie a Mauro Marcheselli, l’editor di Dylan Dog. Per pura casualità lesse una mia storia di “Topolino”, che era stata ripubblicata in bianco e nero su “Topolino Noir”, un volume che conteneva storie scritte da Tito Faraci, tra cui la nostra: “Gambadilegno, il caso è tuo!”. Mi ero molto divertito a disegnarla, nel creare atmosfere e luci, anche se sapevo bene che sarebbe poi stata pubblicata a colori e tanto lavoro sarebbe andato sprecato, ma tant’e’, io sono un po’ masochista… Quella volta pero’ successe che Mauro la sfoglio’ e (da quel che dice lui!) resto’ molto colpito da quel disneyano dallo stile personale e dall’inusuale utilizzo dei “neri”: si chiese se mi sarebbe piaciuto fare delle prove per Dylan Dog e lo chiese anche a Tito, che già lavorava per la Bonelli e che rispose: “credo proprio di si’!”, ben sapendo delle mie “due anime” e della mia passione per Dylan. Feci delle prove, e mi incontrai dopo una settimana davvero casualmente (giuro!) con Marcheselli in una libreria di Milano, dove avevo appuntamento con Tito, e per quel motivo avevo le prove con me. Mauro le vide e mi chiese se volevo provare con una sceneggiatura. Pensavo a un testo di prova, ma quando il giorno dopo mi diede in mano “I quattro elementi” capii che faceva sul serio! Insomma, un approdo piuttosto inusuale.

Da Topolino a Dylan Dog: Fabio Celoni - immagine2-3912Qual è il tuo rapporto professionale con Tito Faraci, con il quale hai collaborato sia in Disney che sulle pagine di Dylan Dog e Brad Barron?
Davvero ottimo, ho sempre ammirato moltissimo il lavoro di Tito, che – ricordo – mi stupì parecchio quando arrivo’ in Disney. I pochi lavori (lo so, proprio pochi non sono, ma a me che avrei voluto farne di più lo sembrano) che abbiamo realizzato insieme, per case editrici così diverse e in progetti così differenti, hanno dato ad entrambi grandi soddisfazioni: personalmente, mi diverto un sacco a disegnare le sue cose! Penso che sia un grande autore, per come riesce a districarsi tra le varie realtà per cui lavora e per la qualità con cui lo fa sempre.

Quali sono i tuoi autori di riferimento, sia per quanto riguarda il disegno che la sceneggiatura?
Qualche centinaio. Ma sintetizziamo e mi perdonino quelli che dimentico. Disegno: Breccia padre e figlio, Toppi, Battaglia, Micheluzzi, Buscema, Miller, Mignola, Pratt, Moebius, Pinter, Font, Boucq, De Crecy, Bernet, Zezelj, Cavazzano, etc etc etc. Testi: Miller, Moore, Sclavi, Stan Lee (e come non potrei?!?), Barks, Millar, Straczynski, Bendis, etc etc!

Hai altri progetti nel cassetto, oltre a Nemrod?
Si’. Mi chiedo quando riusciro’ a lavorarci, pero’! Sono quasi tutti iniziati, alcuni quasi finiti. Ma sembra a volte la tela di Penelope, un lavoro interminabile. C’e’ un libro, praticamente finito, che ho tra le mani da almeno quattro anni, ormai. Un fumetto, testi e disegni miei, realizzato per buona parte. Un progetto per una rivista, uno per una serie di libri, diverso materiale per un bestiario, idee varie per fumetti (testi e disegni), un progetto per un videogioco e sicuramente qualche altra decina di cose che ora mi dimentico. E devo proprio comprarmi un paio di pattini nuovi!

Che materiali usi per disegnare?
Fogli Schoeller di diverso peso e grana a seconda di come mi gira e di come li trovo, matite varie (legno, micromine, grasse, dure, etc), china Windsor & Newton che costa un occhio ma ha quel bel nero che dà soddisfazione, pennelli stessa marca serie 7 numero 1 (con cui praticamente inchiostro tutto), qualche pennino vario che mi fa perennemente imbestialire per la velocità con cui si disintegra, pennarellume e strumenti vari, spugnette, lamette, gomme, etc.

Come ti sei trovato a lavorare da copertinista?
L’ho fatto per anni in Disney, su Brad è stata una sfida nuova, con un’impostazione completamente diversa e con un approccio al colore che ho voluto sperimentare in un’altra direzione, rispetto alle illustrazioni che ho sempre realizzato (perlopiù dipinte a tempera ed acquarello). Mi sono molto divertito, anche se è stato un lavoro impegnativo, e non poco. Ma alla fine sembra che il risultato abbia incontrato l’apprezzamento di molti, e questo mi fa davvero piacere. Anche perché io sono sempre estremamente critico nei miei confronti e difficilmente riesco a essere soddisfatto di qualcosa per più di qualche ora!

Il tuo ingresso in Bonelli ha stupito per la capacità di adattare il tuo tratto sia al disneyano che al realistico. Quanto è difficile passare da uno stile all’altro?
Molto. Ai tempi è stata la sfida più grande che ho dovuto affrontare in quella nuova realta’. Questi due tipi di fumetto richiedono impostazioni concettuali e tecniche completamente diverse, quasi aliene tra loro: e dopo anni di umoristico è dura separarsi da stilemi, processi mentali e piccoli traguardi che hai raggiunto con fatica. Devi proprio imparare un’altra lingua, con grammatica, sintassi e pronuncia differenti. Non è facile. La regia, la fotografia di scena, la caratterizzazione dei personaggi, il loro recitare, la visione della “realta’”, il drappeggio, l’anatomia, l’inchiostrazione: è un altro mondo. Ci sono delle regole da imparare, ma il problema è che prima devi fare tabula rasa, e ricominciare.

Oltre a Dylan Dog, Paperino e Brad Barron, quale altro personaggio vorresti tratteggiare col tuo “nero di seppia”? O credi che questo tratto così caratterizzante che hai ti chiuda un po’ la strada per approdare ad altri personaggi?
Mi piacerebbe disegnare Batman, sarebbe una bella sfida. Per quanto riguarda lo stile, quello che uso per Paperino è diverso da quello che uso per Dylan Dog, che è diverso da quello che ho usato per Brad Barron, che è diverso da quello che uso per altre illustrazioni, fumetti, progetti. E’ solo uno stile, appunto, cerco di utilizzarlo e piegarlo allo scopo: non deve diventare una gabbia, un obiettivo, ma essere uno strumento, un mezzo per mi permetta di esprimermi in un senso piuttosto che in altro, di raccontare una cosa piuttosto che un’altra. Non ho paura di cambiarlo, anzi. Non farlo mi farebbe sentire prigioniero di me stesso, delle mie piccole sicurezze. Esplorare ha i suoi lati positivi, anche se può essere faticoso e pericoloso. Ma non farlo è di sicuro una noia mortale…!

Riferimenti
Il sito della Bonelli: www.sergiobonellieditore.it/
Nemrod, il forum: nemrod.forumfree.net

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