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Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d’arte

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 5fasi_spotOsare. La prima parola che viene in mente prendendo in mano il tomo, in grande formato, cartonato, carta patinata, che contiene la storia intitolata Le 5 fasi è “osare”. Sfogliando queste pagine, dove sei autori si passano il testimone di cinque storie (più cornice) ispirate al processo di accettazione del dolore e del lutto, soffermandosi sui loro tratti, così forti, così personali, così disallineati dalle logiche seriali, dal fumetto che si autodichiara “graphic novel”, dal fumetto di genere, la prima parola che mi è venuta in mente è “rottura”. Rottura con certe convenzioni artistiche (l’autore con la A maiuscola, isolato, elitario), con le regole editoriali (che suggerirebbero storie più accomodanti e formati più abituali), ma anche rottura del confine tra autore e lettore, che appare così sottile, a causa di una storia (cinque storie) che parlano di sentimenti e di dolore. Sono tavole che esprimono rabbia, sgomento, abbandono, delusione, paura. Sono tavole che parlano, che gridano.

Un fumetto tanto diverso, nuovo, importante va letto e riletto. Necessita del suo tempo per essere vissuto appieno. Io ho sentito il bisogno di chiedere ai sei autori qualcosa di più, soprattutto qualcosa di più su di loro. Partendo da domande forti e quasi retoriche, ma che sentivo necessarie. Ognuno ha risposto nel suo stile, proprio come ha scritto e disegnato la sua fase di elaborazione del lutto per questo fumetto.


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– Collegamenti

Chi è N. per te?
Chiunque. Ogni terrestre che non sia morto alla nascita.

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - dummyAUSposter4MINICosa c’è di tuo in N.?
Quella di N. non è una condizione specifica o eccezionale, come l’essere incinta o nascere con una malformazione congenita. N. semplicemente vive, e nel vivere la perdita è una costante universale. Una cosa con la quale tutti dobbiamo misurarci.

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Col tempo ho imparato ad accettare tutto, ogni perdita, ogni sofferenza. Ho perso alcuni amici… e so che prima o poi i miei amici perderanno me. Insomma, rientra tutto nella più ovvia normalità. Fa parte delle regole del gioco. Quattro anni fa mi diagnosticarono una malattia incurabile, poi è risultato che non era vero, ma in quelle due settimane di angoscia ho capito tutto quello che c’era da capire. E cioè… che non c’è nulla da capire. Le cose accadono.

È più doloroso il pensiero della propria morte o di quella dei propri cari?
La vita è tutto ciò che hai e tutto ne è conseguente. Morendo perdi tutto in una volta sola. È come se tutte le persone care che hai vicine crepassero nello stesso istante, tutte le città si trasformassero in macerie, gli oceani evaporassero e gli animali svanissero. Questo è morire, la morte di tutto il resto. Quindi, è più sopportabile perdere un amico o tutti i tuoi amici?

Pensando alle recenti vicende del Giappone, viene da riflettere su come a volte ci troviamo a condividere intimamente il lutto di persone lontane e sconosciute, più che quello di persone vicine a noi ma con cui non abbiamo rapporti.
Si prova una sacrosanta empatia proprio perché tutti siamo N. e siamo tutti refrattari alla sofferenza alla stessa maniera. In quelle settimane tutto il mondo si è fermato per verificare quanto fosse sopportabile, e se lo fosse davvero, il dolore scaturito da una tragedia di tale portata. Alla fine… abbiamo rimosso la cosa. Fatti del genere sono emozionalmente incomprimibili. I media hanno smesso pure di parlarne e le foto dei reattori nucleari di Fukushima hanno abbandonato le prime pagine. È troppo. Va al di là di ogni comprensione. Siamo esseri empatici, sì, ma non puoi empatizzare con dodicimila lutti.Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 196311_210542798957456_206451532699916_843505_5161778_n

Il tuo ruolo in quest’opera è di legare tra loro le cinque storie. Abbracciarle tutte. Come hai visto in questa chiave il lavoro dei tuoi colleghi?
L’ho visto proprio bene (ride).
La qualità del loro lavoro è altissima e il mio compito era davvero semplice. Il collettivo Dummy è composto da artisti incredibili e occuparmi della mia parte, proprio grazie al loro talento, è stata una passeggiata. Inizialmente avrei dovuto scrivere dei testi a compendio del mio fotoracconto, ma quando mi sono arrivate le storie di tutti mi è parso chiaro che avrei dovuto solo saccheggiare le loro parole e usarle così com’erano. Ho fatto una prova con la parte fotografica che anticipava la storia di Ponticelli e il risultato era perfetto: le mie foto tenevano insieme i cinque racconti e i loro testi si amalgamavano al mio lavoro. Perfetto. Ho scritto solo la parte finale, cercando di usare una voce che fosse il più simile alla somma delle loro. La cosa che mi ha colpito di tutti e cinque sono i continui rimandi che ogni singola storia ha con le altre… e già questo permette a un libro collettivo, fatto di stili grafici totalmente diversi, una certa fluidità.

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 198952_206974469314289_206451532699916_816620_210596_nNelle ultime opere sembra emergere un tuo allontanamento dal disegno e un avvicinamento alla rielaborazione fotografica. Dove ti sta portando questa strada?
Questa strada mi piace proprio perché non so dove mi stia portando. Ma è una strada, il prossimo libro a fumetti lo sto disegnando e non avrà inserti fotografici. Perché dipende dal progetto: la fotografia è perfetta per certe cose e fuori luogo per altre. Qualche giorno fa ero in una fumetteria e ho notato quanti “bonellidi” potrebbero essere realizzati con fotografie. Quasi tutti. Alla fine se insegui un disegno realistico privo di qualsiasi valenza simbolica, se non sei Muñoz o Fior o Mattotti, se ciò che devi fare è solo ritrarre la realtà in modo plausibile… e allora fatti i fotoromanzi di Tex. Prendi i tuoi amici, li porti in campagna, li vesti da indiani… che senso ha disegnare quella roba? Costa di meno. Disegnare, dico. Deve essere per questo… Quindi il punto non è perché Ausonia fa tutti questi lavori fotografici, ma perché decine di altri autori fanno fotoromanzi e nessuno se ne accorge.

 

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ALBERTO Ponticelli – Fase della negazione o del rifiuto

Chi è N. per te?
N. sei tu, o io, o lui. O loro.Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - ponticelli1

Cosa c’è di tuo in N.?
Stai insinuando che non l’ho fatto io?

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Il dolore ti permette di sentirti vivo, come il piacere. Sono due facce di una stessa medaglia. Necessarie entrambe.
Col lutto ci conosciamo da tempo, è un rapporto di convivenza forzata.

Negare, mentire a se stessi perché incapaci di comprendere le implicazioni di quanto ci sta succedendo. Da appassionato di arti marziali dovresti avere un rapporto privilegiato con la conoscenza del tuo “io” non solo dal punto di vista fisico. Eppure ti succede di mentire a te stesso?
Capisci che il dolore è un fatto mentale quando ti rendi conto di quanto una botta ti faccia male in realtà.
Le prime volte che prendi un calcio ti spaventi, il tuo cervello ti suggerisce che quel dolore va associato alla morte, e quindi ne amplifichi tantissimo la percezione.
Già alla quinta, sesta volta impari a registrare quel dolore e gli dai l’importanza che merita, spesso lo ignori, perché sai che quel dolore non ti ucciderà.
Imparare a percepire il giusto peso delle cose è fondamentale, e lo stesso processo lo fai con te stesso; dopodiché gli angoli bui esistono per tutti…
Sul mentire, un mio maestro diceva sempre: puoi mentire a tutti, ma non mentire mai a te stesso.
Succede che molti, a furia di costruire castelli di cazzate, finiscano col crederci pure loro. Ma é anche vero che per alcuni è l’unico modo per accettare se stessi… è una scusa per non andare fino in fondo, o per non andare a fondo.

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 1303395257bNegare la verità significa negarsi il futuro, affondare nel passato e nella immondizia come il tuo personaggio, rendersi refrattario al dolore, alle emozioni, all’esterno?
Il mio personaggio non nega la realtà, né il proprio futuro; il mio personaggio nega la propria esistenza e il proprio presente, lo fa prima che gli altri possano negarlo a lui. Si difende.
La realtà è composta da una somma di percezioni, nessuno di noi può dire con assoluta certezza cosa essa sia. Abbiamo dei parametri che accettiamo socialmente come unità di misura della realtà, ma non significa che la realtà sia questa.
Il mio personaggio spaventa chi gli sta intorno, perché si muove secondo logiche non previste.
Chi lo incontra tende così a giudicarlo per autodifesa, ridicolizza le sue forme grottesche che lo fanno sembrare un fantoccio puzzolente. Si cerca di umiliarlo, di eliminarlo fisicamente, tramite le botte. Eppure lui non sente dolore. Perché non sente piacere.
Non sente niente, perché nega se stesso.
È un individuo che sfugge al controllo altrui perché lui stesso non ha alcuna aspettativa nei confronti della propria vita.
È un virus.

La negazione è un processo tipico del dolore, ma sembra anche un comportamento particolarmente diffuso nella società. Di fronte alla perdita dei valori, alla caduta degli ideali e delle utopie, ci si rifugia in mezze verità o illusioni vere e proprie. Meglio scappare o lottare contro la realtà? E come?Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 216417_214241491920920_206451532699916_870657_500229_n
Scappare e lottare sono come bianco e nero. In mezzo è pieno di sfumature.
Voglio dire: questo tipo di risposte ognuno deve darsele da sé dosando i due ingredienti a piacere per ottenere la tonalità preferita.

Nel tuo percorso artistico hai mai negato la realtà?
Semmai nel mio percorso sto cercando, faticosamente e da sempre, di affermare la mia realtà. Non è facile, in un ambiente dove ti si chiede di essere mediocre, rassicurante, uguale al tutto.
All’inizio prendi dei calci, e credi facciano malissimo, ma procedi e ti rendi conto che questi calci sono calcetti, e inizi a ridere di chi te li tira. Gli sport da combattimento, che gran lezione di vita.

Quanto ė cambiato il tuo approccio al disegno dagli anni dell’autoproduzione fino alla DC Comics?
Uso sempre la mano sinistra per disegnare. Il resto credo coincida con l’evolversi della mia vita.

 

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– Fase della rabbia

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - officinainfernale1Chi è N. per te?
N. rappresenta il fallimento e la frustrazione, rappresenta le scelte sbagliate, rappresenta la rabbia contro se stessi e contro l’incapacità di cambiare le cose… E anche molto altro ancora…

Cosa c’è di tuo in N.?
Praticamente tutto e niente.

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Per ora fortunatamente nessuno.

Hai vissuto momenti in cui è stato difficile affrontare a muso duro la realtà? Come hai reagito, fin dove è arrivata la tua rabbia?
Diciamo che ho preferito sfogare tutto contro me stesso e contro le cose a cui ho tenuto e tengo di più, una sorta di autopunizione; comunque il tutto è sempre molto liberatorio…

La lotta è una condizione atavica della razza umana. La guerra sembra insita nella nostra stessa natura. Che sia solo un modo irrazionale per reagire al dolore e al male che non riusciamo a spiegare?
La guerra è sempre stata una cosa usata per scopi economici, che i governi ce la raccontino in maniera diversa non importa, più che altro è il male insito nella nostra natura a cui dobbiamo stare attenti, il dolore non è altro che un veicolo per questo “male”.Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 196189_207186509293085_206451532699916_818091_3034793_n

Nella tua interpretazione della fase della rabbia la maschera ha un ruolo fondamentale. È una rappresentazione del ruolo che ci costruiamo per reagire al dolore? È un mascheramento generato dalla paura o dalla vergogna?
In questo caso la cosa è molto più semplice: è un mio feticismo. I miei personaggi agiscono tutti in un immaginario ben definito che è già mio, ma che sto anche creando un po’ alla volta. Anche il mio capitolo delle 5 fasi potrebbe farne parte, dico: potrebbe. Comunque, mi piacciono i luchadores come figure iconiche.

Chi è El Diablo?
El Diablo è l’unico sopravvissuto dei 10.000 devils gang di diavoli luchadores, membro fondatore dell’Iron gang degli anni 70… In questo caso è solo l’immagine che usa il diavolo per “sedurre” N.

Con quali demoni sei sceso a patti nella tua vita?
Siamo noi i demoni, nessun patto.

Quanto è sottile l’argine che trattiene la rabbia nella vita di tutti i giorni?
Basta che guardi la cronaca e te ne renderai conto.

 

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Squaz – Fase della contrattazione o del patteggiamento

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - squaz1Chi è N. per te?
Un uomo in trappola.
Incapace di liberarsi del passato e incapace – o meglio, impossibilitato – a guardare avanti.
Un cieco che, come ultima “missione”, si assume l’incarico di ricostruire una città.

Cosa c’è di tuo in N.?
C’è mio nonno, per esempio: quando mi faceva il giochino “io sono IO, tu sei TU. Chi è il più fesso?”.
Poi ci sono i miei dubbi, le domande che mi faccio tutti i giorni (ok, non proprio tutti i giorni)…
Ci sono la mia vigliaccheria, il mio pessimismo e anche la mia ostinazione.

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Verso la fine della realizzazione della mia fase ne ho avuto uno grosso, che compare di soppiatto tra le pagine, nei nomi e nella mia dedica.
Un paio di mesi dopo me n’è arrivato un altro. Troppo tardi.
A ogni modo, elaboro mentre faccio. E facendo questo libro, a volte mi sono sentito male di riflesso.Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 217750_214718798539856_206451532699916_875154_3397841_n

L’egoismo è una condizione fondamentale per prendere coscienza del proprio dolore?
Casomai il contrario. È impossibile prendere coscienza di qualcosa senza la capacità di uscire da sé stessi.
In questo senso, il mio N. è egoista… per esempio quando fa del proprio dolore un’arma di ricatto.
Detto questo, l’egoismo può anche essere uno schermo che ti salva la vita.

La cecità del tuo N. fa pensare a una condizione mentale, un nascondersi come conigli, prima che un handicap fisico; condizione di partenza per riaprire gli occhi e riprendere la propria vita. Ci sono stati momenti in cui hai dovuto affrontare un nuovo inizio? Come sei sceso a patti con te stesso e con il destino?
Il mio N. era cieco (metaforicamente) già da prima, ma non lo sapeva. Non sa immaginarsi un futuro.
Paradossalmente, proprio adesso che avrebbe tutte le scuse per arrendersi definitivamente, si mette in gioco e rischia.
Lavorare alle 5 fasi, in un certo senso, è stato un nuovo inizio perché è arrivato in un momento in cui sentivo il bisogno di un cambiamento. Allora mi sono messo in gioco, come hanno fatto anche gli altri.
Forse scendere a patti per me significa rischiare qualcosa in vista di qualcos’altro.

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 197568_208493265829076_206451532699916_826881_5575112_nCredi in un destino scritto, in un piano di origine divina o che l’esistenza sia solo un susseguirsi di casualità?
Nessuna delle tre. Altre ipotesi?

Quando ti sei trovato a dover contrattare con il dolore e il lutto, come ti sei posto di fronte a queste stesse domande?
Con fatalismo-aggressivo.

Nei momenti più duri cosa ti ha dato la forza per prendere coscienza della realtà e reagire?
Mi considero una persona fortunata, non ricordo di aver avuto momenti particolarmente duri. Non tali da lasciare un segno indelebile, almeno.
E non credo nemmeno di essere particolarmente consapevole, sono piuttosto reattivo di mio.
Nella mia storia, N. è chiaramente a un bivio. Non sappiamo esattamente cosa lo porti a reagire, vediamo solo i risultati.
Forse è il disgusto di noi stessi che ci può dare una spinta. Il punto è: siamo disposti ad ammettere quanto facciamo schifo?

È necessario andare via, cambiare città, per rendere un uomo capace di ricostruire la propria vita?
No, ma certe volte aiuta.

 

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Akab – Fase della depressione

Anche il tuo protagonista è N. o dovremmo chiamarlo A.? La somiglianza è solo casuale?Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - posterakab
Nella mia fase il protagonista non si nomina mai essendo un lungo monologo interiore e non i deliri del mago Otelma.
È tutto casuale.

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Buoni, grazie. E tu?

Hai vissuto momenti di depressione che ti hanno ispirato per le tue tavole?
Non ne sono mai uscito.

Come hai reagito alla situazione?
Disinteressandomene.

Nel fumetto hai rappresentato sensazioni che sono state tue? Cosa ha significato per te renderle sotto questa forma?
Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - akabNella fase di scrittura sforzarmi di tornare con la testa a certi ricordi non propriamente piacevoli è stato abbastanza doloroso. Disegnare la storia, invece, è stato catartico, liberatorio.
Dopo l’uscita, invece, ho provato un vago senso di sfasamento e imbarazzo. Ho odiato leggerla. Anche per questo l’io della storia non sono io.

La tua rappresentazione della depressione fa pensare a una bolla, dentro la quale il tempo e lo spazio sono ovattati, più densi, vischiosi. Viene da pensare a quanto possa essere difficile uscire da questa situazione… “Io non sono lì”: dove è N. allora?
Esattamente nella stessa stanza in cui vivono tutte le altre lettere.

Quanto è dura condividere la propria condizione con la propria famiglia, con gli altri?
Non so che dire.
È cattolico il papa?

È difficile accettare il bisogno di aiuto da altre persone?
Vorrei darti delle risposte esaurienti, davvero, ma ci sono talmente tanti paradigmi che dovrei mettere in discussione: dimensioni altre, sfarzi magici, parole che non ci appartengono, città morte che si sciolgono sotto l’acido della luce, io, noi, voi, lo spazio vuoto tra le dita di una mano, l’emisfero destro contro quello sinistro… che preferisco farci un libro.

 

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– Fase dell’accettazione

Chi è N. per te?
Un cristo privo di corpo (e croce).Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 190065_207253992619670_206451532699916_818548_7109349_n

Cosa c’è di tuo in N.?
Molti aspetti discutibili di me.

Che rapporto hai con il dolore e con il lutto?
Di cordiale antipatia.

L’accettazione, nella sua inclinazione più positiva, indica anche un’occasione di ripartenza, per ricominciare nuovamente la propria vita. Ma quanta forza serve per farlo?
Non saprei rispondere.

Accettazione significa anche semplicemente prendere atto, metabolizzare, accantonare illusioni, rabbia, depressione. Ma cosa rimane a questo punto della persona? Cosa si è consumato nel processo?
Nella mia storia la presa d’atto è una dannazione. Di fatto la consapevolezza raggiunta da N. non è salvifica, tutt’altro.

Quante volte nella tua vita ti sei trovato nella condizione di ricominciare dopo un ostacolo? Queste esperienze ti rendono più forte o questo è solo un luogo comune?
La frustrazione non fortifica, anzi.

Indagando sulle 5 fasi di elaborazione di un’opera d'arte - 190735_206770949334641_206451532699916_815042_5746108_nIl rapporto con la figura della madre, e con la maternità, è il fulcro della tua fase. Perché questa scelta? C’è stato qualcosa di te che ti ha portato a questa soluzione?
In quel rapporto m’interessava sottolineare la consapevole autodistruzione che s’innesca nel dipendere da qualcuno e qualcosa.

Nel tuo caso l’accettazione sembra più una sconfitta che la fine di un percorso di dolore, la resa di fronte all’evidenza. Tutt’altro che la fine della sofferenza…
Paradossalmente il fallimento può essere anche una soluzione, il finale grafico collettivo della mia fase ne è la dimostrazione tangibile.

 

Abbiamo parlato di:
Le 5  fasi
Alberto Ponticelli, Officina Infernale, Squaz, Akab, Tiziano Angri, Ausonia
, 2011
168 pagine, cartonato, colori – 32,00€
ISBN: 978-88-6123-864-0

Riferimenti:
Edizioni BD: www.edizionibd.it
Ausonia: ausonia-23.blogspot.com
Alberto Ponticelli: www.albertoponticelli.com
Officina Infernale: officinainfernale.blogspot.com
Squaz: hotel-tarantula.blogspot.com
Akab: mattatoio23.blogspot.com
Tiziano Angri: piccolaunitadiproduzione.blogspot.com

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