Interviste

Da burattino a robot: Ausonia tra Pinocchio e P-HPC

Da burattino a robot: Ausonia tra Pinocchio e P-HPC - immagine1-3709Pinocchio, edito da Pavesio Editore, è stata una delle opere più incisive dello scorso anno, tanto da guadagnarsi ben tre candidature ai Premi Micheluzzi di 2007 (“Migliore Romanzo grafico”, “Migliore Sceneggiatura per un Romanzo grafico” e “Migliore Disegno per un Romanzo grafico”); un fumetto maturo, solido, disarmante nella sua capacità di scuotere il lettore e, al contempo, tecnicamente appassionante e affascinante.
Ora sta per arrivare, in presentazione a Torino Comics 2007, per l’editore Leopoldo Bloom, P-HPC Post-Human Processing Center, storia sull’alienazione del lavoro in fabbrica e sulla disillusione che viene lasciata come unica fuga ai giovani d’oggi, pronti a disumanizzarsi per sopravvivere o per appartenere a qualcosa di più grande e rassicurante. Come per Pinocchio, l’argomento viene affrontato sotto una “falsa copertura” (la fiaba prima, la fantascienza ora): Sarah è una ragazzina che, abbandonato il liceo, decide di trovare lavoro come robot industriale; una trasformazione che sbrana via uno a uno ogni ricordo e ogni traccia di umanita’. Ma la particolarità di P-HPC sta anche nella tecnica: mentre i ricordi perduti si fanno più recenti, i disegni a matita vengono sostituiti da foto ritoccate al computer, realizzate come un vero e proprio fotoromanzo: presenta il fotofumetto!

. Perche’ questo nome d’arte? Cosa significa per te?
Ausonia è una fabbrica abbandonata che c’e’ dalle mie parti. è un sito inquinato e insanabile. Un posto recintato… pericoloso per la salute. Da lettore mi trovo spesso a leggere cose (e non parlo solo di fumetti) abbastanza innocue. L’intrattenimento fine a se stesso sembra essere una priorità imprescindibile, in occidente. Il mio lavoro invece lo intendo come una cosa provocatoria e non rassicurante per il lettore. Ausonia, dunque, mi suonava bene. Leggo la bozza di una storia che ho scritto e prima di iniziare a disegnarla o fotografarla, mi chiedo: è degna di portare il nome di un luogo così poco rassicurante? Se la risposta che mi do è positiva… inizio subito a lavorarci. Altrimenti vado in giardino e la sotterro nel piccolo cimitero dei gatti. Li’, ho sotterrato diverse idee inutili.
Il fatto è che vedo la possibilità di una pubblicazione nel vero senso della parola. Pubblicare significa rendere pubblico. Rendere pubblica qualcosa equivale a dialogare a distanza con migliaia di sconosciuti. E allora si deve avere qualcosa da dire, altrimenti, un libro… è solo una strage di alberi innocenti. Il raccontare in se’ non mi è di nessun interesse. Quindi l’essermi dato questo nome è un modo per cercare di tener fede a un impegno preciso che ho preso con me stesso. Ho sempre visto l’arte come un mezzo per far nascere domande nella testa delle persone. Per le risposte facili… c’e’ la religione. E la tv.

Diffidi quindi dei facili messaggi moralizzanti della comunicazione di massa (in stile pubblicità progresso), che a volte sono propri anche del fumetto di intrattenimento? Ma, soprattutto, pensi esista un confine netto tra svago e profondità del messaggio?
Esiste. Perche’ se per veicolare un messaggio importante uso la pubblicità di un prodotto (penso a certe cose fatte da Oliviero Toscani negli anni passati), il messaggio finisce per essere non credibile. Non onesto. Potrebbe quasi essere preso al contrario: usi la mia sensibilità nel mostrarmi un malato terminale per attirare invece la mia attenzione su una felpa colorata. Da ragazzino avevo avvertito questa cosa su certi numeri di Dylan Dog… alla fine si parlava degli oppressi, dei diversi, della droga… e trovavo la cosa abbastanza demenziale e patetica. Il punto non è inserire un messaggio alla fine di una storia, ma costruire una storia su un’idea. Solo così può avere un senso, senza sembrare il solito giornaletto parrocchiale.

Pubblicare per “rendere pubblico”: questo implica anche cercare i mezzi per far giungere a quante più persone un messaggio. Questo non si scontra, per esempio, con la formula scelta per “Pinocchio” e “P-HPC”, quella di volumi ad alto prezzo (indipendentemente dal discorso del valore stesso dell’opera, sia chiaro)?
Io non sono un pubblicitario. Non posso ragionare in termini di aggressività del prodotto all’interno di un mercato. Io scrivo storie per necessita’. Punto. E non sono neanche un politico, non voglio convincere nessuno. La strategia del consenso la lascio a Prodi e a Berlusconi. Sta solo alla curiosità del lettore avvicinarsi a cio’ che faccio. Io non posso fare niente.
E poi, guarda… Le discussioni sui prezzi dei fumetti mi sono sempre sembrate abbastanza ridicole. E lo dico io, che non ho mai navigato nell’oro. P-HPC è un libro di 128 pagine a colori stampato con cura e su carta pregiata. Abbiamo deciso di metterlo a 19 euro, sapendo che ne valeva almeno 25. 19 euro non sono niente per un libro cosi’. Vedi, è solo una questione di priorita’. Un paio di Nike lo paghiamo almeno quattro volte tanto e non ci stupiamo di quel prezzo. è che in italia l’arte e la cultura sono sempre messe in fondo alla lista degli acquisti. I libri sono visti come un lusso, un bene superfluo. Ma non è cosi’: un libro vale miliardi di paia di scarpe. Le scarpe dovrebbero essere utili ai piedi per trasportare un cervello. Non per deambulare una scatola cranica vuota.

Prima di “Pinocchio”, uscito nel 2006, eri stato molto assente dal fumetto? Perche’? Cosa ti ha spinto a creare il tuo Pinocchio?
Per il motivo di cui parlavo qualche minuto fa: non avevo storie abbastanza dense. In otto anni ho realizzato solo qualche lavoro breve per Heavy Metal. Ho dipinto tanti quadri, pero’. Mi è servito quel periodo, per molte cose. Non vedo il fare libri a fumetti come una professione. Se non ho idee valide che faccio, pubblico lo stesso qualcosa giusto per rimanere nell’ambiente? Nel giro? è molto meglio fare altro e non abbassare il livello della scena fumettistica che, a parer mio, avrebbe bisogno anche di pause da parte dei suoi autori.
Pinocchio è nato dalla voglia di riflettere sul concetto di libertà e sullo stato attuale del regime coattivo in cui si trovano gli occidentali. Mi piaceva l’idea del cartonato francese, colorato e di bassa foliazione, per accattivarmi dei lettori non abituati a un certo tipo di contenuti… almeno qui in italia. Quando ricevo una mail da un sedicenne che mi dice che il mio “Pinocchio” lo ha fatto pensare… io mi sento bene.

Da burattino a robot: Ausonia tra Pinocchio e P-HPC - immagine2-3709“Post-Human Processing Center” è la storia di Sarah, una ragazzina che decide di lasciare il liceo per trovare un lavoro come robot industriale. C’e’ sicuramente una punta di surrealismo, di non-sense, in queste premesse. Com’e’ nata la storia?
e’ vero. A patto che si provi la stessa “punta di surrealismo e di non-sense” nella scelta che tanti ragazzi fanno quando, finite le scuole, trovano un lavoro in fabbrica. O uno squallido quanto inutile lavoro in un call center. Il non-sense non sta ovviamente nella scelta di questi poveri ragazzi, che sicuramente è forzata da problemi economici, ma è il violento non-sense di un paese che prende dei ragazzini non certo benestanti e li conduce verso un lavoro duro/usurante/alienante e li lascia invecchiare in un luogo terribile come quello di una fabbrica. E questa non è una cosa che si possa definire “surreale”, ma reale. Molto reale.
Vedo il racconto come un’esagerazione, una metafora che porti il lettore a focalizzare un problema da un altro punto di vista. Da un punto di vista meno scontato. Confido molto nell’intelligenza dei lettori. Con “Pinocchio”, ho avuto la dimostrazione inequivocabile di quante belle persone esistono in questo paese. Mi hanno scritto lettere bellissime. Lucide, a tratti commoventi. I lettori hanno fame.

Nel canovaccio di “P-HPC” pero’ mi sembra di cogliere anche un altro aspetto, la volontà di diventare robot come gli altri, non solo come imposizione per la mancanza di altre alternative, ma come ricerca di una identità comune a molti, di standardizzazione di se’ stessi per appartenere alla massa. E’ un’impressione sbagliata?
No, assolutamente. Anzi, è strano tu sia arrivato a pensarlo ancor prima di averlo letto. Nel libro non sono solo i due protagonisti a fare questa scelta. Ma anche molti loro amici. Diventare un robot industriale è vista come una cosa normale. Cosificarsi è una scelta come un’altra; quindi, indirettamente, si potrebbe parlare di omologazione all’annientamento. Alla morte. Lucilla, un’amica del protagonista, parla del P-HPC come di una moda. Ma ho sempre notato che nella nostra società le cose più assurde o orrende diventano in poco tempo normali e, infine, discutibili fenomeni di massa.

La fabbrica come spersonificazione dell’individuo, che si trasforma in un automa. La riflessione nasce anche da una tua esperienza diretta? Oppure dal tuo interesse verso il sociale e la situazione dei lavoratori in generale?
La fabbrica ho sempre cercato di evitarla. Ho fatto altri lavori brutti e mal pagati, ma la fabbrica l’ho sempre vista simile a un campo di concentramento. Ho fatto di tutto per non finirci dentro. Ero fortunato, perché sapevo disegnare… quindi, anche se ho sempre avuto un disperato bisogno di soldi, potevo fare anche altro, infatti ho iniziato come illustratore…
Ma avevo molti amici che ci lavoravano in fabbrica e… li vedevo, alzarsi presto la mattina e tornare stanchi e svuotati la sera. Come di ritorno da un enorme tritacarne. Alcuni di loro sono riusciti a fare altro. Altri sono ancora li’. Non c’e’ bisogno di ricevere una coltellata per sapere che fa male. L’esperienza diretta non è sempre necessaria. L’empatia è fondamentale. Parli con loro, ti fai raccontare cose. Gli chiedi: “Come ti senti?” E si sentono traditi.

Dalla favola del burattino in chiave quasi splatter (ma è limitativo), a questo racconto fantascientifico, il tema di sottofondo resta il sociale, mi sembra di capire. Sono fumetti politici, nel senso ampio del termine (quello che si sta perdendo). Era la tua intenzione fin dall’inizio?
Ovviamente. Ne sono consapevole. Io non parto dalla storia, ma da un argomento che voglio affrontare. Poi, decido quale storia sarebbe più utile o efficace per affrontare quell’argomento in modo non banale. Quindi, si’, è nelle mie intenzioni fin dall’inizio.
Faccio un esempio che non mi riguarda: ieri ho letto una recensione di su 300, e Luca era allibito e si stupiva -giustamente- per come il regista non fosse consapevole di aver fatto un film fascista/militarista/ottuso. Questo credo che sia sconcertante (rido). Ma come? Hai fatto un film con trecento “big gim” omofobici che non vedono l’ora di morire per la patria in battaglia e non hai capito di cosa parla il tuo film? Ma… roba da pazzi! L’inconsapevolezza nell’arte è terrificante. La stupidità di certi autori è illimitata. Questo mi fa ridere e non mi fa ridere per niente al tempo stesso. Perche’ qui si veicolano messaggi devastanti senza neanche rendercene conto. I persiani, per chi non lo sapesse, sono gli iraniani. Insomma, 1+1=2. Non mi stupirei se quel film fosse stato voluto dalla CIA (rido)… E’ come se dicesse che “V for Vendetta” non ha in se’ nessun contenuto politico. Roba da pazzi, appunto.

Lo stile del racconto è particolarissimo. Si passa dal disegno a mano a un vero e proprio fotoromanzo, con attori in carne e ossa ritoccati al computer. Perche’ la scelta di questo particolare metodo?
e’ funzionale alla storia. “P-HPC” è il racconto di un ragazzino, un viaggio attraverso i suoi ricordi che vengono cancellati. Man mano che i suoi ricordi si avvicinano al presente le immagini disegnate diventano sempre più realistiche, fino a trasformarsi in fotografie. Era anche un bel modo per far capire al lettore (ma anche agli addetti ai lavori) che una storia per immagini la si può raccontare usando qualsiasi tipo di mezzo: disegno, fotografia, computer grafica, grafica, testo, illustrazione, pittura. “P-HPC” contiene tutto questo senza pero’ essere un minestrone di cose fine a se stesse, cosi’, giusto per stupire… Ho calcolato tutto con molta freddezza e razionalita’.
C’e’ un dibattito aperto nel nostro ambiente per capire le differenze fra fumetto seriale, graphic novel ecc… In se’ è molto interessante; pero’, cercando di definire troppo le cose, si rischia di chiudere le porte alla sperimentazione. Ho sempre creduto nel libro ibrido, nel libro scatola magica che ti apre le porte a uno spazio “altro”. Dove il lettore possa entrare e abbandonarsi a certe suggestioni… Il libro deve contenere una carica esperienziale al suo interno, non può girare solo sui binari di grammatiche già collaudate e classificate. Questa si chiama: morte della creativita’.

Per quanto riguarda il disegno, hai adottato uno stile più pulito rispetto a “Pinocchio”, adeguato all’asetticità dell’atmosfera. Che tecnica hai usato?
Le tavole a fumetti in “P-HPC” (una quarantina circa) le ho disegnate sette anni fa. La tecnica classica della linea chiara. Inchiostro. Carta bianca. Colorate al computer in modo molto freddo. è stato facile. Volevo davvero una cosa fredda e asettica.

Quindi l’idea per “P-HPC” te la porti dietro da tanti anni, eppure solo ora è giunta in essere. Solo per problemi di tempistica e costi (quelli per realizzare la parte con fotografie), o anche per una tua pausa di riflessione sull’argomento?
Non ho mai fretta di finire un libro. “P-HPC” l’ho iniziato nel 2000 e l’ho finito qualche giorno fa. Ci sono altri quattro progetti che sto portando avanti nel tempo e chissà quando usciranno. è un modo tutto mio di fare questo lavoro. Non so. Non riuscirei a procedere in modo diverso. Per “Pinocchio” ho fatto un’eccezione: l’ho scritto e disegnato in un anno esatto… Ma nel mentre portavo avanti anche altre cose. Il fatto è che ho bisogno di pause e di tornare sul lavoro a mente pulita. Questo mi serve per capire se ho fatto quel che ho fatto solo in un momento di esaltazione creativa o se ha davvero un senso rispetto a cio’ che sto raccontando. è un lavoro di incastri. E di pazienza. Vedo le mie storie come un puzzle da duemilioni di pezzi… e più della metà sono pezzi che non trovano incastri. Sono dei fake. E’ difficile quindi comporre l’immagine finale, ci sono sempre un sacco di trappole da evitare. Ma vivo il mio lavoro come un’esperienza totalizzante. Molti miei amici mi detestano per questo, le donne mi mollano dopo pochi mesi, anche il mio organismo s’incazza parecchio. Somatizzo lo stress accumulato e arrivo a non digerire più quel che mangio, con conseguenti disordini alimentari. Lavoro anche sedici ore al giorno, dormo poco, bevo troppi caffe’… Alla fine di un libro vado sempre dal mio dottore, non ho più un organo che funziona bene e lui mi dice sempre la stessa cosa: prenditi una vacanza. Ieri ad esempio mi è stata diagnosticata un’infezione alle vie urinarie. Ho cominciato a curarmi con Keraflox e Mictasone. Dovrebbe passare.

Come hai lavorato per la parte fotoromanzesca? Hai usato tuoi conoscenti come personaggi o dei veri e propri attori?
Non volevo attori professionisti. Volevo dei manichini da muovere a mio piacimento. Con gli attori, che sono degli artisti, sarebbe stato impossibile. La recitazione avrebbe portato a un risultato tipo “Grand Hotel“, e volevo mantenere le distanze da quel genere di spazzatura il più possibile. L’uso dell’attore non professionista (alla maniera dei film neo-realisti) mi assicurava una freddezza espressiva perfetta per la storia che stavo narrando. è stato un lavoro d’incastri, come ho già detto. Complesso. Scattavo miliardi di foto, facendo recitare più volte la stessa scena, e poi sceglievo le foto nelle quali l’espressioni delle persone erano adatte al dialogo che avevo scritto per loro. Ho passato mesi a scegliere, montare sequenze e poi smontarle. è stato un lavoro lunghissimo e faticoso. Non è come disegnare: una foto o funziona o la devi buttare. Non hai la gomma per modificarla.
Poi tutta la parte di post-produzione, quella è stata un delirio. Non volevo usare programmi 3D, cosi’, a volte, potevo impiegare anche due giorni per produrre una singola vignetta. Chi lavora con certi programmi, sfogliando P-HPC, si renderà bene conto che è stato un lavoro immane, dal momento che ho fatto tutto da solo.
(un esempio di lavorazione sulle immagini nell’allegato – ndr)

Le possibilità offerte dal computer si pongono spesso al limite tra la ricerca artistica e la produzione asettica e “comoda”. Dove sta il confine per te?
Sinceramente non saprei indicare un confine. Io vengo dalla pittura, e ho sempre considerato il pennello uno strumento. Ce ne sono tanti e differenti: ogni tipo di pennello modifica profondamente la tua pennellata, il tuo gesto… la tua personalita’. Se Phil Hale non usasse i pennelli a punta piatta, i suoi lavori sarebbero diversissimi. Stessa cosa per un software: devi settarlo in modo che si adatti il più possibile a te stesso. Ma non è un filtro maggiore rispetto a un pennello tradizionale. Aver dipinto per tanti anni (ho iniziato a quattordici anni, si parla di vent’anni fa) ti aiuta a non fare troppe cazzate col computer. Ormai hai un gusto abbastanza strutturato che ti evita molte ingenuita’. Diverso è per chi impara a dipingere con Painter e non si è mai sporcato le mani con la tempera. La differenza si vede, eccome.
Per quanto riguarda la comodita’… non so. Se “P-HPC” lo avessi solo disegnato, quelle 128 pagine le avrei fatte in un anno, e non in tutto questo tempo. Quindi non so di quale comodità stiamo parlando (rido). , ad Angoul

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