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L’illusione del potere (d’acquisto): a proposito de “I Divi 150”

 

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Il Supermercato “I Divi 150” è una iniziativa spin-off di cui l’associazione culturale SlowComix ha ben donde di vantarsi. Sorta a Prato nel 2009 nell’orbita della storica fumetteria “Mondi Paralleli”, SlowComix raccoglie in sé un assortito nugolo di appassionati e professionisti del fumetto dai 12 ai 55 anni. Con un occhio attento e costante all’evoluzione ed agli standard qualitativi di questo medium, SlowComix si occupa di promuovere eventi, rassegne e pubblicazioni, specialmente quelle piccole e sperimentali. Per conoscerli meglio o unirsi a loro nella “fruizione lenta” andate qui.

Abbiamo contattato i promotori dell’iniziativa de “I Divi 150, Alessio Bilotta e Pitoff, ideatore e direttore artistico del progetto, nonché l’artigiano del web-packaging che ha creato le modellazioni 3D dei vari prodotti premier.

Ecco cosa ci hanno raccontato in tandem a proposito di come è stato allestito questo insolito supermercato.

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Da cosa, chi e come nasce l’idea del Supermercato “I Divi 150”?
L’idea nasce dalla volontà, da parte della nostra associazione, di celebrare in maniera originale i 150 anni del Belpaese. Questa sarebbe una risposta istituzionale, ma non la sola. Riteniamo infatti che il Fumetto prenda vita solo una volta riprodotto, distribuito e venduto in più copie possibili; questa idea è secondo noi antitetica alla banale esposizione degli originali, che in realtà serve soltanto a ribadire il ruolo subordinato della nona arte rispetto alla pittura. Tale paragone è semplicemente fuori luogo, in quanto l’arte così come normalmente intesa niente ha a che vedere con la narrazione sequenziale. Inoltre, il contesto contemporaneo, che ci obbliga quotidianamente a confrontarci con gli effetti della rivoluzione digitale, ha reso praticamente obbligata la scelta di uno spazio virtuale e multimediale, anche con il coinvolgimento di personalità artistiche di diversa provenienza.

Al giorno d’oggi, quale posto ritenete che il Fumetto occupi tra i consumi culturali della popolazione italiana?
Quella del Sushi Bar, inteso come fenomeno di tendenza ma quasi completamente decontestualizzato e poco approfondito. In buona sostanza, i reparti dedicati nelle librerie di varia e i film tratti dai fumetti sono fondamentalmente slegati dai presupposti culturali e comunicativi della Nona Arte, così come i Sushi Bar hanno ben poco a che vedere con la tradizione culinaria giapponese.

Il Supermercato I Divi 150 in quale misura è la metafora di questo consumo?
Crediamo che l’impatto visivo della comunicazione contemporanea sia assolutamente sovrapponibile all’estetica pop, più o meno colta. Mentre negli anni ’60 trasformare una vignetta in un quadro poteva rappresentare quasi un atto di sfida, adesso, paradossalmente, è come se vivessimo all’interno di quel quadro, riuscendo però a distinguere con estrema difficoltà le basi culturali dalle quali questo stesso linguaggio trae la sua origine. Il supermercato “i Divi”, fra i suoi molti livelli di lettura, tenta di rappresentare questi concetti, ovvero l’estetica grafica del Fumetto proposta come veicolo per la presentazione di prodotti inesistenti.

L’illusione del potere (d’acquisto): a proposito de “I Divi 150” - giolittit_02-300x300Questi 150 anni dell’Unità hanno portato alla luce una miriade di distingui, di diversificazioni, anche nelle iniziative a fumetti. Dalle apologie celebrative all’opera di satira, persino di irrisione. In questa eterogeneità, come collocate “I Divi 150”?
Consideriamo “i Divi” un prodotto artistico con forti connotazioni pop.

Quali meriti e demeriti riconoscete al supermercato? Guardando i vari “prodotti” mi pare che non lo si consideri un luogo così “innocuo”…
Il supermercato, in quanto luogo di aggregazione variegata e di esposizione dei prodotti, ci è sembrata la scenografia più consona per sottolineare la mercificazione delle aspettative e dei desideri dei potenziali acquirenti/elettori. Un luogo tutt’altro che innocuo, ovviamente.

Di supermercati ne esistono di tutti i tipi: discount, minimarket, ipermercati. Che tipo di supermercato (politico e/o culturale) vi sembra l’Italia di oggi?
Un supermarket virtuale del tipo “idee utili e introvabili”, dove puoi acquistare, ad esempio, oggetti come le formine per la depilazione intima femminile.

Come avete coinvolto i vari autori, quali sono stati i tempi e le modalità di lavorazione?
Gli autori sono stati contattati via e-mail o attraverso Facebook, semplicemente presentando loro il progetto e le sue finalità. Abbiamo cominciato a sviluppare il progetto dalla scorsa Lucca Comics, procedendo parallelamente con l’ideazione della struttura del sito ed il coordinamento dei vari artisti coinvolti. I contributi grafici sono stati pubblicati via via che arrivavano su un blog dedicato e aperto ai soli partecipanti all’iniziativa. Tutta la grafica del sito, nonché la modellazione 3D dei prodotti, è stata realizzata da Pitoff.

Cosa avete chiesto loro di fare? Avete consegnato a questi packager d’eccezione delle indicazioni o direttive particolari?
Non abbiamo fornito indicazioni di alcun tipo, limitandoci ad assegnare a ciascun autore il presidente da raffigurare nelle etichette.

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In base a quale criterio avete assegnato ad un determinato autore un presidente? Vi sembra che siano stati tutti “mercificati” come meritavano o qualcuno di loro ha avuto trattamenti troppo duri o troppo teneri, a vostro avviso?
Gli autori che hanno aderito inizialmente al progetto hanno potuto scegliere quale personaggio rappresentare; per gli altri che si sono aggiunti via via, l’abbinamento è stato sostanzialmente casuale, sempre concordando la scelta con l’artista. Ci riteniamo ampiamente soddisfatti del risultato.

Tra merendine e salumi appare il volto ufficiale del potere, onnipresente e pervasivo; una sorta di riduzione al minimo, di trascinamento verso il basso, per ribadire ancora una volta che la libertà di scelta spesso è soltanto un’illusione“. Così è scritto nella presentazione sul sito. Puoi approfondire questo concetto?
Intendiamo dire che la “libertà” di scelta non è mai assoluta ma è, più spesso, solo una “possibilità” di scelta. Chiunque entri in un supermercato, generalmente, è convinto di poter acquistare quello che vuole, ma in realtà può acquistare solo quello che gli viene proposto. Si può affermare che il consumatore medio non arriva nemmeno a pensare all’esistenza di prodotti che non siano esposti. In buona sostanza, la scelta di un primo ministro è limitata al quadro politico contingente: chi non è sul mercato, semplicemente, non esiste.

La rivoluzione digitale sembra non fermarsi alla creazione di spazi virtuali, ma appare ormai prossima alla sostituzione degli oggetti, dei prodotti del consumo culturale (iPhone, tablet, etc.). In che modo il vostro progetto si confronta con questi scenari futuri? Cavalcate l’onda o avvertite il pericolo?
Niente di tutto questo, la questione secondo noi è un’altra. I veri oggetti della “rivoluzione digitale” sono i database e la raccolta sistematica e organizzata di informazioni, cioè, in linguaggio tecnico, “dati in forma aggregata”, il cui fine è quello della “smaterializzazione” del prodotto: un web-comic, ad esempio, non ha bisogno né di essere stampato né di essere distribuito né tantomeno di essere immagizzinato, almeno in senso tradizionale. I database sono lo strumento principale per la tipizzazione dei potenziali acquirenti, considerando che il cosiddetto “web 2.0” serve soprattutto a consolidare il concetto di consumo al centro di ogni attività umana. Questo progetto si limita a cercare di esporre le nostre idee, senza necessariamente dover proporre un giudizio di merito.

E’ prevista una versione cartacea di questa iniziativa?
Al momento no, se intendi un catalogo tradizionale; stiamo invece provando a realizzare un’esposizione con le vere confezioni dei vari prodotti.

Nel “supermercato” che è il mondo del fumetto italiano contemporaneo, in quale reparto collocheresti SlowComix?
Sicuramente nel reparto squisitezze.

Riferimenti:
I Divi 150: www.divi150.it
Associazione SlowComix: www.slowcomix.it

Le immagini nell’articolo ci sono state concesse dagli intervistati nel pieno rispetto del copyright dei loro autori.

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