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La ragione del caso – I primi 100 numeri di Julia

La ragione del caso - I primi 100 numeri di Julia - immagine1-3490Julia è stata la nuova scommessa di Giancarlo Berardi. Il papà di Ken Parker, sciolta la collaborazione con , consolidati i rapporti con gli sceneggiatori Montero e Calza (già all’opera proprio su Ken Parker), quasi dieci anni fa decise di realizzare per la Editore una serie dai toni polizieschi con protagonista e titolare della testata un personaggio femminile, una criminologa dalle sembianze di Audrey Hepburn, Julia Kendall.
Oggi Julia raggiunge il centesimo numero, un piccolo miracolo editoriale se pensiamo non solo alla particolarità unica di essere una testata “al femminile”, ma soprattutto al risultato sul piano delle vendite, ormai consolidate su cifre positive e rassicuranti. Merito di Berardi e di una formula che ha spiazzato non pochi vecchi amanti di Ken Parker, ma che nel tempo ha conquistato giustamente il suo pubblico.
L’impianto scelto dall’autore si rifà esplicitamente a quello dei telefilm americani, con un cast ridotto e riconoscibile di personaggi che evolvono in modo credibile a partire da rapporti per lo più fissi, idiosincrasie psicologiche e meccanismi narrativi espliciti, reiterati e sostanzialmente immutabili. Proprio il meccanismo della variazione sul tema sembra essere quello elettivo della serie in modo del tutto opposto al mondo e alla struttura narrativa di Ken Parker che faceva della diversità e della sorpresa uno dei suoi marchi di fabbrica. Il telaio sul quale Berardi intesse le trame di Julia è quindi rigido, ampiamente progettato a priori. E in effetti, l’elemento di preparazione della serie sembra essere stato centrale, sia per quanto concerne lo studio dei meccanismi del giallo e l’approfondimento dei temi dominanti della criminologia, che per quanto riguarda il telaio di cui sopra, la struttura narrativa sulla quale sviluppare le “variazioni”. Julia si configura proprio come un esercizio di stile dai risultati medio alti, dove Berardi e i suoi collaboratori mettono a frutto il grosso bagaglio tecnico sviluppato nel corso delle proprie carriere e, per molti versi, le sperimentazioni stesse realizzate in Ken Parker.
Anche sul piano dei disegni la scelta è stata drastica e senza vie di mezzo: tutti i disegnatori della serie devono rifarsi a uno stile rigido e omogeneo, facilmente riconoscibile, sacrificando in modo netto la personalità autoriale. Anche in questo caso, l’esperimento si configura come una variazione sul tema, dal momento che la rigidità dei modelli concede ai singoli artisti una ridotta ma valida libertà interpretativa, più sul piano dell’impostazione della tavola e della scansione della narrazione che sul piano grafico. Il lettore medio farà quindi fatica a riconoscere numero dopo numero i diversi disegnatori, ma non avrà alcuna difficoltà a ritrovare i suoi personaggi, i suoi “amici” di sempre.

Questo trattamento della caratteristica seriale delle testate Bonelli supera di netto il problema/non problema della continuità narrativa e dell’evoluzione dei personaggi, tema affascinante e ingarbugliato che assilla non poche delle altre serie dell’editore milanese. La scelta di Berardi è coerente e determinata e non concede vie di mezzo. La storia di Julia, nei suoi cento numeri, si è evoluta per stratificazioni successive attraverso il susseguirsi dei diversi episodi, che sono del tutto autonomi e leggibili a se’ stanti. Lo fa in modo differente rispetto a tutte le altre serie Bonelli, che possiamo dividere sinteticamente in due famiglie: da un lato quelle in cui la continuità narrativa è sempre stata o è diventata nel corso degli anni quasi del tutto irrilevante o marginale (, Dylan Dog, Zagor, Nick Raider, ecc.) e in cui, soprattutto, non esiste a monte una vera riflessione e pianificazione sul modo di utilizzare tale artificio narrativo; quelle in cui lo sviluppo delle vicende avviene in modo più o meno organico ma costante, i personaggi, le situazioni e i contesti mutano col mutare del tempo anche in modo radicale (soprattutto Nathan Never, Magico Vento e Gea, in parte Dampyr). Per quanto Julia sembra avvicinarsi più al primo gruppo, dopo cento numeri le implicazioni e le evoluzioni legate allo sviluppo della serie – che sono per lo più di tipo psicologico, sociologico e caratteriale – danno a essa una consistenza differente e mettono chiaramente in luce l’attenta pianificazione che è stata sviluppata a monte.
Se è quindi vero che leggere il numero uno o il numero cento, per il lettore occasionale, non fa grande differenza, è anche vero che il lettore fedele ha nel tempo accumulato molte informazioni sul passato, sulle relazioni, sulla mentalità e sulla sensibilità dei personaggi fissi. L’attenzione a questo processo di stratificazione sfrutta al massimo il potenziale della serialita’, poiche’ la stabilità del modello di base favorisce la rassicurazione dei lettori, mentre la cura con la quale gli autori aggiungono informazioni sui personaggi, gli ambienti e le relazioni stimola la curiosità e il desiderio di saperne di più. Anzi, proprio questo equilibrio tra nuovo e vecchio sprona in modo deciso la volontà del lettore di esserci, numero dopo numero, e di essere accompagnato “quotidianamente” dalle vicende della criminologa.
Il risultato suona per certi versi ancora più strano se pensiamo che Sergio Bonelli, coinvolgendo Berardi, disse di voler esplicitamente investire sull’autore piuttosto che su un personaggio. Oltre a confermare la piena fiducia verso il talento dello sceneggiatore, un tale atteggiamento conferma la piena libertà progettuale con la quale ha potuto lavorare Berardi, rendendo ancora più importanti e “coraggiose” le scelte di campo realizzate dall’autore.

La ragione del caso - I primi 100 numeri di Julia - immagine2-3490Se quelle appena esposte sono le scommesse vinte dallo sceneggiatore, non è pero’ superfluo soffermarsi su alcuni dubbi che nascono proprio dalle scelte fatte.
Chi scrive ha avuto bisogno di quasi tutti i cento numeri per convincersi della validità dell’impianto. E non mi riferisco a un convincimento razionale, che già da tempo, sul piano teorico, mi affascinava per la sua solidita’, quanto sul piano emotivo. C’e’ voluto parecchio tempo perché le mie aspettative e le sensazioni a esse collegate si “rassegnassero” all’esercizio di stile e al meccanismo della serialità imposti da Berardi. Il desiderio di assistere a una nuova avventura narrativa ed esistenziale senza freni ne’ limiti come in precedenza con la saga di Ken Parker aveva tali radici dentro di me da bloccare il meccanismo identificativo necessario alla passione.
Non solo. La sostanziale staticità di Julia mi colpì in modo troppo forte all’esordio della serie. Credo che l’autore, nel voler da subito mettere tutte le carte in tavola, abbia esagerato nell’esaltare al limite del caricaturale i cliche’ che avrebbero nel tempo costituito la riconoscibilità della serie. Oggi, quegli stessi cliche’, ammorbiditi, limati e perfettamente interiorizzati dagli sceneggiatori e dai disegnatori, appaiono più naturali e rassicuranti proprio come pianificato. Ma l’esordio fu decisamente più straniante e schematico.

Resta tuttavia, nel complesso, una sensazione di eccessivo controllo sulla materia narrativa che riduce non poco lo spazio all’immaginazione e la forza evocativa della serie. Un eccesso di analisi che va di pari passo con lo stile di vita un po’ pedante e spesso forzato della protagonista, con la ricerca di una logica dei sentimenti e dei comportamenti umani fin troppo meccanico, con una pedagogia dell’esistenza che se dall’arte – intesa come manifestazione creativa e trasformativa dell’esistenza – prende vita, dell’arte stessa sembra non tenere conto. Un ripiegamento iper-razionale che trova conferma una volta per tutte nella perfezione stilistica e formale che fa di Berardi uno dei più abili sceneggiatori di fumetti al mondo, ma che porta con se’ costantemente il rischio dell’incapacità di muovere i sentimenti dei lettori, di generare identificazione e di sollecitare riflessioni autentiche e importanti come invece era in grado di fare in passato.

Julia è forse la serie Bonelli più caratterizzata e più interessante sul piano formale, è una “novita’” del panorama italiano che, dopo cento numeri, può già essere presa a riferimento come un classico della serialita’. è anche, pero’, un esperimento “da laboratorio” in continua evoluzione, in progressivo, ossessivo miglioramento, a rischio, tuttavia, della sterilità emotiva ed evocativa. è una certezza che potrebbe tramutarsi in un enigma.

Riferimenti:

Il sito ufficiale della : www.sergiobonellieditore.it

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