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Dylan Dog, il coraggio di essere unico

Dylan Dog, il coraggio di essere unico - immagine1-3345Il numero uno di Dylan Dog torna in edicola, dopo venti anni esatti dalla sua prima pubblicazione. Non è una novita’, viste le numerose ristampe che negli anni hanno permesso a lettori di diverse generazioni di conoscere il fumetto di .
Piuttosto, la nuova grande ristampa, bimestrale, che ripropone tre storie a numero, arricchiva da copertine inedite di , offre la possibilità di vedere in modo più evidente lo sviluppo di questo grande e inaspettato fenomeno editoriale degli anni ’80.
Inutile dire che L’alba dei morti viventi, Jack lo Squartatore e Notti di luna piena sono tre pietre miliari del fumetto popolare italiano. Inutile dire che è qui, in queste pagine, che si porranno le basi di un personaggio e di una serie che, malgrado piccole o grandi modulazioni, resteranno immutati nel corso degli anni e sono ancora oggi uno dei fumetti italiani più seguiti. Puo’ essere invece più interessante rileggere queste storie alla luce di quanto sarebbe accaduto nel corso degli anni, di come Sclavi avrebbe sostanziato le sue angosce e la sua immaginazione nei numeri successivi, e di come si sarebbe (non) mosso il fumetto Bonelli nell’ultimo ventennio.

Torniamo all’inizio, allora, a quei primi racconti che vedono protagonisti un non-investigatore dell’occulto e la sua strana spalla. La freschezza e la consistenza di quelle prime storie è ancora oggi inalterata. I dialoghi di Sclavi, il ritmo della sceneggiatura, la scomposizione della tavola, le necessità psicologiche degli avvenimenti sono solidi, coinvolgenti e maturi. Ancora oggi, quelle storie restituiscono l’entusiasmo della lettura e la percezione non del tutto consapevole della carica innovativa e in parte eversiva del loro sviluppo. Grazie al lavoro dei disegnatori (Stano è inarrivabile ed espressivo come non mai; il compianto Frigo è argentino al punto giusto e tecnicamente efficace nel cambiare registro e scenario da una scena all’altra; Montanari e Grassani, anche se spesso legnosi e poco evocativi, anche se in difficoltà con alcune espressioni del viso dei protagonisti, realizzano alcune tavole di grande impatto e di una rara forza narrativa) Sclavi rivoluziona i tempi e le inquadrature della rappresentazione visiva, producendo un effetto straniante e spiazzante, che al lettore più attento e coinvolto trasmette un senso di inquietudine e di incertezza vivo e credibile.

Le trame prendono spunto dai più classici elementi dell’immaginario collettivo, già letti e visti in tanti racconti e film: gli zombie, i licantropi, le maghe e Jack lo Squartatore, il serial killer per antonomasia. Non sfugga pero’ l’abilità dello sceneggiatore nel rielaborare questi miti e modificarli in funzione dei suoi scopi narrativi. Sempre in bilico tra scienza e magia, Sclavi non esita a sviluppare una riflessione costante ed efficace sul senso dell’umanità e della realtà in cui ci troviamo a vivere. Quegli essere appaiono spesso assenti, immaginati o presentiti, ma fisicamente altro rispetto a quello che ci si possa attendere. Dylan Dog e il suo scetticismo sono il velo che si pone tra razionalismo e istinto, tra verità e finzione, tra apparire ed essere. Grazie alla forza ironica ed eversiva della conduzione del racconto, quelle vicende arrivano al lettore in modo diretto, forte, attuale (ancora oggi) e non retorico.

Ma non tutto funziona. E non tutto appare chiaro nella testa di Sclavi. In particolare, le trame mostrano alcune ingenuità strutturali che sembrano ancora troppo ancorate a un modo altro, vecchio di raccontare una storia avventurosa (due su tutte: nel primo numero, la fuga grazie all’esplosione della custodia del clarinetto; nel terzo numero, la spiegazione poco efficace ed autoreferenziale della prima strega in merito agli esperimenti sui lupi), come se l’autore non si sentisse ancora del tutto libero e in diritto di allontanarsi da certi schemi ormai geneticamente connessi allo stile Bonelli.
I personaggi, inoltre, non sono ancora del tutto messi a fuoco. Dylan Dog appare più sbruffone e sopra le righe di quanto sarebbe diventato successivamente. La sua carica erotica e seduttiva è schematica, semplificata e banalizzata, quasi a esprimere un desiderio meccanico e poco riflessivo dello sceneggiatore. I vezzi di Dylan – il clarinetto, il galeone, l’esclamazione “Giuda Ballerino” – sono sbattuti in faccia al lettore con poca accortezza (anche questi aspetti eredità di un modo vecchio di raccontare e di esaltare la figura dell’eroe), in modo del tutto diverso da come sarebbero diventati nel tempo, espressioni naturali e idiosincratiche di un uomo comune e non di un eroe atipico.
Al contrario, l’imperfezione del “carattere” di Groucho offre più spunti e qualche rimpianto. Nel corso del tempo, anche per opera di altri autori, abbiamo visto Groucho involvere in una macchietta bidimensionale e apparentemente priva di qualunque pensiero sensato e autonomo. Qui, nelle prime storie, la spalla di Dylan è invece una persona tridimensionale che ama giocare e scherzare, ma che si permette di riflettere e di trarre qualche considerazione seria e funzionale allo sviluppo della narrazione.
Se quindi il Dylan degli esordi appare più antipatico e artefatto di quello dei numeri successivi e della maturità della serie, Groucho sembra più vivo e ricco. Ma, in ogni caso, è evidente che Sclavi sta ancora mettendo a fuoco e lavorando sulla psicologia dei personaggi e sulla naturalezza e la spontaneità delle loro azioni.

Il trittico iniziale mostra poi in nuce le potenzialità della serie nel rappresentare e interpretare la realta’, la nostra vita e la sensibilità di un’epoca e di una cultura. Sono flash, brevi spunti, qualche dialogo di passaggio, qualche battuta, qualche anfratto all’interno della trama principale, ma emerge già in parte, frammentario e incerto, l'”umanesimo dylaniano”. Il senso della compassione, l’attenzione alla vita di ogni essere umano, il rifiuto di verità preconfezionate e sterili, l’importanza delle emozioni che accompagnano ogni comportamento e ogni scelta (e la loro pregnanza nell’economia della trama) sono accennate con titubanza o con qualche ingenuo eccesso, proprio come farebbe una persona timida che si manifesta in un gruppo nuovo, in un contesto che non conosce.
è Sclavi che si presenta al nuovo gruppo dei suoi (pochi, all’inizio) lettori, che chiede spazio e fiducia per esprimersi ma che teme il rifiuto, l’incomprensione. Perche’ Sclavi avrebbe moltissime cose da comunicare e avrebbe una voglia matta di condividere la sua visione del mondo, che è un po’ la nostra, le sue paure che sostanziano i nostri incubi quotidiani, nostri e di Dylan Dog.

è già tutta qui la forza evocativa che avrebbe trasformato una semplice serie avventurosa (l’ennesima variazione sul tema) in un fenomeno sociale e culturale. e’ di questa verita’, di questo rischio che l’autore si sarebbe assunto via via con sempre maggior forza e determinazione, che le altre serie Bonelli sono prive. è in questa ricchezza che si misura la forza eversiva di Dylan Dog e della sua voce. Ed è in quella stessa voce che si misurano le debolezze di molte altre serie popolari, prive di quell’autenticità in grado di dare al lettore il senso della serietà di quanto si sta raccontando e di quanto si sta condividendo, l’importanza di assumersi il rischio di modificare modelli precostituiti e azzardare innovazioni espressive e comunicative necessarie e inevitabili.

Dylan Dog Grande Ristampa #1
e AA.VV.
, ott. 2006 – 296 pagg. b/n. bros. – 5,50euro

Riferimenti:
Il sito della Bonelli: www.sergiobonellieditore.it
Un bel sito su Dylan Dog: www.cravenroad7.it/home.htm

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