Interviste

Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all’autore di Valter Buio

Martinello, prove di copertina per Valter Buio numero 9

Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all'autore di Valter Buio - slide_int_bilotta

La serie di Valter Buio, da poco conclusasi, si è rivelata come una chicca che ha avuto l’approvazione della critica e, a quanto pare, anche il gradimento del lettore. Eppure la serie, a partire dalla denominazione, dalla fonetica italica e quasi banale nel suo rifuggire echi transnazionali, non si presentava con effetti schioppettanti. In sincerità, Alessandro, te lo saresti aspettato che il tuo personaggio avrebbe raggiunto un simile gradimento?
Cerco di dedicarmi solo a progetti in cui credo molto, a maggior ragione quando ne sono il creatore e mi coinvolgono per due anni, tutti i giorni. Nessuno mi obbliga a scrivere fumetti e quando posso, cerco per quanto mi è possibile, di proporre ciò che interessa me, che in genere rifugge da echi transnazionali e da effetti scoppiettanti. Che poi io pensi che da questi dovremmo rifuggirne tutti, è un altro discorso che riguarda la mia visione di ciò di cui il fumetto avrebbe bisogno, tutte domande che un autore, secondo me, dovrebbe porsi. Che questo abbia incontrato favori di pubblico e critica, non può che farmi piacere.

Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all'autore di Valter Buio - Dylan_Dog026-228x300Valter Buio, per le sue caratteristiche, poteva soffrire il paragone con quel vero “mostro sacro” rappresentato dal personaggio ideato da Tiziano Sclavi. Tu che di Dylan Dog sei anche sceneggiatore, hai sentito il peso del paragone e l’esigenza di distaccarti dal modello?
So di fare un’affermazione che potrebbe sembrare molto stravagante, ma il mio riferimento principale per scrivere Valter Buio è stato Ken Parker. Le storie realizzate in coppia da Berardi e Milazzo hanno sempre esercitato una grande influenza su di me, ho l’impressione di aver ricercato in ogni cosa che ho fatto quell’attenzione ai personaggi e quel modo di raccontare. Per provocazione, ma non più di tanto, in alcune conferenze ho detto che Valter Buio per me è un western. Intendo che in ogni storia il nostro psicanalista entra in contatto con il mondo da cui proviene lo spirito di turno, la famiglia, il quartiere, gli affetti. In fondo è come se Valter fosse un viaggiatore all’interno della città, di chi la abita e l’ha abitata, un cammino simile a quello di un avventuriero nel vecchio west, di villaggio in villaggio. Per me quindi il genere è semplicemente un vestito, la vera cosa che fa la differenza, a mio giudizio, è il personaggio che lo indossa. È normale che la pietra di paragone dell’horror sia sempre Dylan Dog, perché non credo sia esagerato considerarlo il più importante fumetto horror di tutti i tempi. Valter Buio è un progetto radicalmente diverso perché quando ho la possibilità di creare una serie cerco sempre di esplorare temi, situazioni e modi nuovi, per offrire qualcosa di inedito al lettore e per potermi cimentare con idee che altrimenti non avrei modo di realizzare. E non credo che avrebbe senso fare diversamente.

Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all'autore di Valter Buio - ken_parker001Nei personaggi di Berardi si denota un certo distacco dell’autore dalle sue creature, quasi un compiaciuto disincanto nei confronti delle vicende narrate. L’ironia diviene un filtro di cui si serve l’autore come per cautelarsi, per non farsi invischiare fino in fondo nella narrazione. Al contrario, nella tua serie, si avverte una compassionevole partecipazione dell’autore nei confronti del suo personaggio e degli altri comprimari; al punto da costringermi a chiederti: quanto di Bilotta e quale Bilotta è stato trasferito in Valter Buio?
Condivido quello che dici del Berardi di Ken Parker, ma spesso quando il filtro dell’ironia veniva meno, avvertivo una forte partecipazione dell’autore nei personaggi che raccontava. Con il mestiere ci si può tenere distanti dai protagonisti che si raccontano, ma penso che quando si tratta di realizzare un grande quantitativo di pagine entro dei tempi prestabiliti, è impossibile che l’autore abbia il pieno controllo e, anche non volendo, qualcosa di lui si manifesta nel personaggio. Una battuta, un gesto, il modo di risolvere una situazione. Nei fumetti noto che c’è spesso questa esigenza di prendere in parte le distanze dal proprio personaggio. Nel caso di Valter Buio c’è invece una convinta determinazione e rendere il personaggio quanto più simile a me, perché credo nelle storie in cui l’autore si mette in gioco in prima persona versando il proprio sangue sulla storia.

L’ambientazione di Valter Buio è italiana, Roma per la precisione. Trovo che, come Venezia o Torino, sia una città dal fascino e dal mood giusto per parlare di fantasmi. Eppure non c’è molto delle leggende popolari, delle tradizioni italiane nelle storie di Valter Buio, piuttosto riferimenti all’attualità o al recente passato. C’è una precisa ragione in questa scelta?
Come ti accennavo prima, i temi all’origine delle storie di Valter Buio non vanno ricercati nelle leggende o nelle tradizioni del genere horror. Sono spunti, riflessioni, approfondimenti psicologici che nascono da piccole o grandi domande dell’esistenza. Si parla di angoscia della morte, ossessione di conoscere il futuro, sensi di colpa, desideri di vendetta, paura della solitudine.

Credi che siano stati gli elementi di quotidianità del personaggio, che hanno consentito una facile auto identificazione del lettore, a decretarne il successo o piuttosto il fascino irresistibile che il mondo dell’inconoscibile reca sempre con sé?
Credo che sia stato il fascino che reca il mondo del conoscibile, cioè di quello che già conosciamo e stiamo cercando di conoscere meglio. Credo che questo ci coinvolga tutti.

Domanda classica ma doverosa: è più difficile lavorare con un personaggio proprio o con personaggi creati da altri?
Per me sono due tipi di difficoltà diverse, non riesco a paragonarle. Lavorare su personaggi altrui implica un grande studio per conoscere alla perfezione una serie, essere invisibile pur portando un contributo che sia significativo. Lavorare su un personaggio proprio implica per me un lavoro di ricerca su cosa si vuole raccontare e perché, una domanda che si rinnova sempre nel tempo.

Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all'autore di Valter Buio - dottrina-volume2Una delle tue opere più famose, La Dottrina (con Carmine Di Giandomenico), recentemente completata con la pubblicazione del quarto volume, ha una forte componente di critica sociale. Quanto c’è de La Dottrina in Valter Buio? Sicuramente l’ambientazione legata alla quotidianità. Cos’altro?
Mi interessa raccontare dei personaggi il più possibile credibili, in modo che sia semplice provare empatia per i loro sentimenti. Seguendo questo ragionamento è naturale per me inserirli in un contesto reale, con conseguenti vicende della realtà di tutti i giorni che influenzano le loro vite, come le nostre.

L’insonne Desdy Metus è stato un altro personaggio a vivere le sue avventure in Italia, ma la cui carriera editoriale non è mai stata molto felice. Conosci il personaggio? Credi di aver evidenziato dei punti critici dell’ambientare storie in Italia a cui fare attenzione e che possono significare il successo di una serie o meno?
Conosco molto bene Desdy Metus e quando uscì mi aveva molto impressionato l’impegno di Giuseppe Di Bernardo e Andrea Polidori nello sviluppare una serie in uno scenario italiano. Non credo che ci siano dei punti critici nell’ambientare storie nel nostro paese o almeno non credo che sia questo ad aver trascinato Desdy Metus attraverso una tormentata vita editoriale. Il modello di racconto a cui il fumetto popolare continua a ispirarsi è quello dei film d’azione, ed essendo questa una cultura cinematografica che non ci è mai appartenuta, ambientare storie del genere in scenari italiani può sembrare fuori luogo. Credo che approfondire nuovi temi non possa che far bene a un fumetto che ora più che mai mostra stanchezza ripiegandosi sempre intorno agli stessi stereotipi.

Credi, dunque, che il pubblico che compera il fumetto in edicola sia maturo per apprezzare storie dove non sia l’azione il motore della vicenda ma in cui il nucleo d’interesse sia piuttosto incentrato sulla psiche e l’emotività dei protagonisti?
Non penso che sia più maturo un lettore che sceglie una storia rispetto a un’altra. Certo ho l’impressione che si facciano solo fumetti per chi legge fumetti. Trattare più temi in modi diversi potrebbe solo far bene, avvicinare un maggior numero di persone, anche chi i fumetti non li ha mai frequentati.

 

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Martinello, prove di copertina per Valter Buio numero 9

 

Pensi che il buon risultato conseguito da Valter Buio, un character intimistico e anticonvenzionale, possa rappresentare un punto di riferimento, in senso di nuove tematiche, per una svolta nel fumetto da edicola?
Rappresenterebbe un punto di riferimento se avesse venduto trecentomila copie a numero. Nonostante questo, resta il discorso di prima, penso che possa solo far bene cercare strade nuove.

 

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Ultima tavola da Jan Dix

 

Valter Buio è parso, a un certo punto della sua storia un personaggio votato al suicidio, tanto da far pensare al lettore che la morte del protagonista potesse essere l’unica conclusione della sua vicenda. Peraltro, con la complicità di un fantasma frustrato, si avvicina pericolosamente all’atto estremo nel n.9, Elena Fioravanti. Poco tempo prima Jan Dix, il personaggio di Carlo Ambrosini, concludeva la sua avventura, terrena ed editoriale, gettandosi con l’auto contro un treno. Trovi una qualche relazione fra i due personaggi e le due vicende? O forse, addirittura, la scioccante fine del personaggio di Ambrosini può avere influenzato, in qualche modo la tua narrazione?
Valter non si suicida, anzi potremmo dire che neanche tenti di farlo. Penso che il suicidio sia un atto estremo, così terribile e figlio di un dolore tanto profondo che si possa riuscire a raccontarlo con competenza e rispetto solo se è un’esperienza che ci ha sfiorati. A parte questo, non credo comunque che le caratteristiche psicologiche di Valter siano quelle di un suicida, c’è in tutta la serie un richiamo all’acqua, un’attrazione verso di essa come destino e come simbolo psicologico del sentirsi e del lasciarsi affondare. La vicenda di Valter penso che si concluda con qualcosa di molto meno ottimista della morte del protagonista, ma questo non voglio essere io a dirlo. Seppure preferissi Napoleone, seppure alcuni episodi non mi abbiano appassionato, di Jan Dix ho tutta la stima possibile. Se posso permettermi il paragone, credo che abbia in comune con Valter Buio la ricerca di un personaggio che si allontani dagli schemi più classici. Episodi come il numero 7, La guerra, li trovo tra i più belli che abbia mai letto in una serie.

 

Ti sei trovato a tuo agio con il formato e gli stilemi “bonellidi”? Preferisci rivolgerti al lettore attraverso il prodotto seriale o privilegeresti maggiormente le graphic novel.Il signor Alessandro Bilotta ci racconta… Intervista all'autore di Valter Buio - post-16-1300527904
Credo che ogni storia abbia il suo modo di essere raccontata. Per Valter Buio ho ricercato uno stile molto semplice perché semplici volevo mantenere la natura dei personaggi e delle storie, quasi riducendole all’osso, che è ciò che si vede quando si è scavato a fondo nella carne.

Il personaggio nasce con l’esplicito intento di essere una miniserie, quindi con una fine vera e propria al termine della vita editoriale. Come ti ha influenzato questo formato editoriale nello scrivere la serie?
Io e i disegnatori abbiamo lavorato sulla miniserie come se dovessimo farla proseguire più a lungo possibile. Quando si è verificata questa possibilità, ci siamo resi conto che non c’erano le condizioni pratiche per garantire la stessa qualità. Ogni numero è leggibile separatamente, ma, in questi che considero ancora i primi dodici, le sottotrame, legate soprattutto alla vita privata dei personaggi, vanno avanti proprio come nella vita di tutti i giorni.

Ci puoi dire a cosa stai attualmente lavorando e a che tipo di fumetto, se non esistessero vincoli commerciali di alcun tipo, ti piacerebbe, idealmente dedicarti.
Attualmente continuo a collaborare con Dylan Dog e ho iniziato a farlo con Dampyr. Sul Giornalino esce una serie umoristica che ho creato insieme a Oskar, che la disegna. S’intitola Corsari di classe Y. Se non esistessero vincoli di alcun tipo, mi piacerebbe realizzare una serie da edicola in stile Sex & the City. Ti lascio immaginare quale sarebbe la City.

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