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EDITORIALE: Arte vs Intrattenimento, la “specializzazione” dell’autore italiano

EDITORIALE: Arte vs Intrattenimento, la "specializzazione" dell'autore italiano - immagine1-3251Nel mondo del fumetto si ripresenta ciclicamente nel corso degli anni la disputa sterile e irrisolta tra Arte e Intrattenimento. Si tratta di due concetti talmente in opposizione da incontrarsi continuamente, per quella strana e inevitabile attrazione degli opposti.
Con la volontà di reprimere qualunque forma di pregiudizio e di facile categorizzazione, Lo Spazio Bianco ha da sempre cercato di osservare il fumetto e ogni sua espressione per quella che e’, cercando di comprenderne il valore in relazione al contesto produttivo, creativo e distributivo in cui si manifesta. Non esistono a priori prodotti di serie A e di serie B. Esistono storie fatte meglio o peggio, qualunque siano le sue caratteristiche e le sue intenzioni.
Osservando l’insieme delle pubblicazioni, non vi è dubbio tuttavia che una tale divisione persista. A volte come pura esigenza editoriale (accentuare il taglio artistico piuttosto che d’intrattenimento con il “vestito” che un’opera indossa), a volte come ambizione più o meno esplicita dell’autore, a volte come vera e proprio mission aziendale. All’interno di queste fragili barricate, supposte e presunte ma a volte reificate, si rischia di cadere nell’errore di irrigidire e imbavagliare le potenzialità artistiche del nostro amato mezzo di comunicazione. Nelle numerose (ma insufficienti) produzioni italiane, sembra esista il principio della specializzazione.
EDITORIALE: Arte vs Intrattenimento, la "specializzazione" dell'autore italiano - immagine2-3251L’autore “Bonelli”, per esempio, rappresenta l’archetipo dell’intrattenitore di razza che sembra voler rifuggire qualunque produzione fumettistica che lo metta più direttamente a confronto con la nostra società e le nostre ansie quotidiane. All’interno di una torre (che si spera essere dorata) produce a ritmi più o meno elevati (ma complessivamente sopra la media) pagine e pagine di fumetti che si discostano raramente da un modello familiare e conosciuto.
Al contrario, l’autore “indipendente”, carico e responsabile dell’attualità e della fatica del vivere, sembra muoversi sicuro e giudicante nelle librerie specializzate a parlarci di animali in via di estinzione e di ricordi della propria infanzia unica e leggendaria.

Purtroppo, di queste semplificazioni, volutamente grottesche e caricaturali, il mondo del fumetto sembra essere pieno, ripeto, più per meccanismi interni allo stesso che per volontà dei lettori o della fantomatica critica.

Ma il punto centrale, reale e pesante come un macigno, è che sembra essere scomparso l’autore “flessibile”, che desidera sperimentare le proprie capacità e le proprie emozioni, e che soprattutto desidera confrontarsi con lettori diversi, mossi da aspettative e desideri differenti. La diversificazione, prima che editoriale, dovrebbe essere culturale e artistica. Certo, l’assenza, negli ultimi decenni, di contesti produttivi ed editoriali che favoriscano questo tipo di apertura è senz’altro co-responsabile di un processo di isterilimento delle idee e della volonta’. Così come l’abitudine a considerare il mondo del fumetto come monolitico e definito a priori.

Eppure, nella mente di chi scrive è sempre più forte la convinzione che solo nel nucleo primario, fecondo e generativo della creatività degli autori debba trovare nuovo spazio e nuova energia la volontà di sperimentare, differenziare, mettersi in gioco con prodotti diversi, accettandone il rischio, l’incertezza e, perché no, salutandone l’inaspettato successo.

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