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Mister O e Mister I: i problemi di stile di Lewis Trondheim

GUIDA PRATICA DI SALVATAGGIO IN TRENTA LEZIONI

non si smentisce mai. Già conosciuto in Italia per le esilaranti strisce di Monolinguisti e altri esercizi di stile, continua ora a stupire e a divertire con le vicende di Mister O e di Mister I, personaggi ridicoli, nervosi, ingordi, astuti (ma non troppo…), determinati. Mister O e Mister I: i problemi di stile di Lewis Trondheim - immagine1-3112Tutte qualità che è facile attribuire al genere umano, se non fosse che i due signori in questione di umano hanno ben poco. Mister O e’, guarda caso, un omino tondo e buffo con due stanghette per gambe e due per braccia; Mister I è un personaggio altrettanto strambo simile ad un wurstel con gambette e braccine esili.
Si tratta della riedizione di due suoi primi lavori, ora curati dall’editore Guy Delcourt (2005) nella collana Shampooing. Direttore della collection è (ovviamente!) il Nostro che, come recita la fascetta pubblicitaria dei due albi, assicura che la collana è stata pensata “pour le grands qui savent rester petits et les petits qui veulent devenir grands” (trad: “per i grandi che sanno restare piccoli e i piccoli che vogliono diventare grandi”).
In “Mister O” Trondheim racconta, variandolo in sessanta vignette e ripetendolo per ben trenta volte, un unico tema: superare un dirupo con l’ausilio di qualsiasi mezzo. La scena iniziale vede sempre Mister O avvicinarsi con nonchalance al dirupo, la scena finale si chiude con il tentativo fallito del personaggio. La cosa pero’ non è mai monotona o scontata, visto che Mister O aguzza via via l’ingegno e utilizza anche altre comparse per arrivare al suo fine. Persino Mister I compare qui in alcune scene e, com’e’ sua consuetudine, la preoccupazione maggiore è mangiare.
Anche in “Mister I” Trondheim racconta, sempre utilizzando la stessa struttura che troviamo in “Mister O”, un unico tema: afferrare e divorare quello che di volta in volta gli si presenta, senza per questo andare incontro alla morte o alla decapitazione. La scena iniziale vede sempre un tranquillo Mister I camminare senza tentazioni di sorta, la scena finale lo vede invece perdente e morto di fame a bocca asciutta: la mela, la torta, la carota, il gelato, o qualche altro succulento cibo, finiscono sempre nelle mani sbagliate.

 

TRA METAFUMETTO E REGOLE DA TRASGREDIRE

La bravura di Trondheim è quindi quella di variare, variare e variare, di dimostrare sempre che le potenzialità del fumetto sono infinite, che i limiti della pagina o di un albo gli stanno sempre stretti ma che, in mancanza d’altro, si può sempre stupire e lavorare di fantasia.
I problemi di Trondheim, infatti, sono problemi di stile. Variare tot volte un unico tema equivale in letteratura agli sforzi che si traducono con il dire la stessa cosa, ma in modi diversi. Problemi di stile, appunto. La retorica classica non ne è mai stata estranea, anzi. La preoccupazione maggiore è stata sempre quella di definire lo stile nella maniera meno ambigua possibile e di non ridurlo mai a mero ornamento e deviazione dalla norma, dal parlare asciutto e neutro, dallo scrivere senza orpelli. La BD francese punta anche sulla possibilita’, tutt’altro che remota, che il fumetto possa e debba dimostrare di essere in grado di disegnare la stessa cosa ma in modi sempre diversi. Divertendosi e stupendo, al contempo, i lettori.
Raymond Queneau, lo abbiamo ribadito in altra sede (vedi il link sotto), c’e’ riuscito raccontando 99 volte la storia dell’omino dal cappello floscio nei suoi riuscitissimi Esercizi di stile; Trondheim, stavolta senza l’ausilio di parole, didascalie o onomatopee, ha moltiplicato la possibilità di raccontare solo una volta l’esile vicenda di Mister O e di Mister I, presentando i suoi personaggi sempre indaffarati a trovare una soluzione per lo stesso “caso”, in trenta capitali lezioni. Ma, si chiedono i teorici della letteratura, dire la stessa cosa in modi diversi non è dire, alla fin fine, una cosa diversa? Certo. E, allora, quello che in letteratura è l’assillante problema della sinonimia (e la filosofia del linguaggio ha avuto, e ha tuttora, un bel daffare per risolvere dignitosamente la faccenda), nel fumetto diventa il problema della scelta dell’aneddoto da raccontare e delle gags da cambiare.
Il risultato non è mai scontato, non è mai banale. Trondheim disegna quindi la stessa cosa, ma senza annoiarci e trova sempre nuova linfa per rendere quell’unico tema sempre diverso, tanto da dare l’impressione di aver disegnato, appunto, un’altra cosa. Ancora fumetto metafumetto, ancora riflessioni sullo stile, ancora autotelismo dell’arte.

 

IL “PIU’ O MENO” DI TRONDHEIM

Il XX secolo ha prodotto di continuo arte che ha guardato esclusivamente verso se stessa, ignorando i rapporti mimetici e le implicazioni di ordine etico e morale. Un’idea piuttosto snob ed elitaria dell’opera d’arte. Un’idea che ha condotto prima i critici formalisti, poi i new critics e in seguito gli strutturalisti, a vedere la massima espressione dell’arte del novecento nell’astrattismo, in pittura, e nelle avanguardie e nello sperimentalismo, in letteratura.
Trondheim tenta di ribadire cosi’, alla sua maniera e secondo il suo stile, che anche il fumetto pretende di conquistare uno spazio nell’olimpo della creazione artistica e che la BD, alla pari delle altre muse, può esprimere tutte le tonalità possibili e tutte le potenzialità della lingua francese. Questi esperimenti, ci rammarica un po’ dirlo, non trovano infatti negli artisti italiani l’adeguato consenso.
La difficolta’, una delle tante che qui si presentano, è che in queste sue pagine non c’e’ spazio per la parola. Il nostro autore crea delle contraintes (costrizioni, ndr) a cui è felice di sottostare: niente parole, niente sfondo, nessun disegno definito e ornato, nessuna logorrea che ci ricordi altri suoi personaggi già noti al pubblico italiano. Se non facesse cosi’, non si divertirebbe! Il lettore smaliziato di Trondheim, che ormai ha imparato a conoscere l’autore, lo segue nei suoi giri e ride delle sue trovate. Un artista “normale” avrebbe inteso la propria creazione in termini meno originali e problematici: avrebbe varato tutte le possibilità (la sinonimia…), avrebbe presupposto una cosa da dire (la referenza), avrebbe scelto tra i diversi modi di dirla (l’intenzione d’autore). Qui, invece, l’autore non vuole scegliere, si rifiuta di selezionare dall’asse delle possibilità le sue decisioni. Il fatto palese a tutti è che Trondheim dice sì la stessa cosa, ma in modi più o meno diversi. Ed è questo “più o meno” che fa la differenza e salva il suo stile dal già dato e dal già conosciuto.

Mister O e Mister I: i problemi di stile di Lewis Trondheim - immagine2-3112Mister O e Mister I
di Lewis Trondheim
Guy Delcourt editore (Collana Shampooing)
32 pagg. col. cart. – 9 euro cadauno

Note
Dello stesso autore e sulla sua versione degli “Esercizi di stile” di Queneau si legga l’articolo Monolingiusti e altri esercizi di stile.

Riferimenti:
Sito ufficiale di Lewis Trondheim: www.lewistrondheim.com
Sito dell’editore: www.editions-delcourt.fr

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