Cinema e TV

Il cinema di Lucio Fulci

Il cinema di Lucio Fulci - immagine1-3104Fulci apparteneva a quella generazione di uomini di cinema che si identificavano con la loro professione, di cui sapevano gestire ogni aspetto, dalla produzione alla regia, dal montaggio agli effetti speciali. Assieme a lui maestri di tecnica cinematografica come Bava, Lenzi, Freda e altri, spesso indicati come “artigiani” in senso dispregiativo, sono i rappresentanti più autorevoli di una generazione che sapeva far cinema con poco o nulla, puntando prevalentemente sulle idee e sulla proverbiale arte d’arrangiarsi. Ma era anche un intellettuale, che aveva studiato medicina prima di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia, che aveva lavorato come critico d’arte, un uomo che faceva cinema anche per motivi “alimentari” ma che, rispetto a tanti registi improvvisati che hanno portato all’esaurimento per saturazione i vari generi e filoni cinematografici italiani, riusciva ad imporre ai propri film una forte impronta personale. Uno stile permeato da un marcato gusto per il macabro, che traspariva anche quando girava commedie o western, ma sempre stemperato da un’ironia di fondo.

DA TOTo’ A FRANCO E CICCIO, LA COMMEDIA DEI GUITTI

I suoi inizi sono come sceneggiatore, un’attività non secondaria rispetto a quella registica,che lo vide apporre la sua firma a titoli storici della commedia all’italiana quali Un americano a Roma (Steno, 1954) e Un giorno in pretura (Steno, 1954), oppure ad alcuni celebri film di Toto’ come Toto’ all’Inferno (Camillo Mastrocinque, 1954) e Toto’, Peppino e la Dolce Vita (Sergio Corbucci, 1961). Alla regia Fulci arriva in maniera piuttosto casuale, senza troppa convinzione: “Avevo rifiutato di fare Toto’ all’Inferno perché speravo di esordire meglio. Poi mi sposai ed improvvisamente mi accorsi che non avevo più una lira e che avrei dovuto fare il primo film che mi proponevano”.
L’occasione arrivo’ nel 1959 con I ladri, commedia poco riuscita con un Toto’ fuori ruolo voluto dai produttori per risollevare le sorti di un film nato col piede sbagliato, e che alla fine si rivelo’ comunque un insuccesso. Nello stesso anno dirige il “musicarello” I Ragazzi del Juke-Box, esordio sul grande schermo di Adriano Celentano (Fulci è tra gli autori di alcune sue hit dell’epoca come Il tuo bacio è come un rock e 24000 baci), seguito nel 1960 da Urlatori alla Sbarra dove il molleggiato è accompagnato da Mina e dal consueto stuolo di caratteristi comici (Giacomo Furia, Mario Carotenuto). Ancora in attesa della sua vera occasione, Fulci vede nel cinema di genere l’opportunità di guadagnarsi da vivere facendo cio’ che ama di più, confortato in questo dal buon esito commerciale delle sue commedie. Particolarmente riuscita la lunga serie di film interpretati dalla coppia comica formata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che proprio sotto la direzione di Fulci vide la propria definitiva consacrazione cinematografica in termini di popolarità e successo. Da I Due della Legione a Il Lungo, il Corto, il Gatto, si tratta di undici pellicole realizzate tra il 1962 ed il 1967 considerate anche dalla critica più severa come le più dignitose e professionali girate dai due comici siciliani. Fulci riuscì a cogliere l’anima della comicità istintiva e viscerale di Franchi e Ingrassia, che lui considerava secondi solo a Toto’, riuscendo ad esaltarne le peculiarità fisiche, mimiche e linguistiche in pellicole che li ponevano di volta in volta in relazione alle più disparate ambientazioni e contesti narrativi. Costante in questi film è la contaminazione dei generi, caratteristica da sempre cara al regista, per cui in titoli come 002 Agenti Segretissimi (1964) e ancor più in 002 Operazione Luna (1965) possiamo rintracciare i prodromi di quella tendenza al fantastico che si concretizzerà di lì a poco nel cinema di Fulci.

ANTONIN ARTAUD E IL CINEMA DELLA CRUDELTa’

Beatrice Cenci (1969) è una delle operazioni più ambiziose e personali dell’autore, un film che costituisce un vero spartiacque nella sua filmografia. Nel portare sullo schermo la triste vicenda della cinquecentesca nobildonna romana giustiziata per ordine di Papa Clemente VIII perché oso’ ribellarsi alle violenze subite da parte del padre, Fulci calca la mano sia sull’aspetto truce della storia che nel suo sottotesto politico, realizzando un film scomodo che fu maltrattato dalla critica e duramente osteggiato dal Vaticano. Già nel 1966 con il suo primo atipico western Le Colt Cantarono la Morte e fu: Tempo di Massacro, il regista romano aveva iniziato una propria ricerca sul tema della violenza e della sua rappresentazione cinematografica partendo dal concetto di crudeltà elaborato da Antonin Artaud. Il celebre autore francese nel suo Teatro della Crudelta’ si serviva della violenza quale mezzo per scuotere la coscienza dello spettatore, e stimolare una nuova e più consapevole percezione della realta’. Similarmente nel cinema di Fulci l’orrore non è tanto portatore di metafore e sottotesti socio-politici come in tanto horror americano degli anni ’70, quanto un’esperienza visiva e sensoriale attraverso vari stadi, che vanno da quello più onirico di film come L’Aldila’ (1981) o Le Porte del Silenzio (1992), a quello più grafico e splatter di Zombi 2 (1979) o Paura nella città dei morti viventi (1980). I primi concreti avvicinamenti del regista verso l’horror vero e proprio si hanno con la felice stagione del thriller all’italiana, quello inaugurato da Mario Bava e portato a completa maturità da Dario Argento, cui Fulci contribuisce con capolavori quali Una sull’altra (1969), Una lucertola con la pelle di donna (1971) e soprattutto Non si sevizio un paperino (1972). A questi titoli dalle forti connotazioni erotiche, che ruotano attorno ai temi della colpa e del peccato con notevoli legami alle tradizioni e alle superstizioni popolari del nostro paese, segue curiosamente una fase in cui Fulci torna alla commedia con film come All’onorevole piacciono le donne (1970), satira politica con un Lando Buzzanca onorevole cattolico ossessionato dal sesso, e Il Cavaliere Costante Nicosia Demoniaco, ovvero: in Brianza (1975) ancora con Buzzanca. Realizza inoltre due fortunati film d’avventura per ragazzi, Zanna Bianca (1973) e Il Ritorno di Zanna Bianca (1974), oramai divenuti due piccoli classici nel loro genere, nonche’ due tardivi spaghetti western, il notevole I Quattro dell’Apocalisse (1975) con i divi Tomas Milian e Fabio Testi, ed il trascurabile Sella d’argento (1978) con Giuliano Gemma. Prima della lunga e determinante stagione dell’horror maturo di , c’e’ tempo per la commedia sexy La Pretora (1976) con la Fenech, per lo sceneggiato televisivo Un uomo da ridere (1978) con uno straordinario Franco Franchi in un ruolo fortemente autobiografico dagli inattesi risvolti drammatici, e per il crudissimo, sadico poliziesco Luca il contrabbandiere (1980) interpretato da Fabio Testi.

Il cinema di Lucio Fulci - immagine2-3104

IL POETA DEL MACABRO

Se Sette note in nero (1977) segna il ritorno del regista al thriller alla fine del decennio, è Zombi 2 (1979) che segna il suo definitivo approdo all’horror puro, genere che gli regalerà le maggiori soddisfazioni professionali e la definitiva consacrazione come autore di culto sia in Italia che all’estero, tanto che i francesi conieranno per lui il titolo di “poeta del macabro”. Proprio Zombi 2 sarà un enorme quanto inatteso successo commerciale. Non si tratta di un sequel del film di Romero, dal quale si discosta lasciando da parte ogni riferimento politico e riallacciandosi invece alla più tradizionale figura del morto vivente d’origine caraibica e ai riti voodoo. Il film si fa apprezzare come uno dei primi veri esempi di gore italiano, e gli efficacissimi effetti speciali curati dallo specialista Giannetto De Rossi sottolineano alcune scene passate alla storia del genere, come l’occhio di Olga Karlatos trafitto da una scheggia o il combattimento acquatico con lo squalo. Il finale, con gli zombi che si apprestano ad attraversare il ponte di Brooklyn e ad invadere New York, anticipa La terra dei morti viventi (2005) dello stesso Romero. Ancora zombi nel cinema di Fulci, che prosegue la sua personale trilogia con Paura nella città dei morti viventi (1980) e L’Aldila’ (1981). Se il primo è un riuscitissimo mix d’orrore visionario e violenza splatter, il secondo è forse il capolavoro del regista, il quale riesce ad ovviare ai limiti di budget e far ricorso alla propria sapienza tecnica per mettere in piedi un film onirico e d’atmosfera in cui gli orrori provenienti da una porta per l’aldilà rimasta aperta dopo un efferato fatto di sangue, paiono avvolti in un clima gotico fatto di ombre e nebbie reso estremamente suggestivo dalla fotografia di Sergio Salvati. Assieme a questa trilogia, l’inquietante Quella villa accanto al cimitero (1981) ed il violentissimo thriller Lo squartatore di New York (1981) rappresentano forse l’apice creativo di Fulci il quale, dopo la parentesi fantasy di Conquest (1983) e I guerrieri dell’anno 2027 (1983) e l’erotico Il miele del diavolo (1986), si troverà sempre più spesso a dover lavorare con budget ridotti all’osso e a fronteggiare sempre più frequenti dissidi con i produttori nonche’ gravi problemi di salute. Il risultato saranno pellicole poco ispirate come Manhattan Baby (1982) e Aenigma (1987), o strani ibridi come Murderock – Uccide a passo di danza (1984), che potremmo definire un Flashdance in salsa thriller.
Alla fine degli anni ’80 oramai il cinema di genere italiano esala gli ultimi respiri, relegato ai margini della distribuzione cinematografica, snobbato dal pubblico oramai ubriaco di tv e sopraffatto dagli effetti sempre più speciali di Hollywood. Dopo il vano tentativo di rigiocarsi la carta dei morti viventi con Zombi 3 (1988), che Fulci lascio’ a metà riprese e che fu poi completatati da Bruno Mattei, il regista romano giro’ alcune pellicole per la tv (La dolce casa degli orrori, La casa nel tempo, 1989) ed alcuni piccoli film pensati per il mercato estero e distribuiti in Italia solo in home video (Quando Alice ruppe lo specchio, Sodoma’s Ghost, 1988), mentre Demonia (1989) ebbe l’onore di una fugace distribuzione estiva. Si tratta di pellicole piuttosto raffazzonate, girate senza convinzione e per scopi puramente alimentari. Ampie sequenze di Quando Alice ruppe lo specchio e Sodoma’s Ghost furono riutilizzate nel 1990 per quello che è senza dubbio il più curioso titolo dell’intera filmografia di Fulci, Un gatto nel cervello, pellicola autobiografica in cui il regista appare come protagonista principale nei panni di se’ stesso. Ironia e psicanalisi sembrano alternarsi in un film in cui l’autore, ossessionato dai suoi stessi film, s’interroga sul suo ruolo e sugli orrori portati sullo schermo, lanciando frecciatine a chi sostiene teorie moralistiche secondo cui la violenza rappresentata nell’arte genera a sua volta violenza. Con Voci dal profondo (1991) e Le porte del silenzio (1992) un Fulci oramai malato confeziona due film tutt’altro che disprezzabili, soprattutto il secondo, prodotto da Aristide Massaccesi, un thriller psicologico dai rimandi bergmaniani. Negli ultimi anni di vita Fulci troverà l’affetto ed il sostegno del rivale di sempre Dario Argento, che si prenderà carico delle spese mediche necessarie a curare il diabete che l’aveva costretto sulla sedia a rotelle. Insieme prepareranno quello che avrebbe dovuto essere il grande ritorno di Fulci al cinema, ma la morte sopraggiunse nel marzo del 1996, poco prima dell’inizio delle riprese de La maschera di cera poi realizzato da Sergio Stivaletti. L’affetto dei fan e l’attenzione della critica specializzata resero meno amaro al regista l’ultimo e più difficile periodo della sua esistenza, e lui, con l’ironia che ne mitigava l’indole burbera, affermava d’essere egli stesso uno zombi, “l’unico regista horror ad essere stato riscoperto da vivo”.

Riferimenti
Fan-site dedicato a Lucio Fulci: Tribute To Lucio Fulci
Sito in lingua inglese su Lucio Fulci: Shocking Images

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Spazio Bianco: nel cuore del fumetto!

Inizio