Interviste

Dietro le quinte del Corazza: intervista a Wu Ming 2

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Dietro le quinte del Corazza: intervista a Wu Ming 2 - immagine1-2963I lettori di fumetti potrebbero non conoscere il gruppo Wu Ming: come ti piacerebbe descriverti, per far sapere chi è Wu Ming 2?
Wu Ming è una band di scrittori, un laboratorio narrativo, una bottega di storie. Seguendo l’ordine alfabetico dei nostri cognomi, ci siamo attribuiti un numero progressivo. Quando, come singoli, facciamo e diciamo cose che rientrano nella strategia collettiva, ci firmiamo col nome del gruppo seguito dal numero. In tutti gli altri casi, mi chiamo Giovanni.

Perche’ il Corazza è diventato un fumetto?
La colpa è di Marco Schiavone di Alta Fedelta’. è stato lui a chiedermi se mi interessava una collaborazione fumettara. Il racconto era pronto e già aveva subito una prima trasfigurazione sotto forma di reading-concerto. Mi intrigava l’idea di espanderlo ulteriormente, di allargare il campo. L’ho proposto a Marco e abbiamo aperto le danze.

Com’e’ iniziata la collaborazione con Catacchio?
Anche qui, ha fatto tutto Marco. Ha proposto il lavoro a Onofrio, ci ha fatto incontrare in un bar. Ci siamo piaciuti, ci siamo sposati.

Qual è stato il modus operandi per tradurre il racconto in fumetto?
Questo sarebbe più giusto chiederlo a Onofrio, perché è lui il vero responsabile “artistico” del fumetto. Lui ha sceneggiato, lui ha disegnato. Alla fine, mi ha sottoposto il materiale per una revisione sui testi, che avevano bisogno di un’asciugatura drastica, altrimenti si rischiava l’effetto “racconto illustrato” più che “racconto grafico”. Ho impugnato l’accetta, ho fatto una piccola strage e ho rispedito il tutto.

Come avete deciso lo stile e l’impostazione da dare a questa versione a fumetti?
Il testo originale è molto poco dialogato, essendo per il 90% un racconto in prima persona. Onofrio ha preferito mantenere questa caratteristica: mi ha fatto vedere alcune tavole di Bilal, come esempi della direzione che intendeva seguire. L’idea mi è piaciuta, ma tieni presente che dal mio punto di vista questa doveva essere l’ennesima versione (in questo caso a fumetti) di un racconto che ne aveva già avute 3 scritte, una in musica, una in diapositive, eccetera. Non volevo intromettermi più di tanto. Un conto è se scrivi un soggetto perché se ne tragga un film, un fumetto o altro. Un conto è se hai scritto un racconto – e quindi hai già narrato la storia che ti interessava – e poi qualcun altro ti propone di raccontarla di nuovo, magari con un mezzo diverso. In quel caso, secondo me, è meglio se ti mantieni distante, così che la novita’ del racconto non stia solo nella novita’ del mezzo espressivo, ma soprattutto nelle scelte nuove che un nuovo autore fa, a partire dal tuo testo. Se mai si farà un film da “Q”, ad esempio, mi guardero’ bene dal collaborare alla sceneggiatura. Con questo, sia chiaro, non sto prendendo alcuna distanza dal lavoro di Onofrio, che trovo ottimo proprio perché autonomo.

Com’e’ avvenuto il contatto con AF?
Marco Schiavone mi aveva intervistato anni fa per un web magazine che si chiama WeMa. Mi ha scritto di nuovo, ho risposto.

Come conciliare il formato chiuso (libro pubblicato, da comprare) con le future eventuali revisioni?
Il libro pubblicato è una versione possible, cartacea. Chi vuole può scaricare/modificare le versioni successive, come succede per i programmi di software.

Da alcune parti (vedi alcuni articoli apparsi sulla rivista Mucchio Selvaggio) siete stati accusati di essere in contraddizione nel pubblicare i vostri i libri da Mondadori, e nello stesso tempo parlare di copyleft. Dal vostro punto di vista esiste questa contraddizione?
La presunta contraddizione non è sul copyleft. I nostri libri sono copyleft, chiunque può riprodurli con qualunque mezzo, purche’ non a scopo di lucro. Su questo, credo, nessuno può dire alcunche’.
La contraddizione, invece, sarebbe tra l’essere schierati a sinistra e il pubblicare per B***** (proprietario di Mondadori, dunque di Einaudi). Perdonami se non entro nello specifico, ma abbiamo sviscerato quest’annosa questione in decine di interviste. Il succo e’: all’Einaudi nessuno censura i nostri contenuti che sono, credo, del tutto in antitesi col tipo di mondo proposto da quel signore. Viceversa, all’Einaudi hanno creduto nella pubblicazione copyleft, cosa che nessun’altra major, ai tempi di “Q”, si sognava di fare. Certo i nostri libri fanno fare soldi anche all’Ottavo Nano, ma perché, il problema del Cav. Bananas è che ha troppi soldi? Se la logica è questa, allora per essere di sinistra non ci si dovrebbe sporcare le mani con l’impresa capitalista e via discorrendo. Percorso ammirevole, ma diverso dal nostro, che mi pare altrettanto legittimo.
Sono convinto che la contraddizione più grossa la vivano invece certi soggetti che hanno tradotto il loro essere di sinistra in antiberlusconismo militante. Costoro, quando B**** sarà tornato nella pattumiera della storia non avranno più nulla da dire. Nulla di sinistra, quantomeno.

Perche’, secondo te, la stragrande maggioranza di autori, in qualsiasi campo, non sposano la vostra filosofia sul copyleft?
Perche’ non è stata una loro idea… No, in realtà dovrei fare il bravo e dire che qualcosa si sta muovendo – case editrici, scrittori come Pispisa, De Michele e diversi altri. In realta’, ammetto che dopo sette anni mi aspettavo un’adesione più vasta. Credo che ormai nessuno abbia “paura di non vendere”, piuttosto è evidente che molti non la considerano una battaglia essenziale. Aderirebbero solo in cambio di un ritorno d’immagine importante, cosa che il copyleft non garantisce affatto. In Italia va sui giornali chi salva le foreste con la carta ecologica. Di salvare la cultura non frega niente a nessuno.

Come tutti gli altri vostri scritti, anche la Ballata del Corazza è copyleft: in un ipotetico scenario in cui il copyright non esistesse più, come cambierebbe la cultura? E il modo di fare cultura?
Intendiamoci sul termine copyright: se lo intendi come diritto d’autore, allora non credo che debba scomparire, ma solo essere limitato proprio nei suoi aspetti di copy right, cioe’ il diritto che chiunque dovrebbe avere di copiare un’opera con qualsiasi mezzo senza sfruttarla per fini commerciali (la qual cosa spetta all’autore, e rimane un suo diritto). I cambiamenti sarebbero da un lato molto vasti, dall’altro diventerebbero “legali” tante pratiche collettive che esistono già ma sono considerate illecite: file sharing, p2p, fotocopia, plagio, masterizzazione… In generale, i prodotti culturali sarebbero più liberi di circolare, dunque più vivi e seminali, e forse si tornerebbe, nel caso della letteratura, a una dimensione più performativa, dove lo scrittore non si ferma al testo, ma deve inventarsi modi di fruizione diversi dalla lettura individuale: letture sceniche, reading, cantastorie, videoclip…

Con la Ballata del Corazza intendete chiedere molto ai lettori: avete idea di quale sia il vostro tipo di pubblico?
No. Di sicuro siamo abbastanza esigenti e di conseguenza ci tocca un “pubblico” molto esigente. Di quelli che a volte ti rimproverano perché non sei abbastanza te stesso.

Quante persone vi hanno proposto, per ora, modifiche alla storia? E a quale livello?
Una quarantina, con tre diverse versioni ufficiali. Il fumetto è tratto dalla seconda. Si va da minuscole revisioni a proposte di inserimento, a riscritture integrali fino ad arrivare a un paio di racconti che sono semplicemente ispirati dal Corazza ma con l’originale non hanno più niente a che spartire. Nell’elaborare le versioni successive del racconto, mi sono sforzato di utilizzare qualcosa di tutti i suggerimenti, anche i più distanti.

Dietro le quinte del Corazza: intervista a Wu Ming 2 - immagine2-2963In un ipotetico scenario in cui qualsiasi lettore può modificare l’opera che legge o vede, che significato assumono le definizioni “opera d’arte”, “autore”, “lettore” e “critico”?
Non credo si tratti di uno scenario tanto ipotetico. Nessuna opera d’arte è statica: chiunque – individuo o comunità – la modifica nel cervello o nell’immaginario. Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica noi possiamo permetterci un lusso in più: modificare l’opera nella realta’, senza modificarla in modo permanente. Mi spiego meglio: al tempo dei codici miniati se io intervenivo su un testo, che magari era l’unica copia esistente di quell’opera, modificavo l’opera in quanto tale. Non c’e’ nulla di male – e molti lo facevano con le loro annotazioni, senza troppa riverenza – ma capisco che sia un tipo di intervento troppo radicale, molti si sentirebbero “bloccati” da questa situazione. Oggi invece abbiamo il file di un romanzo: se anche cento persone lo modificano, il file originale non va perduto, la modifica non avviene a discapito dell’opera di partenza e il risultato sono due prodotti, cioe’ una maggiore ricchezza. Idem per una foto, un dipinto, una statua. Se proprio ci interessa, possiamo salvaguardare l’originale e usarlo come punto di partenza di un’illimitata reinterpretazione, non più soltanto cerebrale, virtuale, ma pratica ed effettiva.

Attraverso “Giap” (sia la raccolta di scritti pubblicata con Einaudi che la rivista online) e ora anche con “La Ballata del Corazza”, avete stimolato (o cercate di stimolare) un rapporto diretto con una multitudo, per citare la vostra stessa Dichiarazione d’Intenti. Come giudicate chi non vuole partecipare a questo “risveglio collettivo”?
Uno che vuole dormire.

Sempre in tema di scrittura creativa o di modelli non passivi di approccio all’arte, nel campo dell’editoria fumettistica italiana c’e’ qualche esperienza che vi piace e che secondo voi in qualche modo ha portato degli elementi di novità all’interno di questo medium?
Considero importante il lavoro fatto in questi anni da Alta Fedelta’ nell’accorciare le distanze tra scrittori e fumettisti. Poi ci sono svariate operazioni legate al copyleft e alla rete – con fumetti in pdf che ognuno può autoprodurre in casa, sulla carta di una stampante, penso ad es. alla rivista “Cane Capovolto” e altri esperimenti del genere. Infine, trovo molto simile alla nostra, per sensibilità e biografia collettiva, l’esperienza del comics lab ““, che ha prodotto alcuni dei lavori più interessanti che mi è capitato di vedere negli ultimi tempi (“Numeri“, “Sotto un cielo cattivo“).

Con il vostro lavoro, spostate l’oggetto della discussione da “intorno all’opera” a “dentro l’opera”. Come concilierete la necessità di decidere che avete raggiunto una versione definitiva dell’opera con la necessità di sollecitare una discussione, in teoria, senza fine?
Nessuna opera finisce per decreto dell’autore. Un’opera appartiene sempre alla comunita’. Nel nostro caso, il meccanismo è forse più evidente ma a ben guardare non c’e’ niente di nuovo. Si racconta una storia per farla vivere nel cervello altrui, non per ucciderla nel proprio.

Il lavoro intorno al Corazza nasce da una vostra idea e finirà filtrando necessariamente le idee degli altri: vi siete dati delle regole o seguite una filosofia per decretare la fine dei lavori?
Voglio precisare che il lavoro sul Corazza, potenzialmente infinito, è finito da un pezzo. Mi spiego: il racconto è stato scritto (da me) e messo in rete. Abbiamo proposto di suggerire modifiche, tagli, inserimenti. Ne sono arrivati un po’, li abbiamo raccolti e implementati, ottenendo una versione 2.0 (quella che fa da base al fumetto). Questa versione doveva entrare in un’antologia collegata a un progetto dell’Istituto Trentino di Cultura. La data di consegna è stata prorogata di sei mesi: abbiamo deciso di rilanciare il percorso e abbiamo ottenuto una terza versione. A quel punto il racconto è stato consegnato, sono arrivate altre due o tre mail con proposte, poi basta. In teoria, si può continuare ma in pratica, com’e’ normale che sia, il progetto ha esaurito il suo compito. Si passa ad altro e in particolare vorrei segnalare il lavoro del collettivo Kai Zen (www.kaizenlab.it) sulla scrittura collettiva, open source e telematica.

Un giapster, in una discussione finita sul libro Einaudi, ha efficacemente individuato e definito una delle vostre tecniche narrative (nonche’ tema alla base della vostra filosofia) con il nome di “sbrandellamento”. Voi sbrandellate le trame, i cliche’, invitate a una rivolta culturale attraverso molti mezzi (tra cui il copyleft e’, forse, il principale). La versione a fumetti della Ballata del Corazza è pero’ molto “istituzionale”: il fumetto rispetta fedelmente tutte le regole del narrare a fumetti ed è molto legato e fedele alla sceneggiatura. Come spiegate questa scelta? Vi aspettate che sia un lettore a “sbrandellare” il linguaggio a fumetti adottato nel Corazza?
Come spiegavo prima, le scelte di sceneggiatura sul Corazza si devono soprattutto ad Onofrio. In ogni caso, se il fumetto appare in qualche modo più “istituzionale” credo lo si debba al fatto che il fumetto ha già di per se’ un linguaggio più “sbrandellato” rispetto alla narrazione scritta. è più abituato – come del resto il cinema – a giocare con i punti di vista, con i generi. In questo è la scrittura che impara dal fumetto.

Che cosa significa “fare cultura”? E che significato date al “fare cultura” in un contesto come quello italiano?
Minchia.
Nel contesto italiano, niente ha significato.
Le poche cose sensate che si riescono a partorire, nascono a prescindere dall’Italia, come se il Mediterraneo arrivasse fino alla Svizzera. Per vivere in questo paese bisogna sottoporsi a una ginnastica mentale estenuante, la cosiddetta “fuga di cervello”. Ripetere come un mantra: “Qui fuori c’e’ Godthab, Groenlandia“. Appena ho finito con queste domande mi metto la tuta termica e vado allo spaccio del mio amico eschimese a comprare merluzzo e renna affumicata.
Non voglio dire che bisogna abbandonare il paese a se’ stesso, ma il giardino che ci è stato affidato è più ampio. L’Italia è solo una vecchia aiuola, piccola e nascosta, giusto dietro i cessi. Cureremo l’aiuola prendendoci cura dell’intero giardino, non certo standocene lì a contare le spine sulle rose e a pestare merda di cane.
La fuga di cervello è l’unica soluzione non-violenta per il paese (l’altra sarebbe un pogrom da venti milioni di persone). Ogni giorno coltivo la speranza di poter fuggire anche con il corpo, per non condannare i miei figli ad un’adolescenza italiana. Ma forse avverrà il contrario. I bambini sono nomadi per natura, si addormentano al ritmo dei passi. Saranno loro a salvarci, a portarci via. Via da quest’Italia di leccaculo, yesmen e sissignori. L’Italia monarchica che parla di leader, ma vuole solo un capetto, un duce in sedicesimo, un re pastore. L’Italia che va da Che Guevara a Madre Teresa, passando per San Patrignano. Quest’Italia di cocainomani contro la droga, papa boys contro il fondamentalismo, emigranti contro immigrati. L’Italia uniti contro il terrorismo, prendiamo le distanze, sono d’accordo a metà col mister. L’Italia del campionato più bello del mondo e dei calciatori che non cantano l’Inno. L’Italia con l’elmo di Scipio, te lo faccio vedere io come muore un italiano. L’Italia che va tutto bene, siamo brava gente, non è colpa di nessuno e se c’ero dormivo. L’Italia che si beve il sangue dei vinti, ventimila infoibati, le Fosse Ardeatine per colpa dei partigiani. L’Italia strapaese, quartierino, tuttinfamiglia. L’Italia che se ne frega, l’Italia impaurita, l’Italia no grazie. L’Italia dei tormentoni, allegra come un DJ, depressa per noia. L’Italia dei nonni al potere, il cinquantenne giovane scrittore, mai fidarsi di uno sotto i sessanta. L’Italia che va da Firenze a Bologna in trenta minuti, venti cimici, tre scorpioni, un’ora di ritardo indipendente dall’azienda e grazie per la preferenza accordataci. Via dall’Italia del Maresciallo Rocca, Distretto di Polizia, Ros, Carabinieri 5, Bolzaneto 50, Genova -1, Lampedusa – 20. L’Italia del volemose bbene, gli amici degli amici, tutte puttane tranne la mamma. L’Italia che crepa di parto, di anestesia e di lavoro ma la pillola del giorno dopo è un omicidio e l’influenza aviaria una pandemia. L’Italia Sua Emergenza, la pista anarchica, i satanisti, gli Anni Settanta e il reato d’opinione. L’Italia di Beccaria contro la pena di morte che annega i clandestini nel canale d’Otranto. Via dall’Italia dei sondaggi, 30% di analfabeti, 60% di ana-alfabeti, 90% di anal-fabeti che parlano col culo. L’Italia senza elezioni, solo share. L’Italia a sovranità limitata, col Vaticano, Porto Marghera e il Cermis. L’Italia di don Mazzi, don Benzi, don Gelmini, don Giussani, don Calogero e Padre Pio. L’Italia della maggioranza e dell’arroganza. L’Italia Cenerentola, Terra dei Cachi travestita da G8 . L’Italia che non c’e’ la censura, sei tu terrorista, antisemita, frocio e assassino. L’Italia che ce l’ha sempre duro, ma casto e puro. Quest’Italia che le gallerie sono Grandi Opere ma dormire per strada è degrado. L’Italia con la busta paga in lire e la verdura in euro. L’Italia che per staccarle il culo dalle automobili ci vorrà il greggio a cento dollari il barile. Via da quest’Italia porca e infame. Quest’Italia dimmerda.

Hai dato un’immagine tremenda dell’Italia, un’immagine che nasce senza dubbio dall’osservazione, dall’esperienza e da un confronto con quello che accade fuori da qui. Ma allora, esiste un luogo fuori dall’Italia, in cui abbia senso “fare cultura”?
Questa domanda investe il senso stesso del termine “utopia” e il nostro rapporto con l’idea di avvenire. Roba grossa, insomma.
Cosa succede se il contesto dove vivo è talmente lontano dal mio ideale di territorio e di comunità da rendere quell’ideale un’utopia distante, tanto dal qui ed ora che dal futuro remoto? Ci provo lo stesso? Cerco la via d’uscita? Mi sforzo di coltivare piccoli germogli di un’esistenza diversa?
Da sempre mi trovo a mio agio con la terza ipotesi – e la chiamo “fare cultura” – convinto che la “via d’uscita” non esista mai (o conduca, a lungo andare, a progettare la fuga su un altro pianeta) e che il “ci provo lo stesso” (a ribaltare il contesto come un calzino), porti a perdere di vista la dimensione individuale e immediata del desiderio, in nome delle magnifiche sorti dell’umanità.
Il problema è che questa terza via ha senso se il contesto che intendo criticare è spacciato ma decente, inumano ma ancora sostenibile. L’Italia non è più nemmeno questo. Ecco allora che prende vita una quarta opzione, figlia della precedente: coltivare piccoli germogli di espatrio, quella che ho chiamato fuga di cervello. Scrivere romanzi pensando al pubblico inglese, spagnolo, delle Isole Figi. L’Italia viene dopo il Botswana nella graduatoria della libertà di stampa, quindi smettiamo di tirarcela da “potenza culturale”. Contiamo quanto il Burundi e Capo Verde. Uno scrittore del Burundi, di solito, anche se parla del suo paese, cerca sempre un pubblico più vasto, quantomeno anglofono. Noi dobbiamo entrare in questa logica post-coloniale e trasformarci da consumatori globali in produttori globali. La rete ce lo permette, e non solo lei. Pero’ attenzione: logica post-coloniale non significa sudditanza nei confronti dell’Impero di turno (americano, cinese o marziano che sia). Significa ottica globale.
Ti faccio un esempio: oggi molte band della scena indie italiana riescono a proporsi all’estero, a fare tourne’e. Parlo di Settlefish, Afterhours, Yo Yo Mundi, Forty Winks, Death of Anna Karina, Yuppie Flu, Franklin Delano…
Molti di loro hanno scelto di cantare in inglese, influenzati da milioni di ascolti in quella lingua e per rivolgersi a un pubblico internazionale. E’ una scelta che non mi convince. Voglio dire: o sei bilingue (come molti autori delle ex-colonie) oppure dovresti cogliere l’occasione di sperimentare, con l’italiano, una sonorità rock diversa, aliena. Se il pubblico inglese può innamorarsi di una band come i Sigur Ros, che canta in finto islandese, allora puoi provarci anche tu con l’italiano, o con l’ostrogoto. La scelta dell’inglese mi pare un appiattimento, un servilismo provinciale contrario all’emancipazione post-coloniale che anche un protettorato come L’Italia dovrebbe tentare.

Ci puoi dire che cosa si sta muovendo dalle parti di Wu Ming? State lavorando a qualche libro collettivamente o singolarmente?
A marzo esce per Rizzoli Free Karma Food, il “romanzo maledetto” di WM5, poi a giugno ci sarà un nostro racconto su un’antologia einaudiana, con scrittori anglosassoni e italiani. Per novembre dovremmo consegnare il nuovo romanzo collettivo, ambientato durante la Rivoluzione Americana, sulle due sponde dell’Atlantico: abbiamo già messo in rete un prolegomeno, cioe’ un racconto che non fa parte del testo ma si ispira alle stesse suggestioni. L’idea è di farne altri due: uno per Pasqua, l’altro per il 4 luglio.

Che percezione avete del mondo dei fumetti e di quello che gli ruota intorno?
Una percezione scarsa, tipica di chi si muove alla cazzo in un universo vastissimo. Seguo i consigli di gente fidata, leggo, mi entusiasmo, ma senza visioni d’insieme.

Sei abitualmente un lettore di fumetti? e se sì cosa ti piace di questa espressione artistica? Inoltre ci puoi dire quali fumetti ti sono piaciuti ultimamente?
Qualcuno dice che il fumetto è il cinema dei poveri: in effetti, amo molto la possibilità di associare testi, dialoghi e immagini senza dover chiedere miliardi al faccendiere di turno. Poi il fumetto è arte popolare, quindi coglie in fretta gli umori della strada, li metabolizza e li rielabora. Negli ultimi tempi, come detto, mi sono appassionato molto alle produzioni della . Poi un vecchio amico mi ha regalato “Francesco Stella” di Paz e c’e’ mancato poco che mi mettessi a piangere.

Leggi la nostra recensione de La ballata del Corazza

Riferimenti
www.wumingfoundation.com

1 Commento

1 Commento

  1. morena

    5 giugno 2016 a 00:26

    I Sigur Rós NON cantano in finto islandese, il linguaggio che Jonsí usa oltre all’islandese autentico lo hanno battezzato HOPELANDIC!

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