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Carnet di viaggio

Carnet di viaggio - immagine1-2942Dopo il successo di Blankets, romanzo autobiografico a fumetti, uscito in Italia nel volume di quasi 600 pagine edito dalla , continua a raccontarci di se’ in Carnet di viaggio, avvertendoci sin dall’inizio che si tratta di “materiale così confidenziale” che “forse non è stato un buon consiglio dare alle stampe“.
In realta’, il consiglio sembra essere stato ottimo. Infatti l’opera, che il suo autore quasi minimizza nella stessa “avvertenza”, sentendo il bisogno di scusarsi con i suoi lettori per aver pubblicato un “autoindulgente progetto marginale…un semplice diario disegnato“, uno “snack“, qualcosa di simile ai “salatini da sgranocchiare in aereo” in attesa del prossimo libro (quello vero), è tutt’altro che un progetto marginale. L’autore ci rivela che l’idea del carnet deriva dalle raccolte de l’, anche se non concepita a tavolino, ma in modo del tutto causale, come da chi tiene un diario e ad un certo punto decide di pubblicarlo, di condividere la vita vissuta e catturata nelle sue pagine con altri.

Da lettrice affezionata di Thompson, ho amato ‘Carnet di viaggio’ almeno quanto ho amato ‘Blankets’, e sono arrivata all’ultima pagina con la stessa sensazione dell’ultima pagina del libro precedente: tristezza, perché la storia, almeno per il momento, finiva li’.
Il nuovo lavoro di Thompson questa volta è un carnet, un taccuino, un libricino in cui sono raccolti gli appunti, i disegni, gli scarabocchi, le sensazioni di un viaggio. L’idea di un carnet fa da subito pensare ad una serie di appunti non collegati fra loro, non uniti dal filo conduttore di una storia. Thompson stesso parla di “diapositive”, lasciando intuire che una vera e propria storia qui non c’e’, ma non è cosi’. Questa è infatti una inziale e superficiale idea che si può avere leggendo le prime pagine dell’opera. In realtà il filo conduttore c’e’: si tratta del viaggio che Craig Thompson fa nei mesi di marzo, aprile e maggio del 2004, in giro tra Europa e Marocco, e che lo porta a scoprire, oltre a paesi e posti mai visti fino ad allora, culture, vite diverse, e forse un po’ anche se stesso.
Il romanzo diventa quindi, oltre che un’interessante finestra sui luoghi visitati, anche una finestra su Craig Thompson, cresciuto dai tempi di Blankets, ma in fondo ancora un po’ bambino come quando, nella solitudine del viaggio, si sente perso e, quasi spaventato, desidera tornare a casa. Craig viaggia, incontra persone, intreccia la sua vita a quella di gente mai incontrata prima di allora, o già conosciuta, lasciandosi trasportare dal tempo e dal luogo di quel nuovo incontro, per diventarne parte, dimenticandosi di tutto il resto.

Il viaggio è un vortice di situazioni diverse, che vedono Craig in continuo movimento. Eppure lui riesce sempre a fermare il tempo del suo viaggio, con uno schizzo che cattura la bellezza di un gattino, o di un albero, o di una donna. Allora tutto si ferma, tutto è silenzio, in una pausa lunga quanto il lettore desidera, necessita, prima di rituffarsi dentro ai ritmi del viaggio. Thompson non trascura di raccontarci nulla di cio’ che vive, neppure del cibo. E lo fa tanto bene che il lettore quasi vede, tra il bianco e nero delle vignette, i colori, sente i profumi ed il sapore di quello che il suo amico assaggia nei diversi posti dove capita.
La storia di questo viaggio dipinge la vita nella sua espressione più autentica: un continuo movimento verso nuove mete da raggiungere, alla ricerca della bellezza da catturare nei colori, culture, religioni, usanze, tradizioni.

Carnet di viaggio - immagine2-2942L’idea di un amore finito poco prima della partenza accompagna l’autore per tutto il suo andare, a volte semplicemente facendo capolino tra i suoi pensieri, altre volte dominandoli fino al punto di annientare qualsiasi stimolo ed entusiasmo per quello che c’e’ fuori, al di la’. E allora lo vediamo piangere, solo, nascosto sotto le coperte del lettino estraneo di una camera d’albergo, o ascoltando una musica che gli evoca quella storia d’amore.
Nelle pagine del suo taccuino compare spesso la sua amata, uno dei pochi legami che ha deciso di mettere in valigia per non dimenticare, lasciando che si sbiadisse durante questo viaggio. La disegna spesso con gli occhi chiusi, bassi, lontana, ed è così che ce la lascia immaginare: una donna piena di eleganza, di grazia, quasi impalpabile e lontana, come nel dipinto a Lione, nella Basilica di Notre Dame de Fourviere, che improvvisamente assume le sembianze di lei, ricordandogli la sensazione di cura reciproca che li aveva legati fino al momento dell’abbandono. La donna assomiglia alla Raina di ‘Blankets’ e a un certo punto, quando Craig dice di averla sognata, viene proprio il dubbio che sia lei.

La nostalgia non svolge pero’ il ruolo di protagonista in questo taccuino. Le emozioni più diverse si alternano in una danza dall’equilibrio perfetto: entra la tristezza, fa il suo inchino, si presenta al lettore, fa due passi di danza, per poi lasciare la scena alla curiosita’, poi all’ironia, alla dolcezza, e poi ancora l’ironia…E tutto è assolutamente imprevisto, improvvisato, non c’e’ copione, niente è già visto, ed il lettore che volta la pagina non sa davvero cosa aspettarsi. Come in un viaggio.
Thompson si mette a nudo davanti ai suoi lettori, senza nascondere le proprie debolezze, con il coraggio di raccontarsi. E’ un racconto vero, fino all’ultima vignetta. O almeno il lettore questo avverte, di fronte ad un viaggiatore che a momenti soffre la solitudine e la sua condizione di straniero in un paese che non è il suo, che soffre con lo stomaco, non abituato ai batteri dei cibi che raccatta in Marocco, che è disorientato dal fuso orario, che, in mancanza di un water, si ritrova a fare la pipì nel lavandino di una bettola (!).
E’ autobiografia: parlare di se’, raccontarsi anche attraverso i disegni che si piegano alla mano e alle emozioni di chi li realizza, deformati, in un certo senso, ma solo nella forma e mai nella sostanza, perché visti e vissuti attraverso il prisma del loro osservatore diretto, che poi ce li racconta dandoci un qualcosa in più, un pizzico di se’, per tirarci dentro a quel racconto. La sua idea è infatti proprio questa: “…disegnare come strategia d’interazione col mondo ed estensione di me stesso“.
La sua passione per il fumetto, quindi, è passione per un’arte che diventa forma di espressione che lo cattura ancora e ancora, portandolo a spingere sulle dita doloranti per l’artrite, per fare schizzi o disegni completi cui dare un’anima, perché possano continuare a vivere nel carnet conservando la stessa forza vibrante di allora.

Riferimenti
Il sito di Craig Thompson: www.dootdootgarden.com
Il sito della Coconino Press: www.coconinopress.com

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