Interviste

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - quaderni-ucraini-igortCon “Quaderni ucraini” e il prossimo “Quaderni Russi e Siberiani” affronti per la prima volta il fumetto come strumento per parlare del reale in senso cronistico – in quanto è superfluo sottolineare quanta realtà possa esserci nelle storie d’invenzione. Un mondo comunque lontano anche rispetto alla biografia di Fats Waller.
Ogni libro per me è una storia a parte; Fats Waller è un lavoro che amo moltissimo ed è molto diverso per ritmo e tecnica grafica da 5, il quale è ancora diverso rispetto a Sinatra. Io credo nelle storie: queste si impongono, crescono dentro di me, si impossessano della mia immaginazione. Man mano, mentre prendo appunti,capisco quale è la tecnica più giusta per raccontarla. Quale la “temperatura emotiva”, se così posso esprimermi.

Era un modo di usare il mezzo che sentivi lontano dalle tue corde?
Non c’è vicinanza o lontananza da una storia quando ne faccio un’altra, solo l’unicità di sensazioni che questa porta con sé. Per me nessun lavoro è paragonabile a un altro, dato che rispecchia la fase della mia vita in cui mi trovo. Io ero quella cosa in quel dato momento.
E solo quella.

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - STORIA-DI-A-I-8Quindi questo passaggio non è stato dettato dalla forza dell’argomento, o da un cambiamento nella tua concezione del fumetto?
E’ semplicemente una nuova stagione. Continuerò Baobab e le mie storie di fiction. Mentre lavoravo ai Quaderni Ucraini mi trovavo a pensare a Wenders o Herzog documentaristi. Hanno fatto lavori eccellenti in cui il loro tocco di narratori veniva utilizzato in modo diverso. C’era la loro esperienza ma l’arte del racconto cedeva il posto a priorità di “verità”. Parlo di “verità” e non di “verismo” che è un genere letterario appunto.
Raccontare quel che vedi, cercare di farlo risuonare per come lo percepisci non è cosa semplice. Me ne sono reso conto quando ho cominciato a fare pagine e storyboard. Spesso capitava che cose belle ed emozionanti sulla pellicola diventassero banali su carta e viceversa. Si impara sempre dal raccontare, mai nulla è dato per scontato. Questo è anche il bello del fare questo genere di lavoro.

Il fumetto, rispetto al reportage cinematografico, se da una parte può mancare dell’aspetto strettamente documentaristico dato dall’immagine reale, permette d’altro canto di visualizzare le storie perdute, i ricordi, i sogni…
I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - STORIA-DI-N-V-3-BIS-webSono d’accordo. Di questo parlavamo di recente con . Siamo entrambi innamorati delle potenzialità di un libro disegnato. Del magnetismo che il linguaggio del fumetto contiene in sé, della possibilità di invecchiare un muro, una casa, di ricostruire i lineamenti di un tempo, di costruire le scene che ti vengono raccontate per come probabilmente queste sono state un tempo; se si dovessero filmare le cose che io e lui disegniamo sarebbero probabilmente dei colossal. E questa è anche la magia di un linguaggio a cavallo tra l’evocativo (come la scrittura) e il descrittivo (come la fotografia); in poche parole è qui, a mio parere, che si annida il sogno. Quella dimensione ossessiva dell’immagine disegnata.Non è astratta come la parola, ma non è neppure concreta come la fotografia, ed è entrambe allo stesso tempo.

E poi permette di caratterizzare la cronaca attraverso il segno, l’iconologia ma anche attraverso la fisicità del disegno, l’atto del disegnare che traspare dalla pagina. Che strada hai scelto per realizzare i Quaderni, come sei arrivato a definire lo stile narrativo e grafico?
Si chiamano Quaderni Ucraini perché sono in origine dei veri e propri quaderni che mi portavo dietro per mezza Unione Sovietica, dall’Ucraina alla Siberia avevo con me una mezza dozzina di quaderni che riempivo di appunti, sequenze, dialoghi, storyboard, tavole ad acquerello, a matita e via dicendo. Poi man mano seguendo il filo del racconto ho “pulito”, tagliato, messo in ordine ridisegnato ecc. Banale cucina narrativa.

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Il tuo viaggio tra Ucraina, Russia e Siberia è stata la risposta a un bisogno di conoscere le radici di un pensiero, di un credo politico?
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No, il mio viaggio è nato al principio quasi casualmente, cercavo le case di Cechov. Poi la realtà che mi sono trovato sotto gli occhi mi ha sconcertato prima e devastato. Questo libro è nato per la necessità di affrontare cose più grandi di me. Sono un uomo fortunato e ho viaggiato moltissimo, ma non mi era mai capitato di vedere da vicino il dolore in maniera tanto intensa. Sono momenti che capitano nella nostra vita. A me è capitato in quelle circostanze. Non volevo fare un libro politico, né dare delle risposte. Ma raccontare la complessità di quello che vedevo, provarci, perlomeno.

Credo comunque che il periodo politico abbia avuto il suo peso nel far emergere questo bisogno. Cosa speravi di trovare, cosa hai trovato?
Il periodo politico era l’anniversario per il ventennale della caduta del muro. Ma devo confessare che laggiù esiste una tale coesione, una tale monoliticità rispetto ai tempi che furono che questo anniversario era un’idea molto occidentale. In quei paesi il tempo pare scorrere ad altre velocità, e l’eco dell’occidente si sente molto attutito. A ogni modo io non ero il cronista alla ricerca di uno scoop, semplicemente un narratore che reagisce a degli stimoli molto potenti, che si mette in discussione, che interrompe I suoi “lavori in corso” per cercare di trovare una bussola esistenziale, per raccontare quell’oceano di vita e morte che corrisponde al continente sovietico. Il mistero russo, lo chiamava Ryszard Kapuściński.

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - STORIA-DI-S-A-4-webI due volumi sono nati su quaderni da viaggio. Oltre che disegnare immediatamente le storie che sentivi, raccoglievi storie e foto per trasporli in seguito in vignette, o cosa?
Ho disegnato moltissimo durante il soggiorno ucraino, poi in viaggio in Russia e Siberia, dappertutto, in treno, su una poltrona che ha messo a dura prova schiena e ginocchia, in sala d’attesa, nelle stanze pulciose che chiamavo casa, sui tavoli di cucina o di un caffè. Dappertutto. Ma non ha mai voluto essere un libro di viaggi perché è stato subito chiaro che c’era una materia che dovevo cercare di afferrare, la vita. Allora mi sono organizzato con interprete e videocamera e ho registrato, sbobinato, tradotto, ordinato. A quel punto cominciavo a fare storyboard e disegni di tavole. Il mio editor francese riceveva continuamente delle cose, le stesse che mettevo sul blog. Avevo il freddo dentro e provavo il bisogno di sentire i miei amici, i miei lettori, che hanno risposto subito. E’ stata una delle esperienze più dure della mia vita, una di quelle indimenticabili, credo.

Quanto è importante non perdere la freschezza del racconto orale nel passaggio al fumetto, sia dal punto di vista della parola che da quella del segno?
Questo è il punto. A volte disegnavo, riscrivevo, ridisegnavo e mi dicevo:”non ci siamo. Non rende quello che ho sentito”. Allora se sei onesto e non vai “con il pilota automatico” butti tutto e ricominci da capo. A volte parlavo con l’interprete e chiedevo. “cosa è successo secondo te, hai anche tu sentito questo?” e poi a cercavo il modo esatto di rappresentare questa cosa, queste dannate sensazioni, che non erano nelle parole, ma magari in un dettaglio che mi era sfuggito sulle prime. Si impara molto del modo di guardare alla realtà: si impara che le cose non sono mai lineari, a posteriori posso dire che uno sguardo frontale e lineare è quanto di più fasullo esista. Quanto di meno autentico. Ma raccontare cose vere, che ti vengono dette da persone che tremano, vibrano, piangono o sono annichilite sotto i tuoi occhi è una disciplina durissima che richiede di mettere da parte tutto il bagaglio tecnico che uno che racconta da trent’anni, come nel mio caso, ha volente o nolente accumulato.I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - STORIA-DI-A-I-11

Ho visto alcune tavole durante l’incontro a Bilbolbul, l’impressione è stata di uno stile grafico in parte diverso dal solito, una ricerca dell’immediatezza che non toglie ma anzi arricchisce il segno.
Le tavole sono di due tipi, i disegni dei rapporti della polizia segreta che sono feroci, liberi. Ho consumato molte penne per farli, bucato fogli, preso da una sorta di furia visionaria. E altre più disciplinate e scandite nello schema a sei vignette, che sono le biografie delle persone incontrate e che mi raccontavano la loro vita.

D’impatto, sembra uno dei tuoi lavori più ispirati, un ulteriore passo avanti di una carriera già tanto importante. Si potrebbe pensare che il tratto passi in secondo piano rispetto a storie tanto forti, eppure un equilibrio è necessario perché il tratto è fondamentale per raccontare.
E’ esattamente quello che sentivo. Il disegno deve stare dietro, ma detta così sembra che il disegno quasi scompaia, invece l’emotività mi chiedeva un segno più espressivo. Ma che doveva “gridare in sordina” se possibile.

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Quanto è difficile mantenere questo equilibrio, soprattutto di fronte a una parte narrativa importante come questa?
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E’ stata la cosa più difficile. Ho fatto una sessantina di tavole che non utilizzerò. Più pulite. Poi la mano si è messa ad andare per conto suo. A fare quell che doveva. A guidare le danze, e il racconto si è dispiegato sotto i miei occhi. I miei editori erano sorpresi, e io più di loro perché dicevo loro “non è come gli altri libri”m qui devo restare in attesa che le cose si mettano in ordine. Narrativamente ci sono stati degli impasse. Sentivo che mi serviva una notizia che non avevo. Ma una cosa del genere non la puoi mica inventare. E allora a leggere e studiare. Comprando 4 quotidiani ogni giorno e ritagliando le notizie su Russia e Ucraina, ecc. Per esempio, a libro finito ho dovuto riaprire tutto perché la notizia delle dieci gigantografie di Stalin nella piazza rossa mi pareva una fine eccezionale. Lo specchio delle contraddizioni che avevo sentito.
E poi è fondamentale mandare a nanna la nostra coscienza da occidentali, che ci porta inevitabilmente a giudicare. A comparare. Se vuoi raccontare, allora via i giudizi. Raccontare significa cogliere gli estremi, trovare il modo di rappresentarli senza censure. Senza punti di vista precostituiti.

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - PRIMA-E-DOPO-webPer raccontare le persone bisogna calarsi nella quotidianità, nella loro vita. Come è stato l’impatto con la realtà di questi paesi?
Ne sono uscito a pezzi, credo. Anzi, a esser sincero dato che sto ordinando e finalizzando il libro russo, non ne sono ancora uscito. La prova è che quando mi capita di parlarne, in pubblico o in privato tra amici, spesso l’emozione prende il sopravvento. Capisci? E’ la prova provata che sto sbagliando tutto, io ho sempre pensato che per raccontare una cosa fosse necessario avere un certo distacco da questa. E invece…

E’ stato difficile scrollarsi di dosso la veste da “occidentale”, accettare quella realtà diversa e soprattutto farsi accettare?
E’ stato molto difficile perché certe cose ce le portiamo dentro anche a nostra insaputa. Ma poi (il mio soggiorno è durato quasi due anni) la realtà è più forte di te. Ho visto cose della natura nell’inverno ucraino e siberiano che non credevo esistessero. Ho dovuto imparare a esistere a quelle latitudini, muovermi a -29 gradi. Sentire cosa è il freddo, cosa è Mosca, una delle città più violente che abbia mai visto. Parlo di violenza dei comportamenti, non quella banale metropolitana, che comunque fa paura. La vita laggiù non è un film. E l’impressione è che comunque non valga un copeko.

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Immagino che raccogliere tante storie costringa anche a delle scelte, dei tagli. Quante storie sono rimaste fuori dai due Quaderni?
Molte. Mostravo dei quaderni a Marzena e Sylvain, gli autori di Marzi, e mi sono sorpreso a elencare la quantità di pagine tagliate. Non ci credevano. Io non me ne ero reso neppure conto.

I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - antropofagi-webCome hai selezionato il materiale, su cosa hai deciso di porre l’accento e cosa, per mantenere l’opera coerente e omogenea, hai dovuto tralasciare?
Guarda, un libro comincia a esistere, a respirare, che neppure te ne rendi conto. Dopo un po’ devi solo seguire il suo respiro e il racconto ti guida. Impone pause, sospensioni, tagli. Ti dice quando qualcosa manca ecc. E’ così sempre. In questo genere di libri documentari l’aspetto della sceneggiatura è assai complicato, perché non è che puoi metterti a imbellire o cambiare le parole di chi ti parla.

E’ stata dura la raccolta della documentazione, specie su fatti poco noti e drammatici, come l’Holodomor?
Molto difficile, a tratti decisamente pericoloso.

Alcune di queste informazioni immagino non fossero facilmente accessibili, quanto lavoro c’è stato dietro?
Spesso era incredibile, nei siti russi o ucraini c’era pochissimo , nei siti occidentali molto di più. Poi ti rendi conto delle strumentalizzazioni ideologiche. E’ richiesto fare una tara, verificare le fonti ecc. Ma la parte dura è sata anche quella delle testimonianze, non c’è molta abitudine a parlare di queste cose, Esiste ancora un clima di terrore che sopravvive dai tempi di Stalin. E ti assicuro che non un modo di dire.

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Come hai affrontato storie tanto dure, agghiaccianti, assurde e crudeli? Cosa significa sentir parlare persone che hanno testimonianze dirette di avvenimenti così dolorosi, così incredibili?
Non so rispondere, se non dicendoti che ero io stesso annichilito. Trovarsi al tavolo da disegno (o quello che era) per raccontare queste storie era uno psicodramma quotidiano. Mi sono trovato spesso a dire alle persona care “non ce la faccio, non riesco a disegnarle queste cose”. E’ stato davvero durissimo. E il quaderno russo lo è ancora di più del primo, spesso rimango immobile, a cercare di assorbire il colpo, perché perdi fiducia nell’essere umano a leggere quel che le persone che sto disegnando raccontano.I Quaderni di Igort, il narratore e la realtà - STORIA-DI-A-I-5-a1

I due Quaderni rappresentano una voce amareggiata e delusa nei confronti di un’ideologia e sociale. Ti sei fatto un’idea di cosa sia successo all’ideale del Comunismo, quale male lo abbia divorato dall’interno?
Io non ho mai voluto fare un libro ideologico. Racconto la storia di persone che ho incontrato, sta a ognuno leggere quel che vuole dietro le testimonianze che io porto. Qua si parla dello sterminio ancora relativamente poco noto che ha provocato da 7 a 10 milioni di morti in soli due anni in Ucraina. L’holodomor.
E d’altro canto racconto la nostalgia del comunismo da parte di Nicolay Ivanovich. Io credo che il fumetto debba raccontare storie adulte, mature, la complessità della realtà che ci circonda. Credo sia utile parlare a chiunque, anche a quelli che ritengono il linguaggio del fumetto una cosa per bambinoni mai cresciuti. Ma a me non ha mai interessato fare storie in cui confeziono risposte, io, se posso, cerco di stare dietro, di aprire porte, di porre domande. Le stesse che mi venivano spontanee quando incontravo questo o quello. Era importante fermare la vita, se possible, con carta e penna, questo sì.
Era la cosa più importante per me.

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I Quaderni escono per Mondandori, e non Coconino.Perché questa scelta?
Coconino Press è la casa editrice che pubblica regolarmente i miei libri e tra questi ci sono alcune delle cose tra le mie migliori, credo. Ma questo libro è il risultato di un soggiorno di quasi due anni, di viaggi interminabili, di case prese in affitto, caparre versate, interpreti, transiberiana, hotel, ristoranti, tecnologia, vestiti acquistati in loco.
E tutto questo, a conti fatti, per Coconino era insostenibile. Dovevo scegliere se far esitere o meno questo lavoro. In Mondadori ci sono editor di grandissimo valore, come a Futuropolis, d’altra parte, che sentendo la mia carica, le mie suggestioni, senza neppure vedere una tavola in principio, hanno deciso di finanziare questi due anni. Il libro è nato, e questa esperienza ha avuto luogo. Si è aperta una stagione nuova del mio lavoro, e di questo sono felice.

Riferimenti:
Il sito ufficiale di : www.igort.com

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