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SuperAnarchico – Parudia

SuperAnarchico - Parudia - immagine1-2160Il primo incontro con Manfredi fu un poco come innamorarsi. Il precedente volume del suo SuperAnarchico, edito sempre da Grifo, fu una lettura di quelle che lasciano il segno. Un volume che “e'” fumetto: fumetto allo stato puro, rappresentazione viva e pulsante di uno spirito artistico.
Un incontro folgorante.
Forse anche per questo, l’incontro con questo nuovo Parudia è stato, a una prima lettura, quasi deludente. Non necessariamente perché meno bello, meno artisticamente valido; ma perché in partenza mi sono ritrovato di fronte a una banalizzazione che da Manfredi, qui coadiuvato ai testi da Michele Bramucci, non mi sarei aspettato: l’ennesima rappresentazione del mefistofelico rocker Marilyn Manson in veste di “anticristo” profanatore della religione cristiana. Roba degna dei peggiori episodi di Dylan Dog (con tutto il rispetto per il buon vecchio Dyd). Perche’ cadere così nella trappola della massmediologia spiccia, fatta di figurini di plastica tanto assurdi da apparire immediatamente caricaturali? Essendo questo personaggio al centro di tutta la trama, il volume ne risente.
Tuttavia, ne risentirebbe di più, se non ci fossero quelle pennellate godibilissime, quell’immaginario culturale a fare da sfondo, quelle didascalie dense e non banali, quelle soluzioni grafiche che traspirano passione per il fumetto.

SuperAnarchico, come personaggio, nasce e vive immerso in un calderone di simboli e fumetti popolari; si nutre di ricordi, come evidenziato metafumettisticamente dalla sua foto in compagnia di Batman e Wonder Woman, e dalle proiezioni mentali che, da a Sampei, popolano i suoi sogni e i suoi incubi. Nasce della società italiana post-industriale che schiaccia l’individuo, lo chiude in gabbia, lo inserisce in una catena di montaggio senza un inizio ne’ una fine. SuperAnarchico è l’urlo di chi non sa più urlare tanto bene e con tanta convinzione, e di chi magari, dopo aver urlato, si vergogna un po’, chiede scusa, e torna in gabbia. La ribellione frustrata di chi sa che forse non serve a niente darsi tanto da fare.
L’albo ci presenta un Parca che, abbandonati i panni da supereroe, ha cercato e trovato la sua personale salvezza nella campagna, nell’allontanamento dai ritmi della città per riabbracciare quelli della natura. Una ricetta forse banale e idealizzante della vita agricola, ma certamente simbolica del rifiuto verso un modo di vita frenetico. La soluzione al suo disagio è pero’ tanto semplice quanto effimera, e Parca deve tornare a indossare la sua maschera da SuperAnarchico, per essere reso partecipe di eventi a lui distanti, e di cui francamente gli interessa ben poco.

La storia, pure se in gran parte lineare e solida, è un particolare se confrontata agli efficaci e poeticamente sinceri monologhi interni dello sgrammaticato “eroe” (e mai virgolette furono meno dispregiative), o ai virtuosismi grafici di Manfredi. Soluzioni come le vignette centrali di pagina 4, dove il movimento inizia in una vignetta, e compiendo un arco termina in quella dopo, dimostrano una naturalezza e allo stesso tempo un’efficacia squisitamente fumettistica. O ancora altre idee, come ad esempio le evoluzioni del lettering, o il giocare incessantemente con le parole (“stridordidenti“, “FISCHIiiieeeEAGITAZIONE“).

Dobbiamo essere lieti che questo autore abbia trovato accoglienza presso un editore affidabile come Grifo, che garantisce maggiore distribuzione e, speriamo, maggiori garanzie di uscite più frequenti, purche’ questo non smorzi la sua vena: sarebbe una grave perdita.

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