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L’ombra delle torri

L'ombra delle torri - immagine1-2078Il nostro punto di vista europeo verso gli effetti dell’attentato, essendo più distaccato e quindi più lontano dallo shock emotivo provato in America, è certamente più obiettivo, per cui, probabilmente, può riuscirci difficile immaginare lo sforzo e la difficoltà incontrata da Spiegelman nel realizzare questo lavoro.
Come lo stesso autore spiega nell’introduzione, L’ombra delle torri non ha avuto quasi nessuna chance di essere pubblicato in America, fatto salvo su Forward (una rivista di settore che precedentemente era un quotidiano in lingua yiddish) o una sola vignetta, estrapolata dall’opera integrale, pubblicata sul New York Times durante la campagna pre-elettorale USA. Se quest’ultimo avrebbe dovuto essere un segnale positivo a dimostrazione che l’epoca delle censure era finita, di fatto si è trattato un episodio del tutto isolato, strumentalizzato dai media per dimostrare che, nonostante tutto, la democrazia in America fosse ancora forte: e quale periodo migliore se non durante le presidenziali? La vignetta “incriminata”, per la cronaca, è quella che mostra Spiegelman con la faccia da topo in mezzo a Bush e Bin Laden, con la didascalia “terrorizzato in ugual misura da Al-Qaeda e dal governo del suo Paese”.

La censura che in quest’occasione Spiegelman ha subito è solo l’ultima di tante. In Germania Maus è stato bandito per diverso tempo; negli USA, quando l’autore per dieci anni ha lavorato per The New Yorker ha dovuto adeguare i toni della sua critica a quello sempre più compiacente adottato dalla direzione editoriale nei confronti dei centri di potere politici ed economici, finche’ nel 2001 decise di interrompere la collaborazione e di raccogliere le strisce pubblicate, escluse o rimaneggiate in Baci da New York, mostra che ha toccato anche l’Italia, e il cui catalogo, da noi, è stato pubblicato dall’edizioni .
Queste tavole sono il racconto d’un ineffabile orrore che Spiegelman prova a disegnare, con risultati (a suo dire) spesso frustranti; sono il frutto di un lavoro concepito e maturato fino al 2003, dopo ripetuti tentativi di rappresentare visivamente le immagini terribili e sublimi del crollo delle due torri, o di descrivere il clima di paura e delirio provati in quelle poche ore che cambiarono la storia. Figlio di reduci della Shoa, Spiegelman diventa narratore e reduce (a sua volta) di una delle più grandi tragedie del mondo moderno occidentale, testimone di un giorno folle e degli eventi che seguirono (e che tutt’ora sono in atto) l’11 settembre.
L’occhio critico di Spiegelman, giustamente autodefinitosi “cosmopolita (s)radicato senza dimora in qualsiasi angolo del pianeta”, vuole mantenere uno sguardo lucido, pur avendo vissuto la tragedia in prima persona e quindi essendoci irrimediabilmente immerso. Senza compiacenza, senza panico, senza moralismi, incapace di arrivare ad una risposta certa sui motivi della tragedia, l’autore cerca di raccogliere le idee, distinguere le urla che ha sentito in quei (questi) giorni e di elencare tutte le decisioni e le conseguenze assurde che l’11 settembre ha portato. E cosi’, L’ombra delle torri diventa, a sua volta, un urlo inascoltato (“il cielo sta cadendo”, come nelle opere dell’assurdo di Antonin Artaud) di un ebreo americano che vede il suo paese completamente impazzito, in balia d’una classe politica del tutto incapace di rispondere alle pigre ansie della popolazione.
In alcune vignette Spiegelman si ridisegna con la faccia da topo e gli americani sono di nuovo grassi maiali, come già fece in Maus. Non è casuale questa auto-citazione, perché in tutto il volume una delle silenziose protagoniste è la Storia: la storia delle due torri e del Nuovo Ordine Mondiale, la storia maestra di vita che, in fondo, non ci insegna un bel nulla, quella scritta e cancellata (come testimonia la prima pagina di un giornale qui usata come colophon, di cui diremo meglio più avanti), quella dei reduci del disastro diventati barboni a Lower Manhattan, o le storie che ricordano quella dei reduci dell’Olocausto. Non a caso Spiegelman, immediatamente dopo il crollo delle due torri, afferma di capire perché “alcuni ebrei non fuggirono da Berlino dopo la Notte dei Cristalli“, avvenuta il 9/11/1938: a guardare le date (11/9, 9/11) la Storia gioca proprio degli strani tiri.

Una testimonianza storica e sociologica
Dalla storia del crollo, alle piccole storie di quotidiana follia post-11 settembre, a quella dei nostri giorni: con un lento e calibrato allontanamento dal giorno della tragedia, Spiegelman riesce a guardare le cose dall’esterno. Così può descrivere lo sbriciolamento delle due torri e il momento della fuga; raccontare di quando egli stesso e la moglie Fran

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