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“Blast”, l’addio al linguaggio di Manu Larcenet

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Leggere Blast è doloroso.

Scritto e disegnato nei toni del grigio (con sprazzi significativi di colore) dal francese Manu Larcenet, che già avevamo apprezzato con Lo scontro quotidiano (sempre edito per l’Italia da ), e pubblicato in quattro volumi in patria dal 2009 al 2014, Blast è il viaggio dolente nell’animo di un personaggio indimenticabile. Ed è anche una riflessione profonda sulla conoscenza, e sul rapporto dell’uomo col mondo che lo circonda.

Blast racconta la storia di Polza Mancini, attraverso la sua stessa confessione nel corso di un’investigazione. Polza è uno squallido personaggio sovrappeso che sogna l’isola di Pasqua, il posto più lontano da ogni terra abitata. Il suo nome di battesimo, datogli da un padre comunista (e forse troppo), significa “ricordati i precetti di Lenin”. A una certa età, con la morte del padre, decide di abbandonare moglie e vita precedente (è uno scrittore di libri di cucina) per vivere come un uomo libero, o meglio come un clochard. Di fronte al padre moribondo, Polza ripercorre la sua vita fino a quel momento e scopre di avere paura. Fuggendo, in preda a un panico indicibile, sperimenta per la prima volta il Blast.

Blast è la parola con cui Polza Mancini descrive una condizione di leggerezza, di estraniamento dal mondo. Letteralmente indica l’onda d’urto di un’esplosione. Negli anni ‘30 divenne il nome di una rivista fondata da Percy Whyndam Lewis, pittore e scrittore britannico co-fondatore (con Ezra Pound) del vorticismo, una corrente artistica del 1913-15 che si proponeva di esprimere esteticamente l’energia della vita, lo spazio e il tempo, traendo ispirazione e superando i coevi movimenti del dadaismo e del futurismo. È questo il motivo per cui, nel corso della vicenda, il Blast viene reso come un’esplosione di colore, principalmente attraverso disegni elementari, realizzati con un stile infantile (sono opera dei figli di Larcenet).
Per Polza Mancini, avere un Blast significa abbandonare i propri limiti fisici e morali, i confini stessi del proprio io e del linguaggio che lo definisce: essere eterni, fuori dallo spazio e dal tempo, attraverso un pre-linguaggio, o nuovo linguaggio, che diventi parte essenziale dell’opera.

Blast può dunque essere considerato un percorso di formazione tra i linguaggi, in cerca di un loro superamento.

1. La parola

Blast è un fumetto molto parlato. Polza Mancini racconta con precisione le sue vicende, senza disdegnare di esporre il suo punto di vista, ai due investigatori incaricati di indagare sull’omicidio di una donna e su altri efferatissimi episodi di sangue, che sembrano tutti ricondurre a lui.

Ma il racconto parlato di Polza non è mai completo, la sua verità, per quanto precisa, non è mai completamente accessibile. Come il Blast, c’è qualcosa che scavalca i limiti del linguaggio, una verità più profonda e indicibile (La verità è più facile dirla che sentirsela dire”), che assume talvolta il volto misterioso di una statua dell’isola di Pasqua (moai), oppure gli occhi spaventosi di un uccello predatore.

Blast ha la struttura di un’investigazione ma non si limita a svelare un mistero. Perché non è una storia morale. Al contrario, è una storia che si colloca al di fuori della morale.

La nuova vita di Polza è libera, anticonvenzionale e scandita da pochi piaceri semplici, tra le barrette di cioccolato Funky (quanto di più distante, si può supporre, dall’ideale culinario raccontato nei suoi libri) e il gin con cui ubriacarsi fino a stare male. Potrebbe sembrare una fuga solo a chi resta fermo (come direbbe Jacques Brel). Il viaggio di Polza trascende i vincoli fisici perché è innanzitutto un viaggio interiore, che ha bisogno di ebbrezza e di verità.

È un pellegrinaggio anti-mistico verso la concretezza, verso la realtà, verso la sporcizia e il lordume. La religione di Polza Mancini è il contrario di una santificazione: “disprezza il prossimo tuo come te stesso”, direbbe Polza. Il suo grasso è la firma con cui ha marcato il proprio odio verso di sé. “Hai idea di quanto deve odiarsi un individuo per ridursi così?” si chiede uno degli investigatori per giustificare il proprio ribrezzo nei suoi confronti. Il viaggio auto-distruttivo di Polza inizia dalla nascita e diventa un cammino di libertà che trascende il padre e i vincoli umani per raggiungere una grazia laica e anarchica. Il primo passo di questo cammino è dunque l’allontanamento dal linguaggio e dalle regole sociali che esso ha definito.

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Il primo incontro di questa nuova vita non può essere che con uno straniero, Bojan, detto il Poeta, che parla una lingua incomprensibile a Polza. Bojan lo conduce nella Repubblica dei Morti di fame, un anti-stato di reietti che tanto somiglia, nella struttura sociale e nelle regole che lo governano, allo stato dal quale sono stati esclusi. Polza non nega il proprio disprezzo di sé, non cerca alcuna redenzione né vuole costruirsi una vita altrove: per questo, in una comunità che replica quella che ha abbandonato, non si sente a suo agio. Il suo cammino nel Blast deve negare ogni norma sociale, sfuggire il concetto di comunità che è premessa e fondamento del linguaggio.

2. La danza

Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia… datemi solo la Verità.

Questa frase tratta da Walden ovvero vita nei boschi di Henry David Thoreau esprime con chiarezza il punto di vista di Polza Mancini. Il suo ritorno alla natura è una negazione di tutto ciò che odia (ovvero, di tutto ciò che è) in cerca di una verità che non può essere in lui, ma intorno a lui, nel mondo sconosciuto.

Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni (Thoreau).

Questa ricerca di verità coincide con la perdita di sé e viene portata avanti con rigorosa costanza, tramite l’alcool. L’ubriachezza ha dunque sempre una funzione gnoseologica e viene perseguita con una disciplina quasi religiosa. “Bisogna meritarsela, la vita ebbra”, dice Polza ai due investigatori che lo trattano come un ubriacone. Molti sono i contatti che la sua vita nei boschi ha con l’ascetismo monacale cristiano: la mortificazione della carne, l’astensione dal cibo, dal sonno o dal lavarsi per periodi più o meno lunghi e l’autoflagellazione rivelano la ferrea volontà da parte di Polza Mancini di sfuggire alla vita mondana in cerca di una verità più autentica, che rinneghi le menzogne sottese alle parole.

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Polza ama la libertà della vita nei boschi, ama la crudeltà della natura, sentirsi parte di quel mondo brulicante, dove non c’è mai silenzio ma le cose esistono solo se gli si porge attenzione. Polza vive questa vita randagia, ubriaca e sporca, finché con l’inverno non conosce il Santo dei Drogati, San Jacky, spacciatore e Lettore, che si prende cura delle sue ferite e diventa ben presto suo amico. Con lui Polza non ha bisogno di mentire né di nascondersi perché San Jacky lo conosce anche senza parlargli, con lui le parole non servono più.

In un momento significativo del racconto, Polza si trova da solo ad assistere a un concerto rock (è un concerto vero, dei Red Hot Chili Peppers) e ammira il rapporto affiatato dei due musicisti sul palco, la vibrante intesa dominata dal ritmo della musica che richiama le danze spontanee della natura fino all’esplosione violenta del suono, come il pulsare vivo della terra. Con San Jacky, Polza scopre la verità di questa danza. Non è un caso che, quando svela all’amico il segreto del Blast e la parola torna a prevalere sulla reciproca fiducia, l’amicizia si spezzi in modo tragico e irreversibile.

3. L’immagine

Il corpo è vedente” (Merleau-Ponty).

Nella sua dolorosa ricerca della verità, Polza Mancini torna a percepirsi come corpo e come immagine, che vede il mondo ed è a sua volta percepito come parte di esso. Con l’arrivo dell’inverno e la necessità di trovare riparo, Polza deve interrompere il proprio percorso ascetico e ricollocarsi nella dimensione mondana. È in questa fase che Polza Mancini può ridefinirsi nel mondo.

3.1 La pittura

La pittura per Polza rappresenta soprattutto la presa di coscienza della propria morte.

I primi quadri che incontra – sprazzi di colore e luce nel grigio cupo del racconto – sono ritratti di volti doloranti. Polza finisce casualmente in una casa disabitata, per trovare riparo dall’inverno, e la trova piena di questi volti sofferenti, come forse era sofferente il volto dell’artista che le ha realizzate. Al suo posto una corda appesa al soffitto, che testimonia un suicidio avvenuto da poco. Sono immagini che richiamano una sofferenza universale, a cui Polza sente di appartenere (“In mezzo a loro mi sentivo a casa”).

Per la prima volta da quando ha intrapreso il suo percorso di conoscenza, Polza sente di essere parte di qualcosa. Ritrova dunque un rapporto con il mondo (e quindi con il corpo), anche se è un mondo di sole immagini, simulacri di persone. Prima di andarsene, Polza trova un solo quadro diverso dagli altri: un paesaggio primaverile, che lo commuove al punto da decidere di portarselo con sé (“Riconoscevo quella luce diffusa che rende l’aria mite… e quella calma che annuncia la sera… Avevo davanti a me uno di quei momenti di rara emozione che vorresti tanto poter raccontare, se solo le parole non fossero così povere da finire per banalizzare tutto”). È con questo paesaggio rasserenante di un artista morto suicida che Polza ritrova coscienza del proprio essere nel mondo e, di conseguenza, del proprio percorso verso la morte.

3.2 Lo specchio

L’inconscio è strutturato come linguaggio (Lacan).

Il passo successivo è rappresentato dall’incontro con l’immagine di se stesso. Di nuovo nascosto in una casa disabitata, Polza si vede ritratto in uno specchio e, per la prima volta, si vede per quello che è.

Grazie ad uno specchio Polza non solo si vede come lo vede l’Altro, ma si scopre per ciò che lo accomuna all’Altro“Io è un altro”, direbbe Rimbaud. Polza si scopre essere umano, parte di un tutto da cui non può sfuggire, nemmeno volendo: perché è dentro di lui. Tramite un processo di identificazione, per dirla con Lacan, tra se stesso e l’immagine vista, l’organismo stabilisce una relazione con la realtà; e la realtà che Polza vede non gli piace. “Se anche uno di quei miracoli che capitano solo nelle favole rendesse questo mio corpo armonioso e sodo, ciò che da dentro mi anima non cambierebbe mai”. Creatura umana, a immagine di Dio, e tuttavia anomala, Polza decide di sacrificarsi, di cambiarsi non solo all’esterno, ma da dentro, da ciò che lo rende umano. Uccide se stesso come immagine di Dio, nel tentativo fallimentare di ridefinirsi come immagine di se stesso.

3.3 Il disegno

Polza trova però il modo di salvarsi e finisce in una casa di cura, dove ha modo di conoscere la noia. Imbottito di medicinali, non sente neanche più il bisogno di bere, o di parlare. Diventa corpo. Puro corpo. Un ammasso di carne senza coscienza. In questa condizione avviene il suo terzo incontro con l’immagine. In questo caso, però, si tratta di un’immagine disegnata, realizzata dallo stesso Polza, come proiezione del proprio sé, estensione del proprio sguardo sul mondo.

Nell’ambito di sedute di arte-terapia, con l’obiettivo di entrare in contatto non-verbale con l’inconscio, Polza costruisce volti assemblando materiali estranei, come fogli di giornali e di riviste. Inoltre, per proprio diletto, scarabocchia immagini oscene che non manca di condividere con il suo psichiatra, per sfidarne l’autorità o forse, al contrario, per corrispondere alle sue aspettative. Ecco quindi che Polza arriva alla terza e conclusiva fase della conoscenza dell’’immagine: la fase creativa, che ridefinisce il suo rapporto con la realtà. In questa clinica fuori dal tempo, dove regnano la noia e il silenzio, come nella versione laica di un monastero, il mondo si fa proiezione dello sguardo di Polza Mancini.

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Per quanto più efficace e più onesta della parola, e quindi utile a coglierne i limiti e le insidie, l’immagine è comunque un linguaggio che non consente di operare quell’evoluzione che rappresenta la meta finale del viaggio di Polza, il suo intimo desiderio.

Polza anela la libertà totale, la trasformazione di sé in qualcosa d’altro: un corpo di pietra, una statua, un moai. Un obiettivo che può ottenere solo fuori da lì, nel mondo reale.

4. La scultura

Fuggito dalla clinica, il suo desiderio di rinascere come moai si fa più stringente. Ma non è ancora il momento. Polza è ancora un uomo, vittima delle menzogne e delle crudeltà degli uomini: di nuovo la parola, violenta e ingannatrice, prevarica ogni ambizione. È a questo punto che Polza si trova a subire lo scacco più terribile: la violazione del corpo. Quel corpo odiato e negato, il suo corpo di carne e non di pietra, immagine di Dio, diventa quindi un corpo dolorante e ferito, marchiato da segni profondi, che necessitano di cure e amore per guarire.

L’incontro con Roland descrive l’ultima parte del racconto. Roland è l’intagliatore responsabile dei moai scavati nel legno che Polza ha incontrato nel suo percorso fino a qui. È colui che ha dato sostanza alle forme immaginarie di Polza e perciò rappresenta anche la realizzazione del suo desiderio. Polza infatti conosce Carole, figlia dello scultore, e di lei si innamora. Anche la donna, come il padre, scolpisce la realtà: l’anima di Polza, il quale per la prima volta, mosso dall’amore e dal desiderio, si rende consapevole complice di un omicidio. Con Carole, Polza vive il più potente e definitivo Blast, quello che conduce al reale. L’esplosione di colore, che ha sempre caratterizzato ogni momento del Blast, lascia il posto a una pagina nera: la fine del viaggio.

5. Addio al linguaggio

Il percorso di Polza può quindi dirsi terminato? Polza è diventato pietra? Difficile a dirsi. La risposta infatti non è nel testo. Il lettore può accontentarsi delle spiegazioni fornite dagli investigatori, che costringono a reinterpretare tutto il cammino di Polza in un’ottica realistica e razionale, da romanzo poliziesco. Oppure, come farebbe Polza, può decidere di non fidarsi. Blast non è (solo) un romanzo poliziesco. È piuttosto un lungo, doloroso e rigoroso tentativo di trovare una verità uscendo dal linguaggio. Un “Addio al Linguaggio” – parafrasando il titolo dell’ultimo film di Jean Luc Godard – non soltanto al linguaggio scritto, ma ad ogni linguaggio. Come ci insegnano i vorticisti, i dadaisti, i futuristi, o Godard, dire addio al linguaggio attraverso l’arte (quindi attraverso il linguaggio stesso) è evidentemente una missione destinata al fallimento. Ma non per questo non vale la pena provarci.

Il viaggio di Polza, per quanto doloroso, è stato comunque un viaggio bellissimo.

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Abbiamo Parlato di:
Blast voll. 1/4
Manu Larcenet
Coconino Press 2012-2015
cadauno: 208 pagine, brossurato, bianco e nero + colore
Vol. 1 € 20,00 – Vol. 2 21,00 – Vol. 3 22,00€ – Vol. 4 22,00€
ISBN vol.1: 9788876182112
ISBN vol.2: 9788876182 419
ISBN vol.3: 9788876182730
ISBN vol.4: 9788876182907

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