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Dylan Dog Gigante #13 – Il senza nome

Dylan Dog Gigante #13 - Il senza nome - immagine1-2067e’ bello ritrovare un vecchio amico.
ha decisamente preso il posto di come scrittrice di punta della serie, e questo l’avevamo già capito. Con questa storia, pero’, ci accorgiamo del fatto che la ragazza comincia veramente a somigliare al vecchio recluso che ci regalo’ autentici capolavori; una storia strana ed alienante rispetto alla serie classica, con uno strano segno di “ritorno al passato”: una storia che sembra andare fuori strada e riporta il personaggio nelle corde dell’autrice.
Intelligentemente, Paola Barbato ha capito che i canoni originari di Sclavi non sono più attualizzabili, non del tutto almeno, e quello che rimane è un personaggio noto ma ancora tutto da scoprire. è la seconda volta in poco tempo, infatti, che pone il personaggio a riflettere su quelle che sono state le scelte della sua vita (anche se questa volta con risultati migliori del precedente tentativo, nell’ultimo speciale), e l’impressione è che lo faccia più per lei, che ha ancora bisogno di imparare a conoscere a fondo Dylan, che per noi lettori. Il risultato pero’ è divertente, ancora molto poco sperimentale ma sicuramente divertente.

All’inizio di questa storia la Barbato apre un cerchio vettoriale che può portarla a capire il personaggio in moltissime sue sfumature; in primo luogo, c’e’ una lunga carrellata di comprimari, quasi tutti i più importanti dell’intera serie, che ben più di altre volte mostrano una tridimensionalità che i lettori avevamo perso il vizio di leggere sulle pagine di Dylan Dog da molto, moltissimo tempo. Poi c’e’ una serie di situazioni che si ripetono in continuazione, quasi in parallelo più che in sequenza, una tiritera che deve somigliare molto alla quotidianità reale del personaggio. Inoltre, c’e’ la curiosità di porlo di fronte a un computer, chiarendo ancora una volta che lui non ne capisce un’acca (e pensare che Sclavi lavorava sia con un Mac che con un PC! Ma si sa bene che Sclavi aveva -ha?- tutti i “difetti” che non ha Dylan).

Dylan Dog deve essere effettivamente un po’ stanco come ultimamente la critica tende a sostenere se, colpito dall’ennesima morte cui si trova ad assistere, decide di cambiare mestiere e di diventare una persona “normale” con un lavoro “normale”. Ma che mestiere potrà mai fare uno che per tutta la vita non ha fatto altro che inseguire sogni e incubi?
E i comprimari di sempre come prendono la situazione? Lord Wells ritiene che “Il perpetuum non ha funzione come sostanza senza l’intervento di caos e casus, indirizzando nel moto curvilineo la convergenza di fattori teoricamente paralleli…allo stesso modo l’espletamento delle funzioni teoretiche di cui è stato insignito il nostro fatalistico percorso può attuarsi tramite incalcolate variabili”. E come dargli torto, del resto? La frase immediatamente successiva non dà adito a dubbi sulla reale corrente di pensiero del professore: “…non ritengo che vedervi infelice e squattrinato rappresenterebbe un effettivo cambiamento della qualità della vostra esistenza”. Diplomatico. Del resto è un lord.
Block, invece, insiste per farlo rientrare nella polizia. Stranamente, vent’anni di diverbi con il soprintendente si cancellerebbero con un “ci parlo io…“. Eh, c’e’ crisi, anche a Scotland Yard. Ma è da lì che è iniziato tutto: l’incontro con Alison Dowell(“Ultima fermata: l’incubo”) prima, e con Lillie Connolly (“Finche’ morte non vi separi”) poi, avrebbero presto portato Dylan ad abbandonare la normalità ed entrare nell’incubo che sarebbe stata tutta la sua vita (anche se alcune piccole avvisaglie v’erano già state nella sua adolescenza, quando ha trovato la famosa Boleo). Dylan non può certo tornare indietro, e suo futuro non passerà certo mai più da quella strada.

Inizia così una sciarada di vari mestieri, tutti quanti fatti esclusivamente per sopravvivere (come accade a quasi tutti noi comuni mortali) e non più per dimostrare al lettore d’esistere: a partire dal suonatore di clarinetto, e a seguire l’aiuto-direttore di scena, l’attore di teatro, il dog-sitter, il commesso-misuratore di “abiti”, l’articolista, il bibliotecario, e infine il tassista. Curiosamente, ci accorgiamo subito che sono tutti mestieri “border line”: Dylan non va a fare l’impiegato alle poste o il segretario in una cooperativa. Ma la storia, ad ogni nuovo lavoro, è sempre la stessa: il personaggio si trova sempre di fronte all’orrore, come se per motivi che a lui sfuggono non potesse fare a meno di trovarvisi sempre a contatto.

Un cerchio lunghissimo di lavori quotidiani che passa soprattutto attraverso la mano felicissima di , storico disegnatore di Martin Mystere che da anni i lettori chiamavano a gran voce alla prova sulle tavole di Dylan Dog. E bisogna ammettere che i risultati sono particolarmente entusiasmanti; sebbene lo stile di disegno sia molto diverso da quello classico del personaggio, Alessandrini riesce comunque con abilità a caratterizzarne in maniera propria le espressioni ed il mondo. Un lavoro perfettamente riuscito.

Peccato solo che si senta veramente il bisogno di fare un appunto accessorio pero’ a chi realizza fisicamente i giganti, la Rotolito Lombarda: i volumi vanno rifilati dopo esser stati rilegati, non prima! Siamo stanchi di pagine che strabordano dalla copertina!

Per finire, una piccola curiosità fumettistico-cinematografica-letteraria: sappiamo perfettamente che quando dei libri vengono trasposti in chiave cinematografica cambiano leggermente titolo. Da questo piccolo particolare notiamo come la Barbato sia entrata a tutti gli effetti a “supervisionare” la serie (forse privatamente): il polpettone di film che Dylan va a vedere in questa storia, “Amore nella tempesta” (Love in the storm) deve essere la trasposizione di quel polpettone di romanzo che vediamo in Dyd 219, “La decima vittima”: “Amori nella tormenta” (Loves in the blizzard).

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