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Di fumetti e grafica: l’arte di LRNZ

Lorenzo Ceccotti, noto al grande pubblico con il nome d’arte “da codice fiscale” di , è un autore di fumetti e illustratore romano.
Membro fondatore del collettivo di fumettisti Superamici (denominato successivamente Fratelli del Cielo), LRNZ si configura come un “artista visuale” a tutto tondo, che prima di arrivare nel mondo delle nuvolette ha lavorato nel più ampio panorama del disegno, affrontando progetti legati a illustrazioni, video e animazioni.
Nel 2013 per Editoriale Aurea ha disegnato le copertine dei 12 numeri della miniserie Long Wei, ideata e sceneggiata da Diego Cajelli, mentre per Sergio Bonelli Editore ha prestato la sua consulenza per il design delle armature dei Corvi in Ringo, seconda stagione di Orfani.
Sempre per la casa editrice milanese di via Buonarroti l’artista ha lavorato attivamente alla realizzazione del fumetto e del film Monolith, progetto di prossima uscita curato da Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo.
Nel 2014 ha realizzato l’attuale logo di Lo Spazio Bianco e alla fine dello stesso anno ha pubblicato con Golem, una graphic novel basata si un futuro distopico che ha conosciuto un buon successo; nell’ottobre del 2015 sempre per BAO è uscito Astrogramma, adattamento aggiornato di una vecchia opera dell’autore.
A breve distanza da quest’ultima opera abbiamo intervistato LRZN, sfruttando l’occasione per chiedergli alcune curiosità sulle sue precedenti esperienze e sul suo lavoro: le abbiamo ordinate in tre aree tematiche per migliorarne la fruizione.

Di fumetti e grafica: l'arte di LRNZ - LRNZ_foto_evidenza

Ciao Lorenzo, e grazie per averci concesso questa intervista.

GOLEM

Cosa ha rappresentato per te il successo di Golem? Te lo aspettavi?
Mi sembrava incredibile che fosse stato pubblicato da qualcuno, figuriamoci il successo! È stata una bellissima esperienza, e la completa mancanza di aspettative ha fatto sì che ogni notizia positiva non potesse che essere una festa.

Di fumetti e grafica: l'arte di LRNZ - GOLEM-p28La Roma che rappresenti in Golem è una città irriconoscibile, nel senso che è privata dei suoi caratteri urbanistici univoci, è completamente globalizzata e, se vuoi, identica a tante altre metropoli mondiali. Puoi spiegarci questa precisa scelta?
Roma è anche e soprattutto Viale Marconi, Via Tuscolana, Via Prenestina, Via Ostiense e compagnia bella. Non è i Fori Imperiali e il Colosseo che, per quanto caratteristici, sono fuori dalla vita quotidiana del 99% dei romani. Roma in Golem è assolutamente Roma. Le location sono tutte documentate fotograficamente e sono dei luoghi arcinoti ai romani. Sono solo state “vestite” per esaltare i già impressionanti effetti della globalizzazione industriale. Erano i luoghi più giusti per lasciare il lettore senza punti di riferimento, esattamente come succede a chiunque venga lasciato nel bel mezzo delle periferie romane. Diciamo che è fuori dalle Lonely Planet, Golem.

Hai portato in te Golem dalla prima liceo, da quando eri un adolescente, e prima dell’edizione BAO Publishing 2015 il fumetto aveva anche già avuto una precedente versione pubblicata. Sicuramente in questi venti anni l’opera è cresciuta, maturata, cambiata con te, ma ci sono uno o più elementi o aspetti di essa che sono rimasti immutati sin dall’inizio?
Il tema del sogno e dell’uso morale della tecnologia, senza dubbio.

Nello stile apparentemente mutuato dai manga hai forse trovato non solo un’estetica, ma anche una funzionalità necessaria alla tua opera: quella di raccontare con una forte dinamicità e un ritmo di lettura sostenuto una storia stratificata, con in verità più livelli di significato. Ritieni questo stile particolarmente funzionale alla fruizione?
Sì. Credo che ogni profondità si possa raggiungere solo partendo dalla superficie. E Golem ha una superficie che offre tantissimi appigli. Buona parte del dettaglio elevato dei disegni, che gli è valso anche un Premio Boscarato al Treviso Comic Book Festival, è lì proprio per invitarti a scavare. Non penso affatto che si tratti di una tecnica buona in assoluto. Le problematiche che mi si sono poste durante la realizzazione di Golem resteranno uniche, come uniche saranno le loro soluzioni formali.
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Golem, tra i molteplici elementi e significati che racchiude, è anche la storia dell’amore di un padre per un figlio: da genitore, questo aspetto può colpire molto, soprattutto nel “congedo” finale tra Steno e il padre. La tentazione di un genitore è quella di far sognare il più a lungo possibile il proprio figlio, affinché quei sogni lo aiutino a migliorare il mondo nel quale vivrà: è ciò che Ago fa con Steno, in fin dei conti. Sono temi che ti toccano, o a cui hai pensato e fatto riferimento durante la stesura dell’opera?
Ovviamente. Sono felicissimo che tu melo chieda. È il cardine del libro. Steno è solo il protagonista apparente di Golem. Il vero protagonista del libro è la famiglia. Per farti capire l’importanza del tema, c’è un codice segreto nel libro, gematrico, che non fa altro che ribadire questo concetto. Golem ha infatti due punti di vista possibili, quello dei genitori e quello dei figli. Viviamo nei sogni di chi è venuto prima di noi. Steno è lui stesso un sogno che si avvera.

Di Golem ci ha colpito molto il packaging e la veste editoriale, soprattutto nella sovracopertina pensata come una fascetta di dimensioni più ampie che ti invita a scoprire cosa c’è disegnato nella copertina vera e propria: un rimando, a nostro avviso, alla stratificazione di livelli presenti nell’opera. È stata questa una tua idea? Hai affiancato BAO Publishing nello studio della veste editoriale del libro?
Il progetto del libro è mio. BAO ha avuto il doppio merito di non mandarmi a quel paese e di portarlo a termine. L’idea della stratificazione è arrivata fino alla parte cartotecnica, dove un disegno molto semplice in copertina, lascia intravedere che c’è dell’altro da scoprire. È esattamente così. Mi ha anche dato la libertà di poter mettere in piedi una cover estremamente semplice, cosa che amo fare quando il contenuto lo chiede, senza perdere il riflesso dell’avventore in libreria di prendere il libro per vedere cosa c’è dentro.

IL LOGO DI LO SPAZIO BIANCO

Di fumetti e grafica: l'arte di LRNZ - quadratoNell’aprile del 2014 hai realizzato l’attuale logo di Lo Spazio Bianco. Vuoi spiegare tu ai nostri lettori come è nata l’idea e il suo significato?
Mi intriga il fatto che, esattamente come per un astronauta lo spazio fuori da un’astronave è un non-luogo di vita sospesa fra una meta e l’altra, lo spazio bianco nei fumetti è un non-luogo transitorio in cui l’occhio si sposta fra una visione e l’altra. In entrambi i casi non ci sarebbero né il viaggio né la direzione, se non ci fosse questo vuoto colmo di così grande significato. Scott McCloud ha illustrato bene il principio gestaltico della closure nel suo Capire il fumetto, in cui illustra che la magia del fumetto avviene proprio nello spazio bianco fra le vignette, dove il lettore crea la parte che manca, collaborando attivamente alla missione dell’autore.
Il “fumettonauta” è lo spirito della lettura che ci invita ad avventurarci da uno spazio all’altro per provare a scoprire un nesso narrativo: il vero fil rouge del fumetto sono i suoi protagonisti, in grado di farci tagliare lo spazio bianco con le loro storie e i loro desideri.

Le vignette vengono selezionate a caso a ogni accesso, fornendo storie sempre diverse. Quando le hai disegnate c’era un senso a ognuna, o meglio, ci sono delle storie “esatte” tra quelle casuali?
Il senso è, appunto, nello spazio bianco fra le vignette che permette alla mera struttura (c’è sempre un punto di partenza, un problema, una soluzione, un finale) di suggerire una storia. Il fatto che siano casuali non è una scelta peregrina: serve a spiegare il senso dello spazio bianco nel fumetto, l’unica vera costante in tutte le migliaia di storie che si possono generare.

La striscia può esser vista come l’origine del fumetto. Tempo fa hai pure condiviso un articolo sul meccanismo delle strip, sul significato dei tempi tra una vignetta e l’altra. Credi che questa resti una forma importante e basilare del fumetto oggi?
Assolutamente. Ed è incredibile come una forma di fumetto centenaria che sembrava destinata a morire con la fine della stampa, è anzi rinata rivelandosi di una modernità ed efficienza schiacciante sui social network, le piattaforme più nuove in assoluto. Singolare davvero, no?

ATTUALITÀ E FUTURO

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Com’è stato riprendere oggi Astrogramma? Ridisegnandolo in alcune parti, che riflessioni fai sull’evoluzione del tuo stile?

La riflessione è che ero veramente una schiappa! Normalmente già mi vergogno per l’arroganza che ho nel sedermi a disegnare, considerato quante persone più brave e meritevoli di me ci sono là fuori, ma è incredibile quanto fossi completamente senza pudore all’epoca. Ero proprio convinto di saperne più di tutti. Ringrazio il mio io passato per aver avuto così tanta intraprendenza, però. Non sarei qui, ora.
Ad ogni modo, il mio senso dell’efficienza nel disegno ha un prima e un dopo precisissimo su cui si impernia la mia trasformazione stilistica in Astrogamma: il mio  radicale cambio grafico (costatomi peraltro il dover ridisegnare un terzo del libro per motivi di coerenza stilistica) è sicuramente avvenuto dopo la mia breve ma intensa incursione nell’animazione con The dark side of the sun.

Sia Golem che Astrogramma hanno in comune la tematica apocalittica: è un tema che senti in modo personale, al di là della tua produzione?
No. È solo un dispositivo narrativo per mettere le tematiche alle strette e farle brillare il doppio. Stilizzazione, come nel disegno, alla ricerca del massimo segnale col minimo rumore.

Nel tuo stile si ritrovano soprattutto influenze dal fumetto orientale: nel gioco delle suggestioni, dove si trova il confine tra citare e assimilare?
Assimilare significa capire il perché delle scelte tecniche. Significa comprenderle fino a poterle usare per qualunque altro uso compatibile, senza alcun vincolo di senso. Citare significa ripetere un’opera altrui. Significa fare proprio un sistema di forma e nesso già completi. Per non parlare delle influenze, della moda o degli stereotipi, che sono ancora una cosa diversa.

Di fumetti e grafica: l'arte di LRNZ - ASTROGAMMA-p23Qual è il tuo rapporto con la letteratura fantascientifica? Ne sei o ne sei stato un lettore? C’è qualche opera che ti ha “formato”?
Ho letto perlopiù fumetti, visto film, illustrazioni o giocato giochi di fantascienza. Sono quasi a digiuno di letteratura fantascientifica. Anche se è al limite con la fantascienza ho molto amato Flatlandia di Edwin Abbott.

Hai realizzato alcune copertine per la casa editrice Einaudi: come sei entrato in questo contesto editoriale? In che modo hai dovuto adattare il tuo stile per realizzare queste copertine?
Mi hanno contattato loro per fare quello che già faccio usualmente. È stato un premio importante per il mio lavoro di posizionamento senza fissa dimora. E non sono mai stato così libero di fare quello che volevo. Ho potuto muovermi usando il mio metodo progettuale al 100%. È stata un’esperienza interessante, proprio perché sono uscito dai cliché e dalle pause editoriali del fumetto, che non sono affatto poche.

Passiamo a Monolith, progetto ormai in dirittura d’arrivo che si articola tra fumetto per Sergio Bonelli Editore e film per Sky, su sceneggiatura di Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo.
Per quest’opera sfoggi uno stile pittorico ma non strettamente fotorealistico, come sei arrivato a questa scelta e che ruolo avrà narrativamente?
Sullo stile del fumetto: l’idea è quella di raggiungere una forma che si porti dietro gli strumenti della fotografia per il cinema, con tutte le conseguenze della cosa, strizzando quindi l’occhio alla concept art che ho realizzato per il film, ma senza perdere la freschezza di un disegno stilizzato che sicuramente resta la base fondante. Non è fotorealismo. Mi interessa, anzi, il limite della visione. Cerco una tecnica che mi consenta di creare luoghi con la profondità visiva sufficiente a portarti lì con la protagonista, a farti percepire il passaggio del tempo con il colore, l’angoscia, la fragilità dell’uomo contro la natura e la tecnologia, provare a estendere il più possibile la visione agli altri sensi. È tutto quello che ho vissuto nello Utah che spinge sulla mano per tornare fuori e finire nelle vignette di Monolith.

Di fumetti e grafica: l'arte di LRNZ - Monolith-2Che studi e ragionamenti grafici hai messo in campo per il design dell’automobile che dà il nome all’opera, che faceva sfoggio di sé “dal vero” alla scorsa Lucca Comics?
Dell’automobile non posso parlare se non per dire, banalmente, che ho dovuto costruirne appunto una da zero, funzionante, e che i sistemi progettuali sono stati quelli che si usano per la progettazione industriale. Disegni tecnici, illustrazioni, rendering.

Disegnatore, copertinista, grafico. Il tuo nome sta diventando sempre più in vista. Che programmi hai nei prossimi mesi?
Chiudere la realizzazione di Monolith, per l’appunto. Lavorare al primo volume di Geist Maschine, per Bao Publishing. Seguire le edizioni straniere di Golem. Provare a mettere in piedi un progetto di film animato per Golem.

Ringraziamo ancora LRNZ per averci concesso questa intervista e per le immagini fornite.

Intervista condotta via mail il 23 dicembre 2015

 

 

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