Interviste

Appunti per una storia di Gipi: intervista all’autore toscano

Appunti per una storia di Gipi: intervista all'autore toscano - immagine1-1941L’autore toscano è stato semplicemente sorprendente per l’estrema simpatia con la quale si è messo a disposizione dei numerosi appassionati che hanno continuamente visitato lo stand della casa editrice di Igort. Ed è stato ugualmente interessante seguire come, con pochi e leggeri segni, riusciva a sfornare disegni così belli per la loro semplicità e poesia.
Sfogliando questo “Appunti per una storia di guerra” siamo rimasti ancora una volta incantati di fronte ad una perizia grafica ed un gusto unico per la composizione della tavola, tanto da farci di nuovo ribadire, come già citato nella recensione al suo lavoro precedente, “Esterno notte”, che siamo di fronte ad un grande e moderno autore italiano. Dal numero delle persone che sono andate a conoscerlo direi che, probabilmente, non siamo i soli a pensarla in questo modo.

Allora , cosa ti senti di dire dopo il tour de force di Lucca? Sei soddisfatto dall’accoglienza e dell’attenzione che ti è stata riservata da parte di tutti gli appassionati che ti sono venuti a trovare allo stand della Coconino?
Sono stato e sono ancora molto felice della risposta che ho trovato a Lucca da parte dei lettori. Prima dell’uscita del libro ero terrorizzato, la stanchezza e l’insicurezza cronica mi proiettavano in mente panorami d’ indicibile fallimento.
Sono stato sorpreso dell’attesa che pareva esserci nei riguardi di “Appunti..”.Appunti per una storia di Gipi: intervista all'autore toscano - gipi1
E poi mi sono divertito a disegnare sui libri e parlare con i lettori; è sempre una cosa molto bella ed istruttiva.

Quali sono le tue aspettative per questo tuo lavoro? Hai già avuto qualche indicazione se il libro piace?
Ho ricevuto tante lettere di lettori contenti. Questo è un buon segno, perché il libro è uscito da poco. Ho anche avuto delle buone discussioni riguardo alla struttura ed ad un paio di esperimenti di narrazione che vi ho inserito. C’e’ un passaggio duro, nella vicenda, nella struttura del racconto, ma lo sapevo e mi aspettavo che generasse anche delle perplessita’. Era un esperimento e credo che abbia funzionato. Ma non posso dire di più, altrimenti rovino la storia a chi non l’ha ancora letta.

La prima impressione che ho avuto dalla sua lettura è stata di assoluta meraviglia di fronte al disegno fatto di queste linee sottili e di acquarelli, molto diverso dalla tecnica composita che avevi adottato in Esterno notte. E’ la nuova strada che vuoi percorrere oppure nel futuro ti vedremo all’opera con tecniche differenti?
Sono già all’opera con tecniche diverse; è più forte di me, la voglia di fare esperimenti vince sempre. Non riesco a progettare il tipo di tecnica che utilizzero’ in un racconto nuovo. Infatti è la storia che, per così dire, ha già in se’ il modo di essere disegnata.
In quest’ultimo lavoro, “Gli innocenti”, adotto un disegno molto semplice. C’e’ ariosità nelle scene e i tempi del racconto sono lenti. Questa faccenda dei tempi, e di una certa calma che spero di infondere nelle scene, mi porta ad usare una tecnica essenziale, lineare. E poi ho mollato il pennarello sottile per usare delle punte a pennello; questo cambia proprio il modo di disegnare e, nel mio caso, lo rallenta. Questo rallentamento finisce con ripercuotersi sulle scene stesse.

Questa credo che sia la tua prima storia lunga. Come è stato cimentarsi in questo, in termini creativi, fisici e psicologici, visto che, fin’ora, avevi prodotto solo brevi racconti? Hai dovuto mettere in gioco molto di te e delle tue abitudini?
Niente delle mie abitudini, che comunque rimangono sempre le stesse. Alzarsi dal letto, fare colazione e (tempo perso a parte) disegnare.
Ho terminato “Appunti” in circa otto mesi. Per più di tre mesi non mi sono preso un giorno di riposo ed ho tenuto il ritmo di una pagina al giorno, senza possibilità di giustificazioni ed assenze.
Questo perché sono un ebete, naturalmente. Avevo sbagliato il conteggio pagine/sceneggiatura/tempi di consegna e mi sono ritrovato con un lavoro più lungo di trenta tavole e con un mese e mezzo in meno per terminarlo. Sono stato sul punto di mollare e poi mi sono detto che se mi obbligavo, se diventavo “il negriero di me stesso”, sarei riuscito a finirlo.
Poi , nel frattempo, leggevo Nuto Revelli e il suo racconto della guerra in Russia, la ritirata, le marce nella neve, con la fame, gli assiderati, le bombe. Così mi dicevo che non potevo davvero lamentarmi.

Hai progettato tutto il lavoro ed immaginato cio’ che doveva succedere oppure ti sei lasciato trascinare ed ispirare da quello che a poco a poco mettevi sulla tavola? E quindi, in questo libro quanto c’e’ di istintivo e quanto invece scaturisce da un’ analisi di cio’ che volevi raccontare?
Le prime tredici sono state disegnate di getto, improvvisando. Poi ho scritto tutta la storia, l’ho sceneggiata ed ho seguito la sceneggiatura con modesta fedelta’. Ho tagliato alcune scene ed alcuni dialoghi, ma questo mi succede sempre quando metto giu’ il disegno. Puo’ anche capitare che una espressione di un personaggio risulti sufficientemente esaustiva da far saltare il testo che la accompagna, perché ormai superfluo.
Mi spiego meglio: “Christian rimase affascinato dalla citta’, con le sue luci, i colori, le vetrine, tutti quegli oggetti, tutte quelle cose da poter comprare..:” una cosa del genere è stata sostituita da un primo piano di Christian davanti ad una vetrina di un negozio di motociclette.

Appunti per una storia di Gipi: intervista all'autore toscano - gipi_s

A me sembra che un elemento di novità sia l’aver adottato in qualche modo uno svolgimento classico del racconto. Abbiamo un inizio dove si introducono i personaggi, li vediamo immersi in una vicenda difficile che li farà crescere, fino ad arrivare ad una conclusione, in un certo senso, tragica e quasi ammantata di simbolismo. Sei d’accordo su questa analisi?
Cio’ è derivato da una scelta consapevole o una naturale evoluzione artistica?

Sono d’accordo; non ho molto da aggiunere e mi ritrovo a tornare sempre alla stessa questione. E’ la storia che determina la struttura e il racconto e per “storia” intendo quello di cui si sta parlando. Se parlo di una trasformazione, di una crescita, di una (de)evoluzione, ho bisogno di tempo, di giorni, di mesi da far trascorrere nella vicenda.
Se voglio descrivere una giornata della mia adolescenza, facendo attenzione all’aspetto lirico, allora può bastare una pagina, due frasi, un disegno evocativo.
In “Appunti” il passare del tempo era una parte fondamentale, per giustificare le trasformazioni dei personaggi.
Quindi avevo bisogno di una struttura decentemente solida su cui appoggiare i nodi della vicenda ed era, quindi, anche necessario un orientamento verso un modo “classico” di raccontare.
Ma ci sono altri aspetti; in questa storia volevo sparire, volevo tenere un tono basso e lieve e non volevo effetti speciali. Ho rinunciato a tutte le “figate” che potevo disegnare, perché la storia, il tema stesso trattato, mi parevano impormi questa scelta. La scansione delle scene nella pagina, sempre uguale, senza mai un’apertura, risponde pure a questa esigenza.Ho l’impressione che più grave sia l’atmosfera e più semplice debba essere il mio atteggiameno. Non mi permetterei di fare lo “stiloso” su una storia drammatica.
Amo usare termini giovanili a vanvera.

Hai scelto comunque di mantenere un tono, per così dire, riflessivo nel raccontare la storia; e cioe’ adotti il punto di vista di uno dei protagonisti, cosa del resto non nuova nei tuoi fumetti. Quindi si può dire che tu non mantieni una posizione di neutralità di fronte alla vicenda e di fronte ai personaggi che stai raccontando?
Questa posizione “privilegiata” ti serve per capire meglio cosa sta succedendo sulla tavola?

Non credo che potrei tenere una posizione di neutralita’: sarei un ipocrita. Io ho la mia visione delle cose e del mondo e anche il “non capire le cose ” è una condizione precisa e personale.
Non saprei proprio come condurre una narrazione impersonale e se è possibile. Far parlare il personaggio di Giuliano con la mia voce e’, in primo luogo, inevitabile, sia per la struttura stessa della storia sia perché quel personaggio somiglia molto all’idea della mia adolescenza, che non è detto corrisponda alla mia reale adolescenza.
La narrazione mi permette di fare salti nel tempo e nello spazio. “Passammo tre settimane in quella soffitta..:” Ecco fatto: Tre settimane sono volate via.La storia (argh, ancora lei!) richiedeva di essere diluita nel tempo e la voce narrante assolveva a questo scopo.

Perche’ scegliere una guerra immaginaria (che a me ha ricordato molto, per evidenti somiglianze, cio’ che è successo nella Jugoslavia all’inizio del decennio scorso) e non scegliere invece di raccontare un contesto storico più preciso?
Un contesto nel quale possiamo più facilmente riconoscerci? Penso ad esempio, alla lotta partigiana…

Cio’ per molti motivi: primo, non riesco a scrivere di cose reali che non ho vissuto in prima persona. Forse imparerò, un giorno, a documentarmi, a sentire miei gli scritti e le esperienze di altre persone, ma per ora non ne sono in grado.Appunti per una storia di Gipi: intervista all'autore toscano - patria01
Quindi non avrei potuto scrivere della Bosnia senza sentirmi un truffatore (questo è un problema mio, non una regola).
In secondo luogo non volevo parlare di un fatto avvenuto “nella storia”, ma di una condizione possibile. Mi spiego: i soldati del mio paese sono attualmente in Iraq e questo fa di me il cittadino di una nazione coinvolta in una guerra. Sono bravissimo, come molti altri, a far finta di niente, a rimbecillirmi con la televisione e con i giochi al computer (o con Cubase, attualmente), ma quando sono sveglio sento che la mia condizione è quella.
La guerra c’e’.
Mi interessava parlare dell’idea della guerra come “cappa nera sulla testa”. La guerra come sensazione distante, ma presente, che modifica gli animi, giustifica le cattiverie. Questa e’, secondo me, una condizione che conosco. Per capirci, non ho disegnato assalti alla mitragliatrice.
Alla fine, quando ho riguardato il lavoro, mi sono accorto che mi erano finiti dentro i soliti temi di cui mi viene da scrivere: le differenze, i ricchi e i poveri. Questo non lo avevo previsto ed è una cosa che è successa da sola.
La seconda operazione che ho fatto è di tipo geografico e fisico. Ho immaginato di poter contrarre i confini e le distanze. La guerra a Sarajevo era una guerra di Slavi, anche se Sarajevo è a pochissima distanza da noi. Comprimendo le distanze, la guerra in Bosnia diventava la nostra guerra e la guerra in Iraq diventa (veramente ) la nostra guerra.
In una battuta del libro Stefano (uno dei personaggi) domanda: “Quanto ti devono scoppiare vicino le bombe per farti dire che una guerra è tua?”. Questa è una domanda alla quale è simpatico provare a rispondere in termini geometrici. Quanti chilometri? Quanti metri?
Inoltre, penso che la tendenza politica e morale della nostra società è quella di una generale accettazione e rivalutazione delle guerre. Quindi non mi meraviglierei di trovarmene una proprio sotto il culo, un giorno; e scusate la raffinatezza dell’affermazione.

E ora, mi sembra di capire che c’e’ già un nuovo progetto Coconino all’orizzonte? Ne vuoi parlare?
E’ un volume di 32 pagine, per la collana Ignatz. Questa collana viene stampata in molti paesi esteri, in Francia, negli Stati Uniti, in Spagna ed altri che non cito per paura di sbagliare. Il mio volume porterà un titolo che mi è assai familiare: “Baci dalla provincia”. Ogni volume sarà una sorta di contenitore nel quale mettere cose diverse: storie brevi, storie lunghe a puntate, appunti, disegni. Ogni autore, nella collana ignatz, cura la propria testata.
Nella mia prima uscita ci sarà questa storia nuova dal titolo “Gli innocenti”. Una vicenda ambientata ai giorni nostri che racconta l’incontro tra due amici che non si vedono da molti anni. Questi anni, uno dei due, li ha trascorsi in prigione. C’e’ un bambino in mezzo al loro incontro e tutta la storia è un’occasione per parlare delle mutazioni delle persone e delle piccole cose che ci portano a diventare persone buone, persone felici o persone infelici.

E che ci dici della chitarra elettrica che ti sei comprato?
Dico che la amo. Che lascerò il mondo del fumetto per diventare una rockstar. Impiegheròvent’anni, ma ce la farò. A quel punto avrò sessant’anni, come David Bowie adesso. E sarò proprio come lui, solo senza denti, senza talento musicale e con le orecchie a sventola. Un mostro, in sostanza, ma a quel punto il mondo sarà già abituato al peggio e io vivrò in una villa principesca sulle rovine di Beverly Hills.

Abbiamo parlato di:
Appunti per una storia di guerra

Fandango
112 pagine, brossurato, bicromia – 17,00€
ISBN: 9788888063980

Riferimenti:
Coconino: www.coconinopress.com
Gipi: giannigipi.blogspot.it

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