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Matteo Casali, intervista a uno scrittore “sinistro”

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - MatteoCasaliNYbigIl nome di lo ritroviamo, tra passato, presente, futuro certo o ipotetico, nei più disparati ambiti artistici: copywriter, sceneggiature, disegnatore, romanziere, musicista. Narrare, raccontare, mettere insieme le parole, è per te una esigenza, un impulso, un piacere, o cosa?
Direi soprattutto “cosa?” Non saprei dare una spiegazione specifica del desiderio/esigenza di scrivere. Ho sempre raccontato storie, fin da piccolo. Che avessero la forma di piccoli fumetti fatti in casa (con tanto di prezzo in copertina), canzoni o semplici bugie, raccontare una realtà diversa è sempre stata per me una cosa naturale. Quando lavoravo come copywriter pubblicitario, mi stupiva il fatto di riuscire a scrivere un testo per una marca di atomizzatori agricoli (no, non vi dirò cosa sono, così sarete obbligati ad andare su Google… eh eh!) senza chiedermi perché lo stessi facendo o come riuscivo a farlo. Anche adesso che sono alla tastiera per rispondere a queste domande, mi diverto a romanzare risposte che potrebbero essere assai più brevi… ma il divertimento dove sarebbe, allora?

Dover scrivere per lavoro, quindi non solamente spinti dal momento, dall’ispirazione, rappresenta sicuramente uno sforzo, specie agli inizi. Come hai superato, e superi, questo scoglio? Come cerchi le idee quando non sono legate all’ispirazione pura?
Non lo si supera mai. E alle volte non lo si incontra nemmeno. Ogni storia ha caratteristiche talmente diverse (per me, ma spero anche per chi le legge) da creare condizioni creative diverse. Di solito preferisco partire per tempo, anche perché la mia scrittura funziona come un motore diesel di una volta – quando si scalda, poi corre come un razzo. Posso passare due giorni a sbirciare gli appunti per una storia facendo finta di riordinare lo studio e cercando scuse per non cominciare, ma poi mi metto alla tastiera e sono capace di sputare una storia di 22 pagine in meno di una settimana.
L’importante è avere delle scuse, delle distrazioni per poi dire “cazzo, è tardi!” e mettersi sotto anche di notte.
Per quanto riguarda le idee, leggo parecchio (libri, saggi) e cerco di tenere viva la mia curiosità verso qualsiasi cosa, così da non restare mai a secco di idee. In questo modo si viene a creare un effetto meraviglia dovuto al trovare sempre quello che ti serve quando ti serve. In realtà, anche senza saperlo, la tua mente si sintonizza su una lunghezza d’onda precisa, che serve la storia che vuoi raccontare, raccogliendo qualsiasi input che verrebbe altrimenti ignorato in un altro momento. È una sensazione incredibile vedere che il mondo sembra improvvisamente girare in funzione di te e della tua storia… WOW!

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Immagino che la tua ecletticità nasca anche da una passione eterogenea, dalla letteratura, al fumetto, dalla musica al cinema. Cosa in particolare ti ha segnato e ti ha spinto a scrivere?
Cosa mi abbia spinto a scrivere non lo so (vedi la prima risposta), ma di certo tutto nasce da una specie di passione emulativa di tutto quanto mi piace. Come dici tu, cinema, letteratura e fumetto hanno plasmato il mio immaginario ed è stata per me una cosa naturale dare voce al mio mondo interiore (chiedo scusa se suona roboante, non era mia intenzione sembrare pomposo) e ritrovare in quello che faccio un po’ delle cose che ho visto, letto e sentito e che tanto mi erano piaciute. Ma non vi annoierò con un elenco di nomi, non temete.
La musica poi è sempre stato un passatempo –anche se impegnativo, visto che ho fatto due dischi – dove sfogavo molte delle cose che nel fumetto o altrove restavano inespresse. Ora che i TRQ (la mia band, www.myspace.com/trqmusic) è di nuovo attiva, è bello vedere come i testi che scrivo siano cambiati profondamente da quelli di qualche anno fa…e che in fondo non fanno altro che raccontare storie in modo diverso.

Cosa ti ha portato ad abbandonare il tavolo da disegno in favore della scrittura a tempo pieno? Ti manca mai il disegno?
La pigrizia? Scherzi a parte, ho scoperto che il processo creativo della scrittura – talvolta frenetico, altre frustrante ma sempre eccitante – sapeva darmi cose che il tavolo da disegno non mi dava. Ero sicuramente meno portato per il disegno che per la sceneggiatura, certo, ma non direi che ho propriamente abbandonato il disegno, e quindi non mi manca. Lo faccio ancora, anche se per ragioni di lavoro – sketch, e all’occorrenza design di personaggi – ma il piacere della scrittura, il dare forma alle idee ha preso il sopravvento.

 

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Come ti aiuta l’aver tenuto la matita in mano nel tuo rapporto con i disegnatori?
La risposta è “parecchio”, ma è più divertente sentire le risposte dei diversi disegnatori. In generale, le mie sceneggiature sono molto visive e tendo a dare molte indicazioni ai disegnatori (senza arrivare ai livelli di Alan Moore) per quelle scene che ho chiare in testa. Parlo specialmente di regia della tavola, ritmo della narrazione, arrivando talvolta, se richiesto dal disegnatore, a suggerirli con degli storyboard. Il tutto, ovviamente, dipende dal tipo di artista con cui ho a che fare – c’è chi preferisce più libertà e chi si trova a suo agio con script dettagliati.

Quanto e come ti documenti per scrivere le tue storie? Quanto è importante la ricerca per la scrittura di una storia?
Per me è molto importante. Non mi baso solo su internet e Google come sembrano fare tutti quanti oggi. Sarò un matusalemme, ma preferisco sfogliare libri e riviste o guardarmi documentari piuttosto che stare davanti a uno schermo ad assorbire nozioni non sempre verificabili. Inutile dire che il web è comunque un’importantissima fonte d’informazioni, ma per me è più il punto di partenza per cercare approfondimenti.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Catwoman-41-199x300Com’è il tuo rapporto con i disegnatori? Con quali hai avuto maggiore affinità sia lavorativa che di idee?

Sicuramente Giuseppe Camuncoli è in cima alla lista, anche per questioni di quantità oltre che di qualità; insieme abbiamo lavorato tanto, soprattutto in una fase importante, quella iniziale, delle nostre carriere, nella quale io stavo prendendo le misure con la mia scrittura e lui con con il modo di interpretarla. Ormai abbiamo sviluppato una sorta di forma mentis comune, un cervello alveare: quando chiedo una cosa a Cammo so esattamente cosa aspettarmi da lui, come lui sa esattamente cosa gli sto chiedendo; abbiamo una specie di empatia grafica, vediamo le cose più o meno allo stesso modo. A parte, curiosamente, la disposizione destra/sinistra: io immagino sempre le scene girate specularmene rispetto a come le interpreta lui – anche se è una cosa che mi capita anche con altri disegnatori! Forse sono uno scrittore mancino. Anzi, un scrittore “sinistro”!
Un disegnatore con cui ho avuto un buon rapporto è stato, per esempio, Brad Walker, che ha disegnato i due numeri di Catwoman scritti da me. Brad ha fatto un buon lavoro, anche se con qualche errore che purtroppo ha reso un po’ meno efficaci le storie dal punto di vista scenico. Piccole cose, scelte non so quanto sue e quanto imposte dall’editore, che si sono rivelate sbagliate.
Per esempio, nella prime tavole di una storia, c’è una scena in cui si vede il protagonista negativo del racconto che sta picchiando e brutalizzando una prostituta, fin quando non interviene Catwoman a salvarla.

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Catwoman disegnato da Brad Walker

Sto molto attento quando scrivo al momento in cui viene voltata la pagina, cerco di sorprendere il lettore con questa accortezza (anche se nel fumetto americano non sempre i conti tornano, perché c’è la pubblicità) . In questa scena volevo ottenere un effetto preciso: nell’ultima vignetta della tavola dispari doveva esserci l’inquadratura dall’alto del cattivo che si girava di 3/4 alle sue spalle per guardare qualcosa che incombeva su di lui; nella tavola dopo, quasi una splash page, si sarebbe vista Catwoman che gli atterra in faccia. Il disegnatore, invece, ha mostrato nella prima delle due tavole, come ultima vignetta, un’inquadratura dal basso, in cui si vede Catwoman che piomba addosso al cattivo; sembrerà una piccolezza, ma così è stato smorzato completamente l’effetto che volevo dare con la pagina successiva.
Tornando al discorso in generale, cerco sempre di avere un rapporto diretto con il disegnatore; per esempio, del lavoro di Brad Walker non sapevo niente fino a quando non me lo hanno mostrato, ma mi sono fatto dare il numero di telefono, l’ho contattato, abbiamo parlato, gli ho chiesto di farmi tutte le domande riguardanti la mia sceneggiatura, e ci siamo trovati molto bene a lavorare così.
Un disegnatore con cui invece non ho avuto nessun rapporto è stato un autore filippino, Roy Alan Martinez, che avrebbe dovuto disegnare il mio primo lavoro per la Vertigo, un progetto che poi si è bloccato ed è rimasto inedito. Dopo ha disegnatore Son of M per la Marvel, ma facendo delle pazzie anche con loro, scomparendo dalla circolazione. Con lui non avevo nessun tipo di contatto, lui non interpretava la sceneggiatura come richiesto e i risultati sono stati insoddisfacenti.
Per me invece instaurare un contatto, una sinergia, è molto importante.

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Tavola da Catwoman 41, disegni di Brad Walker

L’ambientazione con cui sembri avere più feeling e quell’America, quasi mitica o mitologica, nata dall’immaginario cinematografico e letterario. Hai mai preso in considerazione di scrivere storie che si svolgano in Italia?Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Bonerest-vol-3-ITALIA-198x300
Sì, e ti dirò di più… io e Michele Petrucci stiamo lavorando a una storia ambientata sul versante italiano delle Alpi durante l’ultimo inverno della II Guerra Mondiale. Ma anche in questo caso, come per le ambientazioni, americane o messicane che siano, si tratta di luoghi che hanno solo la funzione di fare da scenario a un mito (piccolo o grande che sia) in divenire, che si evolve. Per quanto ne sappiamo, Omero, se mi passi un esempio un po’ azzardato, era cieco ma ha scritto i viaggi di Ulisse ambientandoli in tutto il Mediterraneo, che per il mondo dell’epoca era uno spazio enorme. Oggi c’è gente che conosce meglio New York o Londra della propria città d’origine, quindi il concetto di luogo trasla dritto dritto verso il non-luogo della narrazione, quale che essa sia.

Pensi che sia più difficile scrivere storie d’ambientazione italiana, e perché? Come mai l’editoria italiana a fumetti sembra decisamente restia a raccontare il nostro paese?
Perché buona parte del nostro immaginario avventuroso e non solo, viene dal cinema, e in particolare da quello americano. Anche la letteratura ha fatto la sua parre, con autori come Ernest Hemingway. Se guardi le fiction televisive nostrane, riesci a pensare a un’esportazione del Maresciallo Rocca e compagnia bella? La nostra produzione di intrattenimento culturale soffre ancora di un marginalismo tale che portò a gridare allo scandalo quando Gabriele Salvatores, nonostante avesse vinto l’Oscar con uno splendido film decisamente italiano, annunciò che aveva intenzione di fare Nirvana e misurarsi con la fantascienza. C’è poca lungimiranza, in generale, anche se qualcosa sta cambiando. Salvatores aveva ragione e il suo film è stato un atto coraggioso,benché ruscito solo in parte, a mio avviso, per mille problemi produttivi.
L’editoria italiana non sa raccontare il panorama nostrano perché non si attenta a provarci, i suoi lettori già ne hanno abbastanza del belpaese e cercano l’evasione tra i grattacieli della Grande Mela. Eppure di storie ce ne sono da raccontare, basti pensare alla banda della Magliana (lo ha fatto Giancarlo De Cataldo nel superbo Romanzo Criminale), le stragi politiche, la P2. Ma poi chi te le pubblica?

L’apparizione di un editore come Becco Giallo ha aperto una strada in questo senso: come giudichi il loro operato?
Molto interessante. Credo sia una delle realtà editoriali nuove più interessanti tra quelle nate in Italia negli ultimi anni. Sono molto caratterizzati in quanto a catalogo, e alle volte alcuni lavori vivono più dell’argomento che trattano che della qualità specifica del lavoro stesso.
Credo si dovrebbe trovare una giusta misura, ma i presupposti sono molto buoni e lo spazio per crescere credo sia parecchio.

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Quindi, dal tuo punto di vista come autore, il mercato italiano presenta delle strozzature, offre spazi limitati per certi tipi di storie. Dall’interno, qual è la tua opinione sullo stato di salute di questo mercato? Visto che certi spazi, in effetti, si sono con il tempo aperti, pensi che se ti se ne presentasse l’occasione approfitteresti delle possibilità?
Premetto che il mercato italiano l’ho sempre vissuto da un punto di vista laterale, in un certo senso privilegiato ma in un altro svantaggioso; un punto di vista, per capirsi, diverso da quello che potrebbe raccontare un Roberto Recchioni che, dopo aver cominciato con l’autoproduzione, ha trovato lavoro in Italia con l’Eura, e con Bonelli, case editrice di fumetto del tipo che potremmo definire “popolare”; io invece ho continuato poco più a lungo con l’autoproduzione, poi ho cominciato a lavorare con altri ambienti editoriali, con un occhio di preferenza rivolto all’estero e in particolare gli USA, con cui lavoro dal 2002. Ho avuto, insomma, un’esperienza decisamente unica ma per certi versi parziale della situazione italiana.

Se ti sei rivolto all’estero sarà stato sia per interesse, ma anche per trovare certi spazi.
Beh, per preferenze e per questione di sensibilità soprattutto; quando nel ’93 iniziò a uscire il materiale Vertigo, io stavo cominciando a farmi le ossa in Granata Press. La Granata mise in produzione una serie che non vide mai la luce, se non in seguito con un paio di progetti di Onofrio Catacchio & Andrea Accardi e di Vanna Vinci con Kappa Edizioni; doveva essere una sorta di Vertigo in salsa mitteleuropea, anche se non era questa l’intenzione che avevano loro. In quell’esperienza trovai subito uno spazio narrativo che sentivo e sento tuttora vicino, al quale tentai di avvicinarmi da subito. Dal ’94 poi ho iniziato un avvicinamento a cerchi sempre più stretti, un po’ come un avvoltoio (risate), alla Vertigo di Karen Berger. Alla fine, tra il 2000 e il 2002 si sono create le condizioni e ho cominciato a lavorare con loro.
Il mercato italiano è una bestia strana, nel senso che da qui ai prossimi cinque anni lo scacchiera potrebbe cambiare radicalmente, perché ci sono giocatori grossi che stanno entrando in partita e altri che forse si preparano non dico a lasciare il campo di battaglia ma comunque ad assumere ruoli diversi. Sicuramente la Bonelli stessa sta attraversando un periodo di cambiamento che non potrà che intensificarsi con gli anni a venire. Le miniserie erano un concetto a dir poco alieno per l’editore di via Buonarroti, fino a pochi anni fa, mentre adesso sono una realtà e un’offerta ricca e varia.

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La neve se ne frega, Ligabue/Casali/Camuncoli

La Panini aveva cominciato un discorso di produzione di fumetti che prima non aveva mai preso in considerazione, basti vedere cosa hanno fatto con La neve se ne frega e con altre produzioni come David Murphy 911. Poi succedono cose come il caos delle Cronache del Mondo Emerso di un anno fa e alcune pianificazioni subiscono battute d’arresto improvvise.
Mutevole
credo sia la parola chiave, e abbiamo parlato delle due realtà più grosse, oltre la Disney, che possono mettere in campo delle vere e proprie produzioni. Che cosa potrà fare la Planeta DeAgostini lo vedremo presto mi sa.
E ormai Rizzoli, Fandango, Guanda e altri editori di varia (Mondadori usa i “cavalli di razza” già consolidati, ma non si sa mai) si sono dedicati all’editoria a fumetti.
Il problema vero è produrre delle cose, perché costa, e qui da noi sono in pochi a voler rischiare – e quindi non si cresce, perché come dice il proverbio, “chi non risica…”. L’Italia in genere importa: importando crea comunque un immaginario che è quello statunitense in primis ma anche nipponico. Ti garantisco che alla Scuola Internazionale di Comics dove faccio lezioni di sceneggiatura si vede tanta roba ispirata al Giappone, non solo come tratto ma anche come modo di raccontare le storie. Vederle coniugate in salsa italiana, quella potrebbe essere la chiave di volta di tutto quanto.
Resto convinto che l’Italia abbia tante cose da raccontare.
Però basta vedere il cinema italiano, che vive un po’ delle storie intimistiche, non voglio dire intellettualoidi perché se no sembro un scrittore-camionista. Non voglio le storie caciarone, roboanti, le esplosioni, le risse, però vedere che nel cinema italiano, l’unico a esser riuscito a fare un film di fantascienza è stato Salvatores, e l’hanno pure cazziato per averlo fatto, ti fa rendere conto che lavori in un ambiente in cui c’è una certa limitatezza di vedute. Se fai una graphic novel un po’ figa che parla di cose molto intime, invece allora entri in un gotha fumettistico.

Un circuito che sta definendo la sua identità.
Si, però attenzione perché poi si frammenta in tante correnti. Il fumetto intellettualoide rischia di essere fine a se stesso; per me il fumetto è anche intrattenimento, divertimento, dev’essere come vedere un bel film. I film di Orson Welles, intrattenevano! Quarto Potere ti diverti a vederlo, amaramente, ma ti diverti, non ti molla fino all’ultimo minuto. Ci sono persone che non sopportano i film di Woody Allen, con la loro comicità e l’introspezione del suo periodo checkoviano, anche se a me piace molto. Un po’ come Nanni Moretti. Il fumetto italiano vive una dicotomia: o sei quello che fa il fumetto popolare, e sei visto come un artigiano e basta, e magari sei un cervello in fuga che se ne va all’estero perché americanofilo o francofilo, e non mi sento tale, oppure sei un artista e allora resti in Italia, fai i tuoi fumetti, li vendi magari in 200 copie, ma sei rispettato e tutti ti portano in palmo di mano. Con questo non voglio dire che non debba esserci un certo tipo di fumetto, ma non dev’esserci solo questo! A me fa girare le scatole che ci siano professionisti in questo campo, come Loredano Ugolini, che ha 80 anni e che ha sempre lavorato nel fumetto popolare, che non è considerato un artista, uno che ha dato qualcosa al fumetto italiano.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Silent-Dance-USA

Mancano forse figure come poteva essere Magnus, che è sempre stato se stesso, dal popolare ai suoi fumetti più personale o all’erotico. Certo, oggi c’è sicuramente meno spazio, specie se non sei un Magnus.
Certo, se mi passi il riferimento quasi tolkeniano, manca il fumetto di mezzo: parlando per eccessi, sia chiaro, sembra che o sei un artista e fai il fumetto che capisci te, gli amici tuoi e il tuo editore, oppure sei un porchettaro a cui interessa solo incassare l’assegno a fine mese. Una roba che a volte sembra sfuggire in questo ambiente, specie in certi ambiti, è che fare fumetti dev’essere un lavoro, fare l’artista dev’essere un lavoro, che significa doverci campare. Il rispetto del proprio lavoro viene dai lettori, dai colleghi, ma anche dagli editori. Torniamo al discorso su chi pubblicherebbe un fumetto sulla P2 in Italia: non solo per paura del contraccolpo politico e d’immagine, ma anche per le capacità produttive tali da permettere a un artista di campare delle proprie cose. All’estero riesci a farlo, nel fumetto popolare riesci a farlo, con il fumetto indipendente a tutti i costi si fa più fatica a campare e quindi, di solito, è fatto nel tempo libero. Allora sì che puoi fare quello che ti pare, te lo fai te, non esiste nemmeno un controllo. Il fumetto è fatto di editor, di supervisori, di coordinamento: è un lavoro di squadra, non deve venire fuori un nome, deve venire fuori il fumetto. Il fumetto vive oltre i suoi autori, e dev’essere così. Il maestro Magnus faceva i suoi fumetti ma pensando a chi li avrebbe letti. L’autoreferenzialità era scarsa e le sue storie sono straordinarie proprio perché parlano a tutti.

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Tavola tratta da Justice League Unlimited #35, disegni di Scott Cohn

La gente compra Tex, ma che sia il Tex di Nizzi, di Faraci o di Boselli non interessa. Può essere un limite, perché la gente non è interessata a seguire anche l’autore.
Anche questo è un eccesso, ma io intendo dal punto di vista dell’approccio creativo a una storia.
Se il fumetto è mio e lo prendi così o ti scazzi, non è più una forma di comunicazione, diventa uno sfogo e basta. I fumetti della Bonelli, per tanti anni, come quelli Disney, avevano sempre e solo i nomi dei creatori, non avevano i credits della singola storia; con il tempo sono venuti fuori i nomi degli altri (molto prima in Bonelli che in Disney). Il credito va dato e deve servire a conoscere gli autori. E’ anche un problema di alfabetizzazione del pubblico: in Italia si legge poco, si legge per consumo. Però si dimentica una cosa, che il fumetto nasce così! Non voglio dire che è come Grand Hotel, come il fotoromanzo, però nasce come consumo, come alfabetizzazione delle masse.

Come le strisce americane, i Bonelli in Italia, Tezuka in Giappone…
Esatto, e non è che siano stati lavori al di sotto certi standard artistici! Io sono convinto che uno faccia arte se parte convinto di fare qualcos’altro. Sembra una frase fatta, però la penso così. Io non parto mai pensando di cambiare il mondo, se ci riesco meglio…
C’è chi mi critica perché a quanto pare che non sono mai soddisfatto o carico per niente di tutto quello che faccio. Nello stesso periodo in cui mi hanno approvato l’ultima graphic novel per Vertigo, erano stati opzionati anche i diritti cinematografici per Quebrada. Io credevo di essere contento, ma a quanto pare non dimostravo affatto di essere eccitato all’idea della possibile trasposizione cinematografica di Quebrada e sembravo più interessato al nuovo Vertigo. Non so bene come “giustificarmi”: immagino di essere un po’ come il soldato che pensa sempre alla battaglia successiva.
Così ha una ragione inconscia per sopravvivere a quella che lo vede impegnato al fronte…

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dettaglio da Justice League Unlimited, disegni di Scott Cohn

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Bonerest-1variant-USAParliamo adesso dello studio Innocent Victim, un modo di lavorare che oggigiorno va molto anche se forse in un’ottica più autoriale. Voi avete unito le forse per sfondare un muro verso l’indifferenza, mi sembra in maniera diversa rispetto a gruppi come Canicola, o come sono stati i Cani o Self Comics.
Sono operazioni diverse. Loro fanno un discorso di fumetto indipendente, in cui l’autore viene davanti a ogni cosa.Noi siamo partiti con un intento sicuramente più organico, anche di stampo multimediale. Quando creai Quebrada, la misi a disposizione della squadra e cominciammo una lavorazione particolare. Sapevamo benissimo che il potenziale multimediale di Quebrada era molto alto dal punto di vista di possibili sviluppi in videogiochi, action figures, cinema, serie animate. Bonerest ha lo stesso potenziale, anche se minore perché ha altre caratteristiche. Le storie di Michele (Petrucci – ndr) ne hanno un po’ meno, se non come sviluppo in animazione, perché il suo è un tratto particolare e personale. Però abbiamo sempre avuto un approccio molto organico, l’idea, fin dall’inizio, era di avere un’unità di gestione per tutti, dal sito internet, alla produzione…
Siamo andati a San Diego nel ’99 con un catalogo per vendere il nostro lavoro, per fare gli agenti di noi stessi. Questo ci ha creato anche qualche problema, perché venivamo percepiti come una piccola casa editrice, cosa che non siamo mai stati; abbiamo fatto qualche autoproduzione, ma siamo sempre stati solo uno studio, e infatti lavoriamo per altri editori, sparsi in tutto il mondo.
Anche lo scopo di Atmosfere, che nacque proprio da uno spunto di Petrucci per rilanciare il lavoro del nostro gruppo, era quello di mettere assieme nuovamente tutti gli autori, che non si sono mai persi di vista, ma che hanno intrapreso carriere soliste.
Il nostro è come uno di quei circoli dove si entra ma non si esce (risate). La sostanza è fare cose che siano riconoscibili come Innocent Victim.
Sarà un po’ anche per il tipo di cultura che ho, ma credo che il gruppo sia più importante del singolo. Per me questo vale in ogni aspetto della vita, il gruppo sociale deve avere più rilievo dell’individualità. E si deve rendere al gruppo quel che la forza del gruppo dà al singolo. Ecco perché nella società odierna mi sento un po’ fuori posto, perché tutti pensano ai cazzi loro…

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Sotto-Un-Cielo-Cattivo-vol2Con Atmosfere si è chiuso il rapporto con Magic Press?
Non lo sappiamo. Bonerest deve andare avanti, e l’intenzione di farlo con Magic Press resta. Devono esserci anche le condizioni favorevoli per me e Cammo, dobbiamo avere il tempo per poterci lavorare, la condizione lavorativa idonea; possiamo fare Bonerest perché nel frattempo facciamo altri progetti che ci permettono di lavorare non dico a costo zero, ma a certe condizioni. Sappiamo che la Magic Press non è un editore che produce. Siamo rimasti sempre in buoni rapporti, anche se ultimamente (purtroppo) ci si sente molto meno di un tempo da che ho smesso di collaborare con loro in veste di traduttore, cosa che ho fatto per anni e che mi ha dato grandi soddisfazioni. Non si è chiusa nessuna porta, sta anche a loro l’iniziativa per intraprendere altre cose.
Di sicuro noi abbiamo un poco alzato il tiro. Ci sono cose in divenire. Per esempio, ci siamo avvicinati tempo fa al collettivo Wu-Ming e stiamo parlando da un po’ di fare una cosa insieme. Wu-Ming 2, quello di Guerra agli Umani, è rimasto affascinato dalle similitudini tra Innocent Victim e il loro collettivo. Faremo, resta da vedere con quale editore, una cosa insieme. Non voglio correre troppo con le anticipazioni, ma noi siamo già d’accordo, dobbiamo trovare un referente con cui farlo. Intanto Wu Ming 2, Cammo e Stefano Landini hanno realizzato Pontiac, un libro illustrato che riprende alcuni dei reading musicali fatti in occasione dell’uscita di Manituana, in uscita nell’autunno 2010 per la neonata Vincent Books. Il che potrebbe portare a qualche sviluppo, ma è ancora presto per parlare di strani fumetti western che potrebbero vedere a luce in futuro…
Comunque negli anni tutti abbiamo iniziato a lavorare e pubblicare i nostri lavori in Francia e Stati Uniti. Per primo Cammo, coadiuvato alle chine prima da Lorenzo Ruggiero e oggi da Stefano Landini e Onofrio Catacchio, poi Werther Dell’Edera, Michele Petrucci, Grazia Lobaccaro, quindi siamo tutti quanti impegnati all’estero, però è in Italia che vogliamo restare. Non ci piace tornare in Italia da espatriati come lo zio d’America, preferiamo lavorare qua!

Quindi questa sarà un po’ la quarta fase di Innocent Victim?
È e sarà probabilmente una fase meno vistosa. L’intenzione di ritrovarsi da qualche parte l’abbiamo tutti, e a livello personale siamo sempre in contatto.
Ma il lavoro ci porta anche in direzioni diverse, ed è normale che non si riesca a fare tutto quello che avevamo progettato di fare insieme. Il “marchio” Innocent Victim continua a esistere, e speriamo che rappresenti un sinonimo di qualità anche in futuro.
C’è poi da dire che l’apertura della sede di Reggio Emilia della Scuola Internazionale di Comics di cui Grazia, Cammo e io siamo direttori artistici (oltre che docenti) rappresenta di per sé una quarta fase estesa di Innocent Victim. L’idea della Scuola venne dopo la festa del decennale a Lucca, nel novembre 2007, e da quando è diventata una realtà – che ci ha dato e ci dà grandi soddisfazioni – è divenuta un po’ un nexus per tutti coloro che fanno parte o ruotano attorno al grande network di amicizie professionali che Innocent Victim e i suoi membri hanno accumulato negli anni. Non so che numero sia di preciso, ma di sicuro è una fase interessante.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Quebrada-VolumeOltre a Bonerest, che continuerà a tutti i costi, anche Quebrada è un progetto su cui conti molto?
Assolutamente sì. Io e Cammo vogliamo riprendere Bonerest al più presto, e abbiamo deciso e promesso a noi stessi che quest’anno cominciamo a pianificare un po’ di cose. Quando sarà il momento ne parlerò meglio… e credimi, non vedo l’ora.
Per Quebrada, invece va fatto un discorso ancora diverso. È chiaramente uno dei miei “figlioli prediletti”, e lavorerei su questa ambientazione, che ormai è enorme visto che ha continuato a crescere in tutti questi anni, in qualsiasi momento. Ma voglio aspettare il momento e le condizioni giuste. Quasi in contemporanea con la riedizione che Quebrada ha avuto per BD, una raccolta completa che comprende anche una storia apparsa solo su di una rivista di moda, con un paio di storie nuove fatte per l’occasione, venne girato il materiale per uno spec trailer (slang cinematografico per definire un promo di pre-produzione) a Roma, diretto da Giacomo Cimini. Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - card_cobalto-PENCILFurono tre giorni straordinariamente divertenti, la mia prima volta su un set… e vedere i miei personaggi in carne e ossa è stato davvero una sensazione strana. Ho postato qualche foto e almeno un girato sul mio bistrattato (lo so, lo so… devo aggiornarlo più spesso…) blog Breakfast of Champions (matteocasali.blogspot.com), anche se poi di quel materiale non se ne fece nulla.
Ora però Quebrada è stato opzionato per la seconda volta. Vedremo che succede: mi esalterò forse la serata della prima se mai ci sarà, perché sono diventato molto cauto su questo genere di cose…

E’ una produzione italiana quella interessata a Quebrada?
La prima opzione era stata fatta da uno studio italiano con contatti per coproduzioni all’estero. Al momento, invece, è una casa di produzione canadese a detenere i diritti cinematografici, quindi si parte dall’estero.
I tempi non sono ancora determinati ma siamo in una fase di preproduzione quindi dovrei sapere qualcosa entro l’autunno.
Ovviamente, vista la situazione, sto considerando di riprendere in mano Quebrada in modo “ufficioso”, con nuove storie e la ripresa di un progetto che venne annunciato ma non vide mai la luce per motivi di burocrazia statunitense. I veri Quebradaholics sanno probabilmente di cosa parlo, ma preferisco lasciare la cosa non dichiarata, al momento.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - LaPasion-by-CHIARA-MILK-BAUTISTA
Illustrazione dell’autrice messicana Chiara “Milk” Bautista.

 

Sono rimaste quindi nel cuore, nell’interesse dei lettori.
Si, ed è quello che mi convince. Io non avevo nemmeno un’idea precisa di quanto avesse venduto Quebrada fino a quando non abbiamo svuotato il magazzino di Innocent Victim e ci siamo resi conto che Il colore della passione è esaurito e anche di Ogni uomo per se stesso resta ben poco.Non vedo l’ora d rimettermici sopra, credimi. Ogni volta che vado in una qualsiasi fiera o in una libreria per una presentazione, la prima domanda che mi viene sempre fatta è “quando esce la prossima storia di Quebrada?”
E quando non mi chiedono della città delle maschere, mi fanno la stessa domanda per Bonerest… ed è un vero piacere vedere che, anche a distanza di tempo, le storie che ho scritto hanno un seguito di lettori così appassionati.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - Scorpioni-del-DesertoCom’è stato lavorare su Gli scorpioni del deserto, continuando la serie ideata da Hugo Pratt? Come siete stati scelti e come avete affrontato questa vera e propria impresa?
È stata un’esperienza unica.
Patrizia Zanotti
, che dirige la Cong SA, società creata dallo stesso Hugo Pratt per gestire i diriti dele sue opere, aveva conosciuto Cammo a Roma. Io la incontrai ad Angouleme qualche mese dopo, ma allora si parlava di un volume monografico in omaggio a Pratt, con autori internazionali (come Jim Lee, Lee Bermejo e altri) di cui alla fine non si fece niente.
Qualche mese dopo, nell’aprile 2006, ricevo una telefonata da Cong. Mi chiedono se sono interessato a proseguire il lavoro sulla serie de Gli scorpioni del deserto. Credo sia facile intuire la mia risposta entusiastica.
All’epoca, tra l’altro, Cammo non poteva lavorare al nuovo volume per una sovrapposizione di impegni. Poi, fortunatamente, la produzione venne posticipata per permetterci un viaggio di documentazione in Etiopia durante il quale venne girato anche il materiale per lo straordinario documentario Hugo in Africa (www.hugoinafrica.com) di Stefano Knuchel. Fu un’esperienza straordinaria, davvero unica. Ritrovarsi sui luoghi vissuti da Pratt ha dato al nostro lavoro un impulso che mai avrebbe potuto avere senza quel viaggio.
Poi, tornati a casa (cambiati…), abbiamo iniziato. Ho scritto la sceneggiatura senza particolari paure, nel modo più naturale possibile. Né io, né Cammo abbiamo mai tentato di scimmiottare lo stile (peraltro inimitabile) del maestro Pratt. Un approccio che a quanto pare ha pagato. In Francia così come in Italia, il nostro lavoro ha avuto gli apprezzamenti anche di quei fan di Pratt più duri e puri che un po’ temevamo. È stato belo sentirsi dire che avevamo realizzato una storia molto prattiana pur avendola realizzata senza un intento preciso in quella direzione. Merito dell’Etiopia, probabilmente, se lo spirito del maestro è presente anche nel nostro lavoro.

Si parla tra l’altro di uno stesso destino per Corto Maltese. Potremmo vedervi coinvolti nuovamente?
Delle nuove storie di Corto si parla da molto tempo, ormai, ma non si sa ancora nulla di preciso. Per il momento, però, io e Cammo ci possiamo vantare di essere stati i primi, dopo la morte del maestro, a raccontare qualcosa sull’immortale personaggio di Pratt. Lo facemmo in occasione del prequel di Quattro Sassi nel Fuoco, pubblicato su Specchio nel marzo 2008, dove accanto a Cush e Koinsky, nelle due pagine centrali della storia che precedeva il nostro volume de Gli scorpioni del deserto, appariva un Corto Maltese impegnato sul fronte della Guerra di Spagna.
Un vero onore, insomma.

Matteo Casali, intervista a uno scrittore "sinistro" - AstonishingX-MENE infine, a cosa stai lavorando adesso e quali altri progetti hai nel cassetto?
Beh, direi che ci sono diverse cose che, tanto per cominciare, ho già scritto e aspettano di vedere la luce. Alcune di queste sono più che note, come l’ormai fantomatico Batman Europa (i cui tempi di attesa/lavorazione fanno un po’ sorridere), così come la graphic novel 99 DAYS che dovrebbe vedere la luce nel 2011 nella collana Vertigo Crime, per la DC Comics. Con la Marvel Comics ho iniziato appena un anno fa una collaborazione che mi ha visto scrivere un episodio di What if? Astonishing X-Men e uno di Iron Man di prossima pubblicazione, ma è presto per parlare del mio futuro alla House of Ideas. Il nuovo capitolo de Gli scorpioni del deserto è praticamente pronto, lo riprenderemo in mano a fine estate 2010, quando rivedremo insieme a Patrizia alcune cose che potrebbero variare la durata della storia e quindi prevedere una qualche riscrittura.
Sto lavorando ad alcune idee per diverse graphic novel, una delle quali dovrebbe finalmente vedermi impegnato con Michele Petrucci dieci anni dopo il prologo di quell’Ossidiana vista su Black della Coconino Press e mai realizzata. E mi sto dedicando a cose extra fumetto, perché ho voglia di provare qualcosa di nuovo.

Come ho sempre detto, se mi fermo sono perduto…

 

 

Le immagini sono © degli aventi diritto.
BONEREST © Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli

QUEBRADA © Matteo Casali
SOTTO UN CIELO CATTIVO © Matteo Casali, Grazia Lobaccaro
SILENT DANCE © Matteo Casali, Grazia Lobaccaro, Alessandro De Angelis
GLI SCORPIONI DEL DESERTO © Cong S.A.
LA NEVE SE NE FREGA © Luciano Ligabue, Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli
DETECTIVE DANTE è un personaggio creato da Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni, © Eura Editoriale
CATWOMAN © DC Comics
99 DAYS © Matteo Casali, Kristian Donaldson/Vertigo-Dc Comics
JUSTICE LEAGUE UNLIMITED © DC Comics
WHAT IF ASTONISHING X-MEN © Marvel Comics
ERRATA: Lo stencil in home page è opera di Mauro Corradini e non come precedentemente indicato di
Chiara “Milk” Bautista. Ci scusiamo con l’autore.

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