Interviste

Fumetti con gli Steroidi – Alberto Ponticelli

Fumetti con gli Steroidi - Alberto Ponticelli - immagine1-1900La presentazione di Starlight 1 – La strada del crimine è lastricata di piombo è stata effettuata all’ultima Comiconvention. A questa presentazione mi sono reso conto, ascoltando i commenti dei curiosi, che le opere di risultano piuttosto conosciute al grande pubblico. Inoltre in molti riconoscevano lo stile di Alberto sfogliando il nuovo lavoro, ma non tutti conoscevano l’autore di quelle tavole. C’e’ stato addirittura uno che ti ha detto “disegni come quello di Egon” [autoprodotto con lo Shok Studio – ndi] Percio’ sembra necessario partire da qui: chi è , partendo dall’esperienza dello Shok Studio?
Innanzitutto è anche abbastanza normale che non si ricordino il mio nome, perché, quando abbiamo iniziato, lo Shok Studio era veramente una cosa di gruppo, e quindi era più facile ricordarsela così piuttosto che tenere a mente un singolo personaggio.
Quella è stata davvero la mia prima esperienza grossa, nel senso che l’autoproduzione è cio’ che ha fatto partire tutto il resto. E’ stato importantissimo per noi perché abbiamo cercato di fare progetti un po’ meno fanzinari ed un po’ più professionali, cercando di introdurre varie cose come la colorazione al computer, un tipo di carta migliore di quello allora utilizzata [ed anche ora in molti casi – ndi], anche una confezione più professionale.
Ed in più cercavamo di fare delle storie per come le vedevamo noi e non per come il mercato allora le cercava.

C’era poco mercato allora, o forse c’era poca diversità più che poco mercato?
C’era mercato, ma stava iniziando a morire perché era finito il periodo d’oro, che in genere dura 3 minuti [ride]. E quindi, c’erano delle difficolta’, pero’ volevamo provare ad imporci in qualche modo, perlomeno farci vedere. Da lì in poi siamo riusciti a sbarcare in America, quindi funziono’, in un qualche modo.

Riallacciandoci al discorso di prima, secondo te è più importante che sia l’opera “a passare” e fare breccia nel pubblico, o in un certo senso ti dà fastidio che ci sia questo distacco?
No a me non da fastidio. Soprattutto perché mi piacerebbe sdrammatizzare tantissimo cio’ che faccio. Molti se la tirano, e poi c’e’ un sacco di frustrazione in giro, perché il mercato è quello che e’.
Adesso va di moda il discorso che chi lavora all’estero è un traditore della patria [ride e si gratta il sedere]. Siamo arrivati a punti allucinanti, ed io me la rido, perché alla fine sono discorsi divertenti nel loro lato spazzatura, no? Noi [quando parla del passato Ponticelli parla sempre al plurale, si capisce che lui nello Shok Studio ci credeva davvero – ndi] volevamo fondamentalmente dare un messaggio di gruppo, perché eravamo amici e ci tenevamo che venisse fuori un discorso del genere. Poi se il pubblico non conosceva i vari personaggi non era un problema per noi e nemmeno per me.
Il messaggio che volevamo dare era di viversi una vita “sana”. Ti fai le tue cose, ti fai le tue esperienze al di fuori del tavolo da disegno, e poi “le racconti”. E non viceversa che, a mio avviso, è una cosa che viene fatta molto di frequente. C’e’ molta gente che vive una sua realtà virtuale e cerca di imporsi nel mondo del fumetto senza conoscere la realta’; sono situazioni che vivendo in quest’ambiente ho notato.

Mi ricordo un banchetto alla Cartoomics di una decina di anni fa. Un gruppo di esagitati sempre allegri pronti a portare una ventata di freschezza nel mondo dei fumetti italici. Ma ricordo anche le discussioni in conferenza stampa con altri editori forse troppo legati alla tradizione. Il mercato non era pronto per voi.
Era anche divertente, perché sapevamo di non far parte di quel mercato, ma credevamo nelle nostre cose e volevamo quantomeno provare a farle. Certo, l’autoproduzione ha i suoi limiti, ma cercavamo comunque di far vedere che si potevano fare delle cose di qualità anche se non facevi parte delle grandi case editrici. Siamo stati tra i primi, per esempio, a proporre la colorazione al computer. I coloristi poi hanno lavorato direttamente per la DC, quindi la strada era quella, evidentemente.
Anche le storie erano di un certo tipo. Molti ci tacciavano di arroganza, ma anche questa è stata una cosa di cui ci siamo vantati, perché di fatto noi cercavamo di prenderci in giro e non sempre questa cosa veniva colta, per cui molta gente ci definiva fighetti arroganti. In realtà eravamo sempre pronti ad essere sputtanati da qualcuno e l’avremmo apprezzato tantissimo, ma purtroppo si attaccavano ad altre cose. So che a posteriori sa un po’ di cazzata, perché, se vuoi, le cose che fai devono essere anche recepite. Infatti avremmo dovuto scremare pian piano con l’esperienza questo discorso e renderci più leggibili, nonostante le storie e le esperienze restassero vere. L’avremmo raggiunto pian piano se non fossimo esplosi tra di noi.
Abbiamo litigato tra di noi, sono successi un po’ di macelli, e come tutte le rockstars abbiamo fatto la fine che meritavamo [ride e rutta].

Me è avvenuto comunque dopo la partenza per gli USA
E’ avvenuto anche un po’ a causa di quello, per alcuni motivi di organizzazione. Ognuno voleva fare cose diverse, poi, nel momento in cui si è cominciato a lavorare seriamente, ci si doveva dare un certo rigore e non eravamo pronti, in realta’. Lì ti inquadrano e devi fare cio’ che ti chiedono, perché diventa un lavoro vero, scadenze rigide e tutto il resto. E da lì sono cominciati i primi attriti, perché non eravamo più tutti convinti di questa cosa. E’ finita che abbiamo preso strade diverse.
Adesso a poco a poco ci rifrequentiamo, con molta calma. Diciamo che siamo come ex fidanzati che cercano di intraprendere un rapporto di amicizia [ride].
Alla fine si è comunque rivelata una buona esperienza. Per me in particolare è stata la migliore possibile, mi ha dato l’impostazione per quello che volevo fare da grande, e mi ha fatto capire, o insegnato se vuoi, l’idea di sdrammatizzare questo mestiere. Perche’ deve essere contemporaneamente un divertimento e un mestiere con un’alta professionalita’.

Da quanto fin qui detto capisco che l’idea dell’artista che si chiude in se’ stesso a partorire la propria opera non fa proprio per te.
Non ci credo tanto. Il nostro concetto [ancora lo Shok Studio – ndi] era quello di viverci la vita osservando la gente, i tic, le manie. In più c’era un certo mondo un po’ perverso che ci affascinava, di perdenti, di freak, di violenza se vuoi, che cercavamo di trasmettere nel nostro modo più personale. Capisco che è una cosa abbastanza estrema, che deve essere accettato dal pubblico, ma in realtà questo non è mai stato un problema. Perche’ noi, alla fin fine, vendevamo bene; siamo stati sempre in attivo, per cui in realtà di problemi non ne abbiamo mai avuti. Ci siamo scontrati con le case editrici che non ci volevano pubblicare, ma vendevamo.

Insomma avete dimostrato che, a volerle pubblicare, le vostre idee vendevano bene.
Noi abbiamo fatto un ragionamento molto semplice: “E’ inutile lamentarsi. Facciamo le nostre cose e vediamo cosa succede.” Abbiamo proposto le nostre cose alla Panini ed alle altre case editrici, e non le hanno volute (troppo iconoclasti, ancora adesso mi vanto di questa definizione, che ovviamente abbiamo capito solo anni dopo avendo cercato il termine sul vocabolario). Le abbiamo allora proposte in America e le hanno accettate. Abbiamo iniziato con la Dark Horse che, per la prima volta, ha pubblicato un progetto completamente italiano: è stato il primo progetto completamente “carta bianca” che abbiamo venduto. Per noi è stata una soddisfazione e in più, tornati in Italia, c’e’ stata l’asta per comprarsi lo stesso progetto proposto giorni prima (non eravamo più iconoclasti! yeeeeeeh). Vera esterofilia.
E poi faceva ridere perché tutti quelli che si approcciavano a noi (editori e colleghi compresi) cercavano di assomigliare a noi, o perlomeno a come ci vedevano da fuori. Cominciavano tutti a parlare sboccati, si sforzavano di sembrare maledetti, sporchi brutti e cattivi… Questa era una delle cose che ci divertiva di più, perché capivamo che era artificiale da parte loro, per cercare di essere allo stesso livello e far vedere che anche loro ci stavano dentro ed erano molto aperti di idee.
Dava anche soddisfazione.
Sì dava soddisfazione. Ma anche rabbia perché comunque la stessa cosa che gli avevamo proposto quindici giorni prima, cambiando l’etichetta, andava bene. Pero’ comunque ci faceva ridere, anche perché l’hanno pagata di più alla fine. Quest’e’ quanto.
Poi da lì io ho continuato a tenere i contatti con gli Stati Uniti. Ho lavorato tanto anche con Horley, l’ho aiutato a far delle matite di Lobo. E poi il resto: l’Image, la Marvel

Sulla biografia presente in Starlight ho letto, sicuramente l’hai dettato tu, che all’Image avevano cercato di trasformarti in un clone di McFarlane. Come si lavora alla Image? Ti impongono un stile da seguire?
Non so come si lavori all’Image in generale, conosco la mia esperienza. Io ho cercato di entrare in qualche modo in quel mondo, e sono stato contattato da Bendis. Al che mi sono state chieste delle tavole di prova, sono piaciute e hanno cominciato a pubblicarmi. Facevo solo le matite, che erano le mie matite solite, quelle di Egon su Sam & Twich, per capirci, ma l’inchiostratore era un americano che già lavorava per McFarlane, e aveva uno stile “McFarlaniano”. Siccome lì è buona la prima, come una catena di montaggio, non ci ha nemmeno provato ad avvicinare il suo stile al mio, e quindi è venuto fuori lo stile di McFarlane. Poi, sullo stesso albo, si sono alternati diversi inchiostratori, McFarlane stesso ed altri, ed erano, inevitabilmente, le tavole dell’ennesimo clone. Infatti è stata un’esperienza bella all’inizio e traumatica alla fine. Il risultato finale non mi piaceva perché non era quello che avevo disegnato, pero’ non puoi dire niente perché lo scopri alla fine quando l’albo viene pubblicato.

Impuntarsi, come qualcuno ha fatto (Castellini per esempio), per ottenere un’inchiostrazione accettabile?
Io purtroppo non l’ho potuto fare, c’e’ stato un errore all’inizio, avremmo dovuto impostare il lavoro in un altro modo. Purtroppo, quando è arrivata, l’offerta era bella, ma si partiva il giorno dopo. Non so, io alla fine di quel lavoro non sono soddisfatto, se non per il fatto che è di Bendis ecc. ecc… Ma con Bendis non siamo rimasti in contatto, neanche lui è rimasto soddisfatto della cosa. E’ anche comprensibile perché avevano cercato un disegnatore di un certo tipo ed il risultato era diverso. Forse era quello che si aspettavano, ma non era più quello che mi aspettavo io.
Per questi motivi non ho neanche insistito nel cercare nuovi lavori all’Image. Tant’e’ vero che nei lavori futuri chiedevo, come condizione, di inchiostrarmi da solo: almeno se il lavoro faceva schifo sapevo che era colpa mia. Io le mie responsabilità me le prendo sempre.

Che il nome sulla copertina sia mio, ma che anche la roba all’interno sia mia?
Si’, anche perché poi le recensioni di Sam & Twich dicevano che ero l’ennesimo clone di McFarlane, che, detto tra noi, non mi è mai piaciuto più di tanto. Se non all’inizio per quello che ha rotto negli schemi, ma dopo è stato talmente inflazionato.

Quindi sei tornato in Italia, passando per la Marvel.
In realtà non sono mai tornato in Italia, ho sempre cercato di lavorare in America. Ho lavorato su riviste ( Magazine, Heavy Metal), qualche collaborazione per Lobo, robe della Verotik mai uscite e mai pagate. Vabbeh, ci sono state varie strade. E poi ho iniziato con la Marvel: Marvel Knights, Blade 2, una marea di roba; in realtà continuavano a propormi cose, ero arrivato a un periodo in cui facevo una cinquantina di tavole al mese.

Ma sempre qua in Italia. Tu lavoravi qua e spedivi.
Diciamo subito che io vado a San Diego [alla fiera del fumetto di San Diego – ndi] da dieci anni a questa parte, per cui in alcuni periodi sono effettivamente stato in America, pero’ alla fine ho sempre lavorato da qua. Anche perché adesso, con internet, mi basta scansionare la tavola e spedirla. Mi danno l’OK o meno, e poi spedisco le tavole originali tramite un corriere che pagano loro.

Quindi, la tempistica da che iniziavi a disegnare al numero finito quale era? Piu’ o meno.
Si trattava di 22 pagine e lo facevo in circa tre settimane, dopodiche’ io mollavo tutto a loro, anche se in realtà spedivo le pagine a pacchi di dieci e loro cominciavano a rifinirle man mano che le avevano. Hanno tempi strettissimi e se sbagli una consegna di due giorni si rischia di far saltare il meccanismo. Io per fortuna sono piuttosto veloce quindi non ho mai avuto problemi, pero’ proprio per questo continuavano ad offrirmi cose: per un po’ ho accettato, anche perché il dollaro allora era molto in alto. Alla fine una roba di Weapon X non ho potuto accettarla: stavo facendo già due serie, ero diventato una macchinetta. Insomma ho mollato perché era troppa roba.
Con gli Stati Uniti il problema è che non hai mai il controllo totale del lavoro. Per esempio non mi è mai piaciuto il colorista di Marvel Knights: faceva dei colori molto brillanti e luminosi, mentre io cercavo di fare delle atmosfere notturne, per cui le cose stridevano ed alla fine il risultato non era granche’. Se poi aggiungi il fatto che è “buona la prima” e non puoi permetterti di curare la tavola più di tanto, capisci che non mi ci trovavo. Colpa mia che avevo accettato altre cose, per cui i tempi di consegna erano sempre più ridotti.
Poi mi hanno offerto Blade 2. A me il personaggio piaceva, avevo voglia di disegnarlo, pero’ erano più di 50 tavole; ad un certo punto hanno sbagliato la gestione delle scadenze per cui ho dovuto correre.
Ma il colpo finale è venuto dopo. Io stavo facendo un Capitan America molto interessante, perché ribaltava la storia della seconda guerra mondiale: aveva vinto il nazismo (un po’ alla Svastica sul Sole di Dick). Solo che nel frattempo è stata licenziata l’editor che lavorava con me, è subentrato un nuovo editor e sono cambiati tutti i ruoli; per cui da un giorno all’altro mi sono trovato con queste tavole che non servivano più a niente perché avevano cambiato il progetto, l’hanno dato ad un altro ed è morta li’. In realtà era il progetto che mi interessava di più, ho lavorato alla Marvel per arrivare a lavorare a qualcosa come quello. Capitan America a me non piace, pero’ è sempre un personaggio che tira molto, poi la storia era particolare, c’era questa New Berlin al posto di New York ,con la statua di Hitler al posto della statua della libertà [“Captain America lives again” di e Lee Weeks – ndr].
Insomma, con la Marvel è andata come è andata, ma è stata una mia scelta.

Quindi non ti trovi a tuo agio col fumetto seriale?
Non mi fa impazzire, perché si tratta sempre di personaggi non miei: a me piacerebbe, alla fin fine, essere più personale possibile. Comunque, anche adesso che ho questi progetti con la Francia, continuo a tenere i rapporti con l’america, soprattutto con la Dark Horse, dove sono un po’ più aperti di mentalità e con cui ho pure più confidenza; tramite due o tre scrittori americani ci teniamo in contatto, in attesa che possa venire fuori qualcosa di interessante. Se avverrà potrei anche tornare al fumetto seriale.

A questo punto del tuo percorso professionale è arrivato il Sette Mondi, Giovanni Gualdoni e tutto il resto.
Li ho conosciuti all’epoca di Armadel, il fumetto telematico del Corriere della Sera, mi avevano proposto di fare una puntata, io non stavo facendo grandi cose ed ho accettato. Ho intravisto in Giovanni Gualdoni una certa capacità organizzativa che mi aveva colpito, perché, per una volta, in un progetto italiano c’era un’organizzazione di tutto rispetto. Adesso posso dirlo, perché ho avuto le mie esperienze, e, al di là della qualità del prodotto, l’organizzazione era notevole. Lui ha questa capacità di portare avanti un certo modo di ragionare, di finanziare i progetti, di tenere tutto sotto controllo, che mi piace.

Ed ha anche la capacità di entrare in realtà non vicinissime al fumetto come il Corriere della Sera, appunto.
Infatti è stato un tentativo inedito, per cui è stata una cosa interessante. Ho intravisto le sue potenzialita’: lui è una persona di un energia allucinante, anche se poi si ammala due tre volte la settimana [ride]. Pero’ è stato in grado, dopo Armadel, di organizzare tutta una struttura protesa verso la Francia dove lui, di fatto, ha dato lavoro ad un sacco di gente.
E’ stata una cosa che mi è piaciuta subito ed infatti continuo a lavorare con lui, perché, per una volta, ho visto in Italia una volontà di non lamentarsi e cercare piuttosto di organizzare qualcosa di inedito che sì va all’estero, pero’ funziona.
Posso dirti che lui, a seconda del disegnatore, riesce a scrivere dei soggetti, ne scrive una ventina che sono tutti potenzialmente buoni soggetti. Questo fa impressione, ma ti assicuro che è cosi’, ho la mia esperienza a testimoniarlo, ma anche con Rosenzweig ha fatto la stessa cosa. In base a quello che ti piace disegnare o comunque ai “mondi” ed alle “passioni” del disegnatore, lui cerca di comporre una storia, pero’ è sempre una cosa personale, non è un qualcosa che scrive a macchinetta o che ha precotte nel computer. Le scrive di getto e riesce sempre a tirar fuori delle idee, potenzialmente buone; certo vanno sviluppate, ma ci sono sempre dei buoni punti di partenza. Questa cosa a me affascina di lui. Adesso magari io dico che esagera perché sta lavorando su troppe cose, pero’ quelli poi sono affari suoi.
Quindi per questo lavoro con lui; non faccio strettamente parte del suo gruppo, ma lo faccio volentieri.

Diciamo che ti sei vaccinato verso certe situazioni di gruppo e cerchi di tenerti in disparte?
Eh, diciamo di si’. A me, alla fine, piace molto fare le cose per conto mio, quindi se posso procedo dall’esterno. Pero’ con lui siamo amici, ci sentiamo, stiamo pensando a nuove cose da fare.

Senti cos’e’ che non va in Italia se uno come Gualdoni, per fare queste cose è dovuto andare in Francia, come voi andaste in America, poi di rimbalzo becchi l’editore che dice “visto che l’hanno fatto in Francia si può fare anche in Italia”? Sembra stupido perché in Italia vende bene. Pero’ se non lo pubblicava nessuno in Francia non vendeva niente in assoluto.
Io capisco che, innanzitutto, c’e’ un problema oggettivo, ed è quello di un mercato piccolo che, ultimamente, sembra ridotto all’osso. Dove non c’e’ mercato non c’e’ possibilità di sperimentare e di provare cose diverse dal solito bonelliano, e questa cosa la posso pure capire, per cui è più facile comprare dei diritti che costano comunque meno, piuttosto che non produrre l’albo dall’inizio.
Poi c’e’ un problema soggettivo, che riguarda la mala educazione al fumetto che c’e’ in Italia. E questo è colpa degli editori, perché quando c’e’ stato il momento del boom, all’inizio degli anni novanta, quando tutto vendeva, si è cercato di clonare le cose che già avevano successo per vendere ancora più facilmente, e quindi capitalizzare a breve termine, senza pensare che si stavano facendo grossi danni perché, di fatto, non si stava mettendo le basi per una nuova cultura del fumetto. Si è continuato a clonare roba Marvel o Bonelli con risultati assolutamente deprimenti, a mio avviso. Perche’ Bonelli, piaccia o meno, ha inventato uno standard, e lo porta avanti con qualità da decenni facendo lavorare un sacco di gente, quindi massimo rispetto a Bonelli. Mentre per chi clona Bonelli io non ho grande stima [ride], vabbeh si sa, non dico niente di nuovo.
Fumetti con gli Steroidi - Alberto Ponticelli - immagine2-1900Tutto questo ha fatto sì che il mercato implodesse lentamente, non è stata sfruttata la scia di potenziali lettori, ecc. ecc… ed è successo quello che è successo. Adesso siamo degli emarginati, il fumetto è una cosa per pochi intimi. La qualità è alta, escono molti volumi, ma non sono italiani e costano tanto perché non ci si può permettere di abbassare i prezzi, vendendo poche copie.

In tutto questo Repubblica e Panini stanno facendo qualcosa. Se ne parla da più di un anno.
Si’, ma cosa stanno facendo? Non serve a niente per il fumetto secondo me, perché non avvicinerà nuovi lettori o, se li avvicina, sarà una cosa minima, stanno andando a ripubblicare cose che la massa aveva già recepito in passato. Poi magari c’e’ il nostalgico che si prende, non so quanto costino, a basso costo la collezione di o di , anche le cose più estreme e sperimentali, quello che vuoi, pero’ è sempre un discorso da Repubblica. Molta gente compra per inerzia l’offerta, poi legge il fumetto, ma è un po’ come per i film sui supereroi, molta gente li va a vedere perché è incuriosita, ma sono scettico sul fatto che li avvicini al fumetto.

Mi stai dicendo che, secondo te, se anche uno si legge Dark Night Return (per citarne uno) a 6,90euro difficilmente continuerà a leggere Batman?
Non sei neanche incentivato, leggere un fumetto resta un episodio e finisce li’, perché poi non sei incoraggiato a leggerne altri. Su Repubblica non c’e’ scritto “Andatevi a seguire questa serie perché è in costante evoluzione ed è interessantissima”, non c’e’ una pubblicità al fumetto. C’e’ una pubblicità a vendere i propri gadgets ed è morta li’. Non gridiamo al miracolo, perché secondo me non è da lì che deve partire o, se deve partire, deve partire in un altro modo.
Noi dello Shok Studio avevamo proposto, a suo tempo, a La Repubblica e ad altri quotidiani, un inserto settimanale di fumetti in cui avremmo sia scelto fumetti dal mondo, sia creato delle cose in Italia per avvicinare in qualche modo il lettore, ma facendo una cosa che fosse in costante evoluzione; in ogni numero avresti visto qualcosa di nuovo. Se non fossimo morti tra di noi probabilmente saremmo anche riusciti a fare qualcosa; ti parlo di progetti di una decina d’anni fa, sembrava quasi che potessero essere accettati perché gli interpellati erano ben disposti. Poi chiaramente si tratta di cose lunghe da portare a termine. Potrei anche sbagliarmi, ma crederei più ad una cosa del genere che alla ripubblicazione di fumetti. Per carità meglio che niente, pero’ se li lasci come episodi isolati resta li’, io immagino che molti se lo leggono in bagno e spesso resta li’.

Il bagno è dove ho iniziato a leggere i primi Diabolik abbandonati da mio cugino
Forse, alla fin fine, il problema in Italia è che il fumetto è gestito da appassionati di fumetti che riescono a passare dall’altra parte della barricata. Il tutto senza avere la preparazione economica, finanziaria, di marketing e nemmeno di gestione di una casa editrice, per cui si formano tante realta’, e tu mi insegni che dopo due mesi, così come nascono, così si distruggono. Finche’ viene gestita in maniera fanzinara la situazione del fumetto resterà una situazione fanzinara, non puoi fare il salto di qualita’. Per questo sono entusiasta di quello che ha fatto Giovanni, perché si è inventato una cosa nuova, che magari non cambierà niente in Italia, ma ti da la possibilità di creare qualcosa di personale e di venderla in Francia. E’ una cosa che chiunque potrebbe fare da solo, ma non c’e’ la mentalità di prendere ed andare. Se l’abbiamo fatto noi [come Shok Studio – ndi], che avevamo due lire ed eravamo dei barboni mezzi tossici, e l’abbiamo fatto dieci anni fa andando negli Stati Uniti, lo può fare chiunque. Ti fai il culo lavando piatti per un mese e vai negli Stati Uniti; non c’e’ bisogno di essere ricchi di famiglia per andare in America. E’ vero che andare a San Diego era diventata una moda per un certo tempo: sembrava di essere a Lucca! Perche’ qualcuno era riuscito a pubblicare, allora tutti ad andare a San Diego, pensando che bastasse questo per pubblicare negli Stati Uniti. Ovviamente non era cosi’, e infatti a San Diego adesso ci si va di nuovo in pochi. La stessa cosa in Francia, ma perché c’e’ una corrente e tutti a seguire la corrente. Allora io dico cerchiamo di tirare in alto la testa e guardare il mondo attorno a noi: prendiamo iniziativa e facciamo qualcosa.

Chiudiamo questa parte altrimenti andiamo avanti per due giorni. Parliamo del Ponticelli che disegna. Lo stile è molto particolare: fuori dal mainstream. Magari più vicino a certi autori inglesi (Bisley su tutti).
Io sono partito da Bisley, non ci sono cazzi. Lui, all’epoca, mi sembrava uno che avesse spaccato tutto perché creava queste anatomie assurde: c’era energia, violenza nel suo modo di disegnare, era quello che più incarnava il nostro modo di vedere le cose. Poi chiaramente ho cercato di non stare troppo su Bisley, perché devi sempre cercare di evolverti. Avevo anche tutta una cultura fumettistica europea, i francesi anni ottanta per esempio, in realtà credo di aver sempre avuto un minimo di tratto europeo, quantomeno nel disegnare gli ambienti.
Oltre a Bisley, comunque, ho guardato anche ad altri disegnatori, da Darrow, Mignola, Kevin O’Neil, Giffen, non so, un sacco di gente che comunque era fuori dalle righe e trasmetteva quest’energia nel modo di lavorare.
Io volevo cercare di trasmettere una certa violenza, nel senso di dinamismo (perché so che se dico violenza sembro nazista), ma sempre e comunque sdrammatizzandola, per cui cercavo di renderla grottesca in modo da far capire che era un po’ come guardare un cartone della Warner Bros disegnato con gli steroidi.

Il tutto infarcito di una sana follia. Leggere le tue opere è un po’ come “farsi un trip allucinogeno”.
E’ quello che mi piacerebbe venisse fuori, perché di fatto per me e per noi all’epoca era un trip, un viaggio in cui tu ti sfogavi, facevi le te cose e cercavi di dare la tua personalità ai disegni. Per cui anche i film, dai Monthy Python, Delicatessen, film di un certo tipo un po’ visionari, ti davano degli spunti, delle luci, delle atmosfere, dei mostri, delle cose interessanti.
Per cui più che guardare solo ai fumetti cerco di guardarmi in giro a tutto tondo per cercare di essere il più personale possibile.

Tu preferisci che ti arrivino tre righe di sceneggiatura oppure tutto dettagliato, per filo e per segno?
Preferisco sempre una cosa il più schematica possibile. Con Giovanni mi trovo benissimo, anche perché abbiamo un rapporto diretto e se una cosa non mi piace al massimo lo meno [ride], non è un problema. In questo modo lo scrittore dà la sua idea e così pure io, cosicche’ la cosa funziona meglio. Quando la sceneggiatura è troppo rigida, francamente, faccio un po’ fatica, anche perché io sono distratto, per cui capita che salto una riga ogni volta che leggo. Diventa uno stress, io non sono fatto per la precisione.
Alla Marvel mi è capitato di avere scrittori puntigliosi, come Bendis, che addirittura ti manda il layout della tavola già disegnato: lui non sa disegnare, ci mette dei pupazzetti, ma è come se facesse già il fumetto da solo. Io alle volte vedevo le cose in un altro modo ed allora le cambiavo, non mi ha mai detto niente, ma forse non l’ha digerita. Ma va bene cosi’.

E questo porta un po’ al bel caos che regna nelle tue tavole.
Ma si’, la tavola deve venire spontanea.

Parliamo del tuo ultimo lavoro (Starlight). A leggerlo sembra un ritorno al passato (c’e’ anche Egon in una vignetta). E’ un impressione esatta o sono fuori strada?
Sono assolutamente d’accordo con te. E’ un ritorno al passato o, più che altro, è un tentativo di tornare a fare delle cose un po’ più personali, cercando di imporre, dopo la sbornia americana, il mio modo di fare fumetto, riempiendo le vignette nel modo che più mi piace. Ed è vero, c’e’ Egon, ma ogni pagina andrebbe guardata con attenzione. Non ti leggi il fumetto tutto d’un fiato e basta, puoi riguardartelo e notare i particolari: insomma cerco di dare un plusvalore al mio fumetto, o no? Siccome uno ci spende dei soldi, almeno se lo può riguardare e scoprirci delle cose nuove, un paio di letture ce le può dare. E’ come se comprassi due fumetti, prima te lo leggi e poi te lo guardi, è un enorme rispetto per il lettore [ride]! Seriamente c’e’ anche tanto divertimento. Considera che loro [i francesi – ndi] ti danno un anno di tempo per 46 tavole, per gli americani 46 tavole le facevo in un mese, quindi è normale che riesca a curarle molto meglio. E poi, ripeto che mi piace che il lettore possa guardare la tavola per più di due secondi.

Quanto di tutto questo è farina del tuo sacco e quanto è studiato a tavolino con Gualdoni?
Per le idee siamo andati piuttosto a braccetto, ci siamo confrontati e abbiamo studiato insieme tutta la storia. L’idea di base mi frullava in testa già dal periodo dello Shok Studio, l’avevo proposta alla Dark Horse, ma all’epoca, circa dieci anni fa, non andava molto la roba anni settanta, non aveva mercato. Adesso che la situazione è un po’ cambiata il tutto ha acquistato più senso.
L’ambientazione è anni settanta, e dentro ci abbiamo messo la cultura anni settanta. Per esempio, all’epoca i robot erano Goldrake e comunque roba alla . Ci siamo detti: estremizziamo come al solito il concetto, rendiamo questi robot esseri umani, mettiamogli la pelliccia, gli autoreggenti e ridicolizziamo il tutto. E poi Jigen, , Starsky ed Hutch, tutta la blackxploitation, sempre esagerando e ridicolizzando. Se il macismo era 10 rendiamolo 100.

Per quanto di questo bisogna dire grazie all’ondata cinematografica che rivaluta gli anni settanta, Tarantino in primis?
Ohhh, grazie Tarantino. Tante delle sue passioni erano già le nostre passioni. Non voglio dire che eravamo uguali, magari, da semplici nerd (noi e lui) abbiamo fatto lo stesso percorso. Lui ha avuto la bravura ad intuire le potenzialità di queste cose. Il cinema di arti marziali prima nessuno se lo cagava, mentre adesso è roba da festival, no? Pero’, di fatto, se tu hai vissuto una certa epoca a livello di film, cartoni animati, fumetti, tutte quelle cose la hai già viste e straviste un milione di volte. Sicuramente lui ha aperto la strada per poter pubblicare gli anni settanta, ma adesso lo aspetto al varco. Dopo Kill Bill, in cui ha riassunto tutto di quel periodo, voglio vedere che fa.

Guardando la copertina di Starlight, ma anche qualche pagina interna, il richiamo a Il Quinto Elemento di Luc Besson è forse troppo evidente. Cioe’, mi sono trovato a pensare: era necessaria quest’allusione? Con la loro fantasia folle non potevano inventarsi qualcosa di nuovo?
In realtà a Il Quinto Elemento ci ho pensato mentre lo facevamo, non è stato il punto di partenza. Il punto di partenza erano solo gli anni settanta e la fantascienza, un po’ come in Cyberpunk West c’erano la fantascienza ed il western. Perche’ mi piace l’idea del crossover, mescolare due generi. Se a questo aggiungiamo che a me piace disegnare architetture, prospettive, citta’, ecco l’accostamento cui anche tu hai pensato. Pazienza, comunque è solo l’impatto iniziale, poi la storia prende tutta un’altra strada e vedrai nel seguito…
Io non pretendo di inventare niente, cerco semmai di stravolgere. Per esempio il terrorista simile a Gesu’, con tanto di aureola al neon l’ho preso da una chiesa a Los Angeles, una chiesa per soli travestiti. Mi fa ridere questo lato kitsch degli Stati Uniti, dove trovi un sacco di cose grottesche da esasperare e prendere in giro.

Ti guardi in giro per estremizzare cio’ che vedi. Quindi leggi altri fumetti?
Non leggo tantissimo. Ultimamente leggo Taniguchi, mi piace, anche se ha uno stile totalmente diverso dal mio. Mi da degli stimoli pazzeschi, perché mi piace questa ariosità che lui mette nelle tavole, sembra che non racconti niente per tavole e tavole, ma in realtà racconta tantissimo; lui se lo può permettere, questo modo di essere minimalista nel raccontare le cose di tutti i giorni, si prende i suoi tempi. Io lo vedo che si rilassa nel fare queste cose, e comunque dà molto di se’. I suoi fumetti si possono leggere su vari livelli di lettura, magari non saranno capolavori, pero’ è un nuovo modo di concepire le cose. Magari anche da quello posso prendere delle cose. Il giorno che vorro’ fare il mio fumetto totalmente personale, che venderà venti copie, magari lo faccio alla Taniguchi.
L’importante è prendere piccole cose da quelli che hanno avuto grandi idee.

So che esiste un sito internet a tuo nome. Qual è il tuo rapporto con la rete?
Il sito non viene gestito da me, ma da un mio amico, e serve soprattutto a vendere gli originali, in particolare per il mercato americano. In realtà non è che io creda tantissimo in questa cosa, nel senso che c’e’ un mercato, ma tutto relativo (al mercato americano).

Dici che è un mercato. Ma funziona? Cioe’ si vende?
Si’, più che altro si lavora su commissione. Ci sono collezionisti che vogliono disegni fatti in un certo modo, il loro eroe in certe situazioni e sono pronti a pagare abbastanza per questo. Io è un po’ che non ne faccio, perché se smetti di lavorare per gli Stati Uniti allora non sei più un nome alla moda, e nessuno ti cerca, mentre quando lavoravo per Marvel Knights avevo parecchie richieste. E’ un mercato strano, nel senso che se non hai un nome solido nessuno ti cerca, pero’ negli Stati Uniti un mercato del collezionismo c’e’. Questo mio amico, per esempio, gestisce anche , che adesso vende tanto.
Io adesso vorrei fare un sito personale da aggiornare continuamente, raccontare le mie cazzate, tipo un blog, ma sempre in maniera molto divertente. Mi ha sempre divertito, per esempio, l’idea di poter fare una telenovela d’amore coi freak. Prendo le foto dei nerd delle fiere e le metto insieme, sto collezionando foto da parecchi anni. Ma vedremo.
Detto cio’ posso solo dire che col computer, escluso internet, lavoro solo con Photoshop, ma ogni volta viene fuori un problema nuovo e mi rivolgo a mio fratello che ha dieci anni meno di me e ne capisce di più.
Internet lo uso per comunicare: se non fossero esistite le e-mail avrei speso miliardi in posta con gli Stati Uniti. D’altra parte non si riesce a sentire la voce degli altri con le e-mail, questa cosa a me un po’ manca, perché per me è importante il rapporto che si stabilisce tra le persone.

Hai detto che guardi con attenzione alla “fauna” che frequenta le fiere di fumetti. Che gente ci vedi? Per esempio molti frequentano le fiere per mostrare i propri disegni agli autori affermati.
Bhe c’e’ anche gente normale, ma spesso vedo gente impaurita dalla vita, che non sa come relazionarsi col mondo. A me questa cosa fa impressione perché vuol dire che sei una persona incompleta che cerca di completarsi tramite il fumetto, ma non riuscirai mai a farlo perché ti mancano delle cose. Se ti guardi con attenzione alle fiere ti rendi conto di cosa dico, la gente normale che si trova ad una fiera di fumetti dice: ma che è un lebbrosario? Un mondo di nerd?
Io c’ho un po’ questo rapporto di odio ed amore col fumetto perché pare che possa giustificare il fatto che te ne stai in casa rinchiuso a leggere i fumetti che ti raccontano la vita.

Qui torniamo all’idea di fumetto come trasposizione delle esperienze di vita. Ne abbiamo già parlato. Ormai sono arrivato alle domande più stupide.
Tipo: i progetti per il futuro? Anche perché so che stai lavorando a qualcos’altro oltre Starlight 2 e 3 ( e se va bene anche 4, 5 e 6)?

Speriamo! Allora è già uscito in Francia un volume per gli umanoidi (Les Humanoides Associe’s) che si chiama Stellaire, una roba di fantascienza molto classica. Mi hanno contattato loro ed è stato un po’ il mio primo approccio con la Francia. Non è propriamente il genere di storia che preferisco, pero’ con gli umanoidi mi trovo molto bene, loro sono molto seri e mi hanno già detto che posso proporre altre cose. Adesso sto tentando di proporre un progetto fatto con questo scrittore di Torino, Enrico Remmert, l’ho conosciuto grazie a Marco Schiavone di Alta Fedelta’ (un grande, insieme ad di BD i miei punti di riferimento per l’editoria italiana), ha scritto i testi del gruppo spin-off dei Subsonica (Motel Connection) e una serie di romanzi e saggi (Elogio della sbronza consapevole è l’ultimo) per Marsilio, ed è venduto abbastanza bene anche in Francia. Stiamo facendo una storia, anche lì un po’ di fantascienza, ma con delle atmosfere alla “Delicatessen”, spero che vada in porto perché è un’altra cosa che sento molto e che mi piacerebbe fare. Poi anche con Giovanni [Gualdoni – ndi] stiamo pensando ad altre cose. Adesso vediamo. Pero’ se è vero, come dicevo prima, che i Francesi ti chiedono solo quarantasei tavole all’anno, è altrettanto vero che se mi butto su troppe cose allora le quarantasei si moltiplicano, e non vorrei arrivare ai ritmi di produzione che avevo con gli Stati Uniti. Vorrei curare un po’ le cose.
Poi sono in contatto con Stuart Moore, uno scrittore americano, a sua volta mio editor per una serie di progetti Marvel. Per lui ho fatto già delle cose per la Dark Horse e stiamo tentando di vedere se riusciamo a tirar fuori qualcosa.

Cinque secondi per pubblicizzare Starlight. Perche’ dovrebbero comprarlo?
Primo perché devo mangiare e senno’ muoio di fame. Poi perché io me lo comprerei. Diciamo che io cerco sempre una roba che vedendola in libreria me la comprerei. Quindi ragiono in base ai miei gusti.
Perche’ lo devono comprare? Perche’ ci sono le donne, i bruti, le diavolerie elettroniche, i robot, i colori, gli spari e poi il cartonato in casa fa figo con le ragazze.
Capitt?

Vuoi aggiungere qualcosa?
Grazie Miche’, sei stato un tesoro, soprattutto per la bottiglia di vino, che è stata onorata come da tue precise indicazioni!

Non è facile dare link di approfondimento per le opere di Alberto Ponticelli, visto il suo variegato percorso professionale. Si può sintetizzare con:
ponticelli.redsectorart.com
www.edizionibd.it

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