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“Great Pacific” di Joe Harris e Martin Morazzo: contenitori vuoti

"Great Pacific" di  Joe Harris e Martin Morazzo: contenitori vuoti - Great-Pacific-cover-reszChas Worthington III è il giovane erede di un impero petrolifero quotato miliardi di dollari. Tipico rampollo viziato, a cui la vita ha dato tutto, un contenitore umano vuoto. Alla morte del padre però qualcosa cambia, perché il ragazzo decide di crescere e lasciare la sua impronta nel mondo. E lo fa rivendicando la Grande Chiazza del Pacifico, un enorme deposito di immondizia che si è sedimentato nel corso degli anni in mezzo all’oceano.
Con l’aiuto di un miracoloso prototipo, chiamato HERO, Chas è intenzionato a “terraformare” l’agglomerato di rifiuti e trasformare un grosso problema per l’umanità in un’opportunità di gloria e guadagni. Ovviamente la via verso il suo Stato sovrano personale non è priva di ostacoli.

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Great Pacific, come il suo protagonista, è un contenitore vuoto. Anzi, una collezione di scatole vuote. L’autore, Joe Harris, mette in fila gli elementi giusti per una storia: un protagonista con un forte conflitto interiore, un contesto esotico e originale, una sfida dai contorni incerti, una successione di eventi che tengono alto il ritmo del racconto.
Peccato che manchi, per ogni cosa, il sedimento, la concretizzazione, o un motivo in termini drammaturgici. Le domande non fanno che affollarsi, ma piuttosto che dare risposte Harris preferisce aggiungere elementi e colori alla trama. E intanto si ostina a proporre un ritornello che costituisce il sottofondo ritmico dell’intera storia: la necessità di Chas di dimostrare di essere figlio di cotanta famiglia. In quasi ogni scena dove il ragazzo è coinvolto, un gruppo di didascalie ci ricorda il suo forte senso di rivalsa. Anche nei flashback, che avrebbero potuto essere illuminanti per il suo percorso fino alla Chiazza, la solfa è la stessa: “un giorno tutto questo sarà tuo”, “sei un Worthington” ripetuti in loop. Ben presto il gioco, non proponendo nulla di nuovo, stanca.

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Martin Morazzo cura il comparto grafico con un approccio simile: sacrificando troppo i dettagli in funzione di un dinamismo poco convincente. I protagonisti si somigliano tutti, con volti dagli occhi distanti e dalle bocche piccole, che rovinano l’effetto di primi piani mediamente discreti. Le fisionomie hanno caratteristiche di forte legnosità che si evidenziano man mano che l’inquadratura si allarga, e si dispongono sugli sfondi in modo bidimensionale e poco organico, specie nelle scene più convulse.
Gli ambienti sono poveri e anonimi, descritti da poche linee che danno l’impressione di guardare scenografie posticce piuttosto che luoghi reali. Nel rendere l’agglomerato della Chiazza, dove il contesto si popola di una miriade di detriti, la variabilità dei rifiuti è solo accennata e suggerita, concretizzandosi in una rappresentazione fatta di una collezione di scatole e tubi mono colore che si fondono in uno sbrigativo e indistinto manto marrone nelle immediate vicinanze, mentre le inquadrature sono narrativamente ispirate solo quando Morazzo decide di guardare tutto dal basso, dall’acqua, e mostrare lo strato sottile e precario su cui camminano i personaggi.

Great Pacific parte da un’idea interessante, ma non lascia il segno, per colpa di uno sviluppo approssimativo sotto tutti gli aspetti.

Abbiamo parlato di:
Great Pacific #1, Rifiuti!
Joe Harris, Martin Morazzo
traduzione di Marilisa Pollastro
Saldapress, febbraio 2015
168 pagine, brossurato, colore – 15,90 €
ISBN: 9788869190131

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