Approfondimenti

Beowulf o dell’epica e della codardia

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L’opera

Beowulf o dell’epica e della codardia - beowulf_cover_HRBeowulf è il poema epico in Old English più lungo e, datato intorno all’anno 1000 d.C., uno dei più antichi che ci sia pervenuto. Come la maggior parte dei componimenti epici in quella lingua, è giunto sino a noi incompiuto. L’opera letteraria è la trasposizione di un racconto orale e ha incorporato nella sua stesura definitiva forme mitiche appartenenti ad altri poemi non scritti. Tunuè ne ha recentemente pubblicato una versione a fumetti, scritta da Santiago García e illustrata da David Rubín.

Il poema comincia con la costruzione di una grande reggia da parte del re danese Hrothgar. Questo immenso e lussuoso palazzo, chiamato Heorot (“Reggia del Cervo Maschio”), riecheggiante di risa e banchetti e orgoglio dei danesi, attira l’attenzione di Grendel, un mostro gigantesco, invincibile e sanguinario che per dodici lunghi anni la reggia diviene preda delle sue continue razzie. La leggenda che scaturisce da questi accadimenti richiama Beowulf, nipote del re dei Geati, in soccorso dell’affranto re Hrothgar.
Nello scontro seguente l’eroe riesce a strappare un braccio alla bestia, che fugge in fin di vita. è la madre del mostro a riscuotere la sua vendetta introducendosi nella reggia di notte, mentre tutti sono sfiniti per il banchetto celebrativo, e rapendo il figlio di re Hrothgar. Non resta altro da fare per Beowulf che indossare le armi e partire alla volta della tana del mostro per porre definitivamente fine alla sua piaga.
Vittorioso e carico di doni, il campione torna in terra natia e dopo molti anni, a causa della morte del re, indossa la corona dei Geati. Dopo cinquant’anni di regno pacifico, però, un altro mostro torna a turbare i giorni dell’eroe, questa volta è un drago. Beowulf, ormai anziano, torna a vestire le armi. Questa è la sua ultima impresa: riesce a sconfiggere la bestia solo grazie all’aiuto dell’unico scudiero rimastogli accanto, Wiglaf, il quale, grazie al coraggio dimostrato, eredita il trono.

Santiago García e David Rubín sono entrambi due nomi conosciuti nel panorama fumettistico.
Il primo è giornalista e sceneggiatore, traduttore, saggista sul fumetto e direttore delle riviste specializzate U e Volumen. Ha esordito nel 2004 con Malas tierras #1, matite di Sergio Córdoba, seguito dalla serie El vecino, con Pepo Pérez, e nel 2008 ha pubblicato il volume La tempestad, disegnato da Javier Peinado. Nel 2010 ha pubblicato con Astiberri Ediciones il saggio La novela gráfica, mentre del 2014 è l’ultimo lavoro, Las Meninas.
David Rubín è un fumettista spagnolo, ben noto ai lettori italiani per le sue opere pubblicate da : Dove nessuno può arrivare, il pluripremiato La sala da tè dell’orso malese, l’adattamento di Romeo e Giulietta e soprattutto i due volumi della saga de L’Eroe, una rilettura in chiave postmoderna della figura di Eracle. Recentemente ha collaborato ai disegni su Aurora West, spin-off di Battling Boy di Paul Pope. Membro fondatore del collettivo di autori di fumetto “Polaqia”, Rubín si è dedicato anche all’animazione con la Dygra Films, per la quale ha co-diretto insieme a Juan C. Pena, il lungometraggio di animazione 3D Spirito del Bosco e sta preparando il suo secondo lungometraggio, Holy Night!

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L’Epica e la carne

Beowulf è un lavoro dal destino travagliato, come quello dell’eroe di cui racconta le gesta. García ci ha lavorato per più di dieci anni ed è riuscito a realizzarlo solo grazie all’incontro con Rubín, che già aveva dato prova di sapersi cimentare, con ottimi risultati, nella trasposizione di miti e leggende.

Quello che colpisce subito è la materialità di quest’opera, la sua fisicità, ben rappresentata dalla costruzione delle tavole, costellate di piccole inquadrature che focalizzano l’attenzione del lettore sui particolari, sui denti che digrignano o che spezzano ossa e armi, sui muscoli che si contraggono o sulle bocche che mangiano e banchettano.

Grazie a questo escamotage grafico il lettore riesce anche a immedesimarsi nel mostro e nel suo modo di vedere e compaiono così delle vignette che rappresentano gli umani come complessi di sistemi muscolari e circolatori. Questa carnalità raggiunge il suo picco quando Grendel, in una plausibile citazione di Alien, avvicina il suo volto a quello di Beowulf e poi gli eiacula addosso, quasi a simbolizzare con questo gesto un’attrazione verso la sua controparte eroica.

Profondamente fisica e corporea è anche la spinta che porta l’eroe a misurarsi sempre con i suoi limiti e con quelli che gli sono accanto, la sua smania di poter ottenere la gloria. In quest’ottica è simbolica la scena in cui Beowulf si arma per affrontare il suo ultimo nemico, indossando l’armatura che usava da giovane. Chiara è la fatica e il dolore che prova a vestire degli indumenti che non gli stanno più bene, un habitus che non è più in grado di usare e che lo porterà alla sua ineludibile fine.

Questa materialità contraddistingue quindi sia gli eroi che i mostri, entrambi sono bramosi di qualcosa, sia esso sangue, carne, gloria o ricchezze. Questa similitudine, questa familiarità, verrebbe quasi da dire, è sottolineata da una particolare inquadratura che gli autori scelgono per rappresentare prima Grendel, poi lo stesso Beowulf. In entrambi i casi, il punto di vista del lettore è dall’interno della bocca, organo strettamente collegato con l’assunzione. Questa riflessione ci porta a un altro punto.

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L’Epica e lo “spirito eroico nordico”: primeggiare o essere dei codardi?

La lettura che danno García e Rubín del Beowulf è sì epica, ma riporta questo particolare ethos in una dimensione profondamente umana e quotidiana. Del poema originale si mantiene la storia per archetipi, come è stato ben analizzato da Anthony Burgess (lo scrittore di Arancia meccanica, per capirsi): Beowulf è l’eroe senza paura, Grendel l’incarnazione del male più puro (1) . Come in ogni epica che si rispetti l’andamento narrativo è circolare e a un eroe può succedere solo un altro individuo che abbia dimostrato di saper trascendere lo stato umano verso picchi più elevati. I due autori però non si limitano a questo piano, ma mischiano le carte in tavola, forse per criticare quello “spirito eroico nordico” che traspare dai poemi delle popolazioni del Nord Europa o per mettere in crisi la concezione che vede il mondo reale separato dall’Altro mondo, quello appunto degli dei e degli eroi, dell’immaginazione e del mito.

Beowulf o dell’epica e della codardia - cover_Beorhtnoth-e1427229887106Il tema è piuttosto caldo ed era già stato trattato da J.R.R. Tolkien in due saggi, il primo, Beowulf: i mostri e i critici; il secondo, Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, più conosciuto e citato, che analizzava un altro componimento poetico in Old English, La battaglia di Maldon. Come sottolinea bene Tom Shippey, noto studioso tolkeniano: «la sezione poetica del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è per molti aspetti un confronto tra personaggi del mondo reale e un personaggio che per la maggior parte del tempo vive in un mondo fantastico». Così in Beowulf il confronto avviene tra gli altri personaggi, fortemente ancorati alle debolezze e ai piaceri umani e Beowulf, l’eroe senza paura che invece vive e pensa in un mondo fantastico, ma per questo epico, che gli permette di compiere azioni superumane, quello dello “spirito eroico nordico” come lo definisce lo stesso Shippey. Le analisi di Tolkien e di García e Rubín differiscono però su un punto.

L’autore inglese criticava aspramente questo ethos, considerandolo sinonimo di tracotanza o “orgoglio smisurato” (dalla parola usata nei poemi in Old English, ofermód), per la quale degli innocenti erano mandati a morire in battaglia. Una critica che si spingeva a tal punto che Tolkien fa notare che la parola era usata nel poema solo per definire lo sconfitto re Beorhtnoth e Lucifero.

Al contrario, per i due autori spagnoli lo “spirito eroico nordico” è sì comune all’eroe e al mostro, condanna a una vita di solitudine e dolore, ma allo stesso tempo è ciò che permette di compiere, appunto, azioni eroiche e leggendarie, di trascendere il proprio stato verso altre vette.

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Si è già parlato prima delle similitudini e delle relazioni tra Beowulf e Grendel che sono sparse nel testo, ma basti qui aggiungere che, in una spettacolare doppia pagina, l’espressione del mostro, prossimo a morire per mano dell’eroe, è completamente serena, come a confermare la totale compenetrazione tra i due. A riguardo, seguendo la lettura per archetipi proposta da Burgess, troviamo conferma in Jung: “L’eroe rappresenta l’azione positiva e favorevole dell’inconscio, mentre il drago (o il mostro, n.d.r.) ne simboleggia l’azione negativa e avversa – non un dare alla luce, ma un inghiottire, non un beneficio costruttivo, ma un trattenere avido e distruttore. Ogni estremo psicologico contiene celato in sé il suo opposto o sta in qualche modo in rapporto intimo ed essenziale con questo”.

García e Rubín ci dicono quindi, come Tolkien, che non c’è grande differenza tra il mostro e l’eroe (tema per altro affrontato da un certo sceneggiatore anche in Batman The Killing Joke), ma, a differenza del padre della Terra di Mezzo, non condannano in toto quest’attitudine “superomistica”. L’esortazione a tentare “imprese eroiche” è palese nel finale quando gli autori, bucando la pagina e costruendo un ponte che dai codici miniati medievali, attraverso il tempo, passando per l’opera dei due, si rivolgono direttamente al lettore. Una circolarità che, come si è detto, è tipica dei miti nordici e che è anche sottolineata dall’inquadratura dell’occhio che apre e chiude la storia (che sia una citazione di Ėjzenštejn?).

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L’Epica nordica e la luce

Un altro tema interessante è l’uso dei colori e della luce nell’opera, soprattutto quest’ultimo è, infatti, un argomento centrale anche nella mitologia scandinava o celtica. Il rosso e il nero sono i colori predominanti e l’ethos trascendentale ed epico è, grazie all’uso di questi due colori, completamente immerso in una dimensione profondamente fisica e, come si diceva, materiale. Tutto è riportato a quel piano: i banchetti, le lotte, le brutalità del mostro, è un trionfo di carne e sangue, di sudore e fluidi corporei. Una scelta che si spinge fin dentro le arterie dei protagonisti con delle vignette che esplorano l’interno dei corpi.

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Al rosso è delegata la rappresentazione cromatica di questa sfera fisica, il rosso del fuoco e del calore dei banchetti, ma anche delle viscere straziate o delle bocche grondanti sangue. Il nero è invece incaricato di rappresentare il mistero e il male: neri sono i mostri, le grotte in cui vivono, la notte e il bosco.

Sul piano della luce invece, tre sono le tonalità che contraddistinguono la narrazione. Una è calda associata al rosso e al giallo dei tesori, dedicata, come si diceva riguardo al colore, agli aspetti bramosi dell’esistenza, al desiderio di festeggiare, di carne, di sangue o di gloria e ricchezze. Una è oscura, nera, riservata alla notte, agli antri dei mostri, ai regni sotterranei o sottomarini, alla natura incontaminata, ovvero a tutto ciò che è ignoto e potenzialmente pericoloso. L’ultima è invece estremamente fredda, varia dal bianco ai toni del grigio e dell’azzurro, è dedicata all’esterno, alla natura durante il giorno, agli occhi dell’eroe e trasmette quella sensazione ovattata e austera tipica delle giornate grigie o dei paesaggi innevati.

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Queste tre tipologie di luce, strettamente interrelate, rappresentano la coppia buio/luce e il suo stadio intermedio e richiamano la concezione classica scandinava in cui la luce era foriera di vita e positività e l’oscurità di morte e negatività. Queste due “forze” non erano però oppositive o escludenti: entrambe servivano all’equilibrio del cosmo e alla sua perpetrazione, argomento esplicitato dalla coppia mitica Baldr e Loki.

Come scrive l’antropologo Gianluca Ligi nel suo I miti scandinavi della luce: “Nell’universo magico-mitico scandinavo antico, le forze che appartengono al caos e all’oscurità partecipano dell’esistenza stessa del cosmo e sono indispensabili al suo equilibrio”. Torna anche qui la compenetrazione tra l’eroe e il mostro, ma in forma simbolica.

Proseguendo poi con questa chiave di lettura, il messaggio che García e Rubín veicolano è ancora più sottile e suggerisce che i mostri che dobbiamo affrontare sono quelli dentro di noi, che le imprese eroiche sono quelle che ci permettono di superare i nostri limiti, le nostre paure e le nostre brutture. Un percorso iniziatico ed epico che dal nero della prima vignetta porta al bianco dell’ultima, un percorso che dovrebbe riguardare ognuno di noi che fa di Beowulf un’opera che dovrebbe essere letta e riletta.

Il volume di Beowulf è in preordine sullo store Tunué, oppure lo potete avere scrivendo a ufficiostampa@tunue.com.

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Abbiamo parlato di:
Beowulf
Santiago García, David Rubín
Traduzione di Francesca Gnetti
, 2015
208 pagine, cartonato, colori – € 19,99
ISBN: 9788867901142

Bibliografia
Alan Moore, Brian Bolland, John Higgins, Batman The killing joke, DC Comics, 1988
J.R.R. Tolkien, Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, Bompiani, 2010
Carl Gustav Jung, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, 2012
Gianluca Ligi, I miti scandinavi della luce, Gangemi, 1998
Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi, 1997

 

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Note:
  1. non a caso Matt Wagner ha scelto proprio questo nome per chiamare il suo personaggio più conosciuto, a tal proposito si veda anche www.lospaziobianco.it/67784-matt-wagner-maschera-grendel-devil 

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