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Last Man: con Bastien Vives, il fumetto francese si traveste da manga

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Strutturalmente il fumetto è l’abbinamento di immagini e parole scritte, che insieme concorrono per raccontare una storia. In quest’ottica, è molto interessante osservare come su una base piuttosto semplice, popoli e culture differenti abbiano sviluppato strutture differenti. Si va dalla griglia classica a 4 o 3 strisce dei fumetti statunitensi, a quella tascabile a 3 strisce o ultratascabile a 2 strisce italiane, alle 4 strisce in grande formato del fumetto franco-belga. In particolare quest’ultimo, probabilmente grazie alle dimensioni dell’albo, si mostra estremamente flessibile e permette al disegnatore di mostrare le sue capacità nel disegno e nella cura del dettaglio.

Manga e Occidente

Le principali caratteristiche distintive del manga sono, invece, il formato (volumi tascabili che raccolgono le storie precedentemente serializzate su rivista) e il senso di lettura. A queste due, vanno poi ad aggiungersi quelle di contenuto dovute alla cultura e sensibilità locali: ad esempio lo scorrere del tempo all’interno di una storia è un’esperienza soggettiva spesso legata alle emozioni provate dai protagonisti. Tale approccio è una diretta conseguenza delle discipline mistiche e meditative diffuse ancora oggi nelle culture orientali, che, insieme con le influenze dovute al contatto con il mondo occidentale, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, ha permesso ai fumettisti giapponesi di approcciare, anche con successo di pubblico e critica, temi cari all’occidente stesso.

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Illustrazione fantasy di Adam Warren, altro illustratore del movimento amerimanga

D’altra parte il fumetto nipponico ha a sua volta influenzato in vari modi il fumetto occidentale. Da un lato molti sono i disegnatori che hanno mutuato il loro stile dal mondo dei manga e degli anime, fumettisti come Arthur Adams (1) o Humberto Ramos, per citare due tra i più noti. Dal punto di vista di soggetti e storie le influenze del manga sono sicuramente varie ma non necessariamente efficaci: piace ricordare, ad esempio, il Wolverine di Chris Claremont e Frank Miller che vive avventure in Giappone, o le sfide di Batman con Lady Shiva raccontate da Chuck Dixon, o, andando sul fumetto indipendente, la Shi di William Tucci.
A questi (e altri esempi che per spazio e dimenticanza dell’autore di questo articolo non sono stati citati) vanno poi affiancati gli altrettanto (se non più) numerosi prodotti che più che altro scimmiottano il mondo dei manga sia nel formato sia nella grafica, come per esempio il dimenticabile manga basato su Star Wars.

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Vignette da Ronin di Frank Miller

Torniamo, però, a Frank Miller: l’autore statunitense, in una intervista a Joel Meadows, ha esplicitamente indicato Lone wolf and cub (2) come uno dei suoi punti di riferimento, in particolare per Sin City e Ronin. A proposito di quest’ultimo, è interessante osservare come Dorling Kindersley, in DC Comics Year By Year A Visual Chronicle, afferma come in quest’opera Miller riesca a sintetizzare le influenze del fumetto giapponese con quelle del fumetto francese.
Ed è proprio francese l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di affrontare il fumetto con un’ottica nipponica: Last Man, di Balak, Bastien Vives e Mickaël Sanlaville, pubblicato in Italia dalla Bao che, con grande lungimiranza, ha portato nel nostro paese un interessante esperimento fin qui tutto sommato riuscito.

Storia di magia, combattimenti e amori

Last Man, infatti, contiene tutti gli elementi, sia estetici sia di contenuti, per essere un buon manga, uniti con uno sviluppo estremamente lineare della storia. Il fumetto, infatti, si presenta in un formato tascabile (almeno rispetto ai soliti prodotti del mercato francese), in bianco e nero con toni di grigio. All’interno di una griglia che richiama inevitabilmente il manga, Bastien Vives (che ha anche collaborato con Balak al soggetto), si presenta, probabilmente a causa della collaborazione con Mickaël Sanlaville, con uno stile molto simile a quello di Christophe Blain (3) : basti, per esempio, confrontare Last Man con La Fille, dove la protagonista è una motociclista, proprio come Aldana.

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La storia ideata da Vives e Balak è abbastanza semplice ed efficace: in un’ambientazione medioevale, si sta preparando un torneo di lotta, che mischia le arti marziali con la magia (con un riferimento, per esempio, ai tornei che costellano Dragon Ball). La scelta è, in un certo senso, un porto sicuro, essendo un riferimento culturale abbastanza universale (il torneo come sfida tra appartenenti a una stessa categoria), sfruttato in particolare proprio dal fumetto nipponico. All’interno di questo soggetto di partenza, viene inserito un elemento di disturbo, Richard Aldana, che, un po’ come il protagonista di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, sembra fuori posto in un contesto magico e tradizionalista come quello presentato dai tre autori nei primi due volumi: lo straniero, infatti, si presenta in motocicletta.

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A recitare insieme con Aldana ci saranno Adrian e la madre, protagonisti principali della vicenda (una sorta di famiglia moderna, in un triangolo tra madre sola, figlio e spasimante), insieme con tutta una serie di caratteristi vari, il cui approfondimento non è lasciato ai lunghi flashback utilizzati (e spesso abusati) dai fumettisti giapponesi: bastano, infatti, poche battute, o un gioco di sguardi lasciato all’inventiva dei disegnatori a rappresentare con efficacia caratteri e interazioni.
Gli autori, poi, utilizzano il torneo in due modi: prima di tutto come momento di crescita per il giovane Adrian, ma anche per sviluppare una trama dal sapore spionistico grazie agli intrighi che gravitano proprio intorno ai partecipanti, primo fra tutti il misterioso Aldana.

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Last Man, in sintesi, propone una costruzione sapiente della trama, tra momenti divertenti, come nell’esilarante semifinale del torneo, scene di costume esplicitamente ispirate alle atmosfere medievali, momenti intimi raccontati come una sorta di collage di istantanee, fino al climax della finale del torneo, con un esito per certi versi scontato, ma non per questo meno piacevole.
In parte è anche scontata la fuga finale di Aldana, a quanto pare inseguito da un oscuro passato, mentre resta sorprendente il segreto nascosto dalla madre di Adrian, che apre scenari interessanti per i prossimi volumi.

Nel complesso è un bel fumetto, che colpisce il lettore grazie a un crogiolo di sentimenti che permette di rendere realistica anche un’ambientazione fantastica. Come in una commedia di Shakespeare.
O come in un manga.

 

Nota finale: Si ringrazia Simone Rastelli per gli ottimi spunti di riflessione contenuti nel paragrafo “Manga e Occidente”. La limitatezza del discorso è invece tutta da ascrivere all’autore dell’articolo.


Note:
  1. Che nel 1997 ha esplicitamente affermato di essere stato influenzato dall’arte di Masamune Shirou 

  2. Tra l’altro questa serie ha influenzato anche il fumettista Max Allen Collins o il regista Quentin Tarantino 

  3. A livello di influenze estetiche è lo stesso Vives a indicare in Leiji Matsumoto e in Daniel Clowes due suoi punti di riferimento 

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