300: biblioteca essenziale del fumetto

300: Mitsuru Adachi – Jinbe

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Star Comics, 2005 (Giappone, Jinbe, 1992)

“Ehi guarda! Quei pesci sono tutti perfettamente uguali… Chissà se riescono a distinguere i genitori dai fratelli o dalle sorelle…”
“Io direi proprio di no!”
“E allora… Ogni tanto si sposano padre e figlia!?”
“Può darsi…”
(Risposta di Miku a due anonimi osservatori in un acquario)

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nel suo studio.

Come diceva il grande Will Eisner il fumetto è arte sequenziale. E non ci sono dubbi sulla veridicità di questa affermazione; per essere un buon fumettaro, oltre a saper disegnare, bisogna saper raccontare. E quando sai raccontare e nel disegno ci metti del tuo allora si arriva allo stile personale.

Lo stile è l’anima dell’autore, quello che lo distingue dagli altri, quello che gli permette di essere ricordato nel corso degli anni, dei decenni… per sempre. George Herriman, Walt Kelly, Milton Caniff, Charles M. Schulz, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Attilio Micheluzzi, Osamu Tezuka, lo stesso Eisner o Jack Kirby, o ancora Bill Watterson, vengono ricordati a distanza di anni per il loro stile; e la cosa incredibile è che, in questi autori, lo stile non si esprime solo nel disegno ma soprattutto nel modo che avevano di raccontare. Per questo rimarranno sempre nella storia e per questo i loro fumetti sono immortali.

Forse quello che sto per dire risulterà esagerato, soprattutto per coloro che non vedono il manga di buon occhio o che sono legati indissolubilmente (per varie ragioni) a un certo tipo di fumetto: non ha nulla da invidiare ai grandi autori che ho citato. Sono pronto a prendermi la responsabilità di quello che dico, perché quest’autore possiede la delicatezza, l’ironia, la grazia e la semplicità “riservata” ai grandi autori. Adachi vanta uno stile personalissimo con cui riesce a distinguersi dalla maggior parte dei suoi colleghi mangaka (cosa non facile data la moltitudine di artisti e di autori presenti nel paese del sol levante) e riesce a raccontare come pochi sanno fare al giorno d’oggi; è riuscito a fondere perfettamente il genere Shonen (per ragazzi) con quello Shojo (per ragazze) tanto che è uno dei pochi autori apprezzato dagli amanti di entrambi i generi. E non dimentichiamo poi il fatto che in gran parte delle storie di Adachi vi è anche il genere Spokon (fumetti ambientati nel mondo sportivo). Sport e sentimento, apparentemente incompatibili, formano in Adachi una binomio raro e perfetto; dimenticatevi i vari Jenny la tennista, Mila e Shiro e simili perché con Adachi si viaggia lungo altri percorsi.

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Miku e Jinpei.

Opere come Touch, Miyuki, H2, e lo splendido Rough, sono palesi conferme del suo incredibile talento narrativo; sono la conferma di come quest’autore riesca sempre a riscrivere la stessa storia, modificandone solo qualche dettaglio, e di come riesca a renderla semplicemente bella. Perché la semplicità e la delicatezza del suo tratto racchiudono parte del suo talento narrativo, fatto di sguardi, silenzi, ironia e incomprensioni.

Jinbe è uno dei lavori più brevi e maturi di Adachi. È un fumetto autoconclusivo e con qualche vago accenno allo sport. Ma soprattutto è un fumetto in cui il protagonista non è più uno dei tanti teenagers, campione di baseball o nuoto, ma un uomo di quasi quarant’anni, Jinpei, soprannominato Jinbe; l’uomo vive con la figliastra Miku; Rikako, la madre di Miku, morì quando quest’ultima aveva tredici anni, a poco più di un anno dal matrimonio con Jinpei. Essendo Miku nata da una precedente relazione di Rikako, tra lei e il suo padre adottivo non v’è alcun legame di sangue. E questo l’incipit da cui parte Adachi per raccontarci la relazione tra Jinpei e Miku, e l’autore giapponese lo fa, come sempre, con il suo personalissimo stile: usa gli sguardi e i silenzi dei due protagonisti per trasmettere al lettore quello stesso senso di complicità che lega i personaggi, ma anche il dubbio che li pervade. L’amore è sempre nell’aria ma senza malizia, perché l’autore non ha interesse a scrivere un finale alla sua storia; vuole semplicemente disseminarla di tutti quegli elementi narrativi che ci portano ad accettare la relazione tra un quarantenne per di più padre adottivo e una liceale. Ed è sorprendente come Adachi racconti il tutto con sbalorditiva naturalezza, così come ha sempre fatto nelle sue precedenti opere; alternando momenti intimi e profondi a momenti di grande ironia, riesce sempre farci amare i suoi personaggi ed è proprio questo talento narrativo che lo pone tra i mangaka più amati nel nostro paese e non solo dal pubblico femminile ma anche e soprattutto da un pubblico maschile di sicuro non adolescente.

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Sguardi e dettagli costituiscono una delle caratteristiche del modo di raccontare di Adachi.

Jimbe è l’ennesima prova di un narratore raffinato; un piccolo capolavoro di un artista che al suo esordio, nel nostro paese, non ricevette il consenso che meritava (forse i lettori erano troppo impegnati a leggere il sopravvalutato Video Girl Ai) ma che alla fine riuscii a conquistare il pubblico proprio grazie alle qualità che ho largamente citato. Ricordo ancora, nel periodo in cui lavoravo in fumetteria, la gente che acquistava i suoi fumetti e che esclamava: “Adoro il modo di raccontare di quest’autore…”

Una volta letto, non dimenticherete tanto presto Jinbe. E soprattutto non dimenticherete mai più Mitsuru Adachi.

Curiosità

In Giappone Jinbe venne pubblicato in sette puntate e poi raccolto in volume. Un tema simile era già stato trattato da Adachi nel suo bellissimo manga Miyuki.

Jinbe in lingua giapponese significa “squalo”.

Edizione consigliata

La classica Star Comics: duecento pagine, in bianco e nero con inserti a colori, formato grande rispetto al solito manga Star Comics. Il tutto per soli cinque euro (prezzo aggiornato al 2005).

Altre edizioni

Nessuna al momento.

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0 Comments

  1. franco

    4 ottobre 2016 a 20:12

    “Come diceva il grande Will Eisner il fumetto è arte sequenziale”.

    Sai, Eisner non lo disse. Glielo ha fatto dire un traduttore incompetente che non sapeva che per gli statunitensi, dai tempi di Jack e Stan, il disegnatore viene chiamato artist, indipendentemente dalla qualità del suo disegno.
    Quindi se ti leggi il libro di Eisner capirai subito che “Comics and Sequential Art” sta per “Fumetti e disegni in sequenza”. Ne sono certo? Sì, perché gliel’ho chiesto di persona.
    Che poi il Fumetto sia un’arte sequenziale, non c’è dubbio. Ma lo sono anche musica, danza, letteratura, cinema… Quindi bisogna stare attenti a non connotarlo come se fosse L’UNICA arte sequenziale. D’altronde la sequenzialità è solo una delle sue caratteristiche non credi? Tu a quale definizione di Fumetto aderisci?

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